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giovedì 31 dicembre 2020

Sul populismo, la democrazia, e le rappresentanze, al plurale.

Ewald Judt - austria-forum.org, CC BY 4.0, Wikimedia Commons

 
Vi si fa riferimento nei termini di un populismo «gentile», nell’esempio che ha portato, tra gli altri, Massimo D’Alema, a sostegno della tesi politica della stabilizzazione dell’accordo tra PD e M5S, forze portanti, oggi, del Governo Conte bis e forse protagoniste, un domani, di una rinnovata opzione di centrosinistra. Ma non passa giorno che altre voci della stessa maggioranza non evochino invece il populismo, sempre del M5S, come uno spauracchio o un limite all’azione cosiddetta riformista dello stesso governo e dello stesso campo largo del centrosinistra. 

Vi si allude, non di meno, nei termini di un populismo «aggressivo», nei riferimenti, che si moltiplicano, alle forze che occupano la destra dell’arco parlamentare, rimarcando il carattere oltranzista, nazionalitario, reazionario che contraddistingue il linguaggio e la proposta politica della Lega. Ed anche in questo caso, la gamma delle colorazioni politiche del lemma non cessa di sorprendere, accomunando, a quella di populismo, le categorie di sovranismo, nazionalismo e plebiscitarismo. 

Tra queste e molte altre riflessioni e configurazioni può aiutare a fare ordine il bel libro di Alberto Lucarelli, Populismi e rappresentanza democratica, recentissima pubblicazione, per i tipi della Editoriale Scientifica (Napoli, 2020), che ha il duplice pregio di aiutare a chiarire i termini della questione e fornire elementi di orientamento non indifferenti al linguaggio e alle forme della politica. L’autore, Alberto Lucarelli, è del resto, figura di spessore, in costante dialogo tra accademia (è ordinario di Diritto Costituzionale all’Università di Napoli Federico II e componente del Direttivo Nazionale dell’Associazione Italiana Costituzionalisti) e politica (è stato Assessore ai Beni Comuni e alla Democrazia Partecipativa del Comune di Napoli ed è oggi vice-presidente del Comitato Popolare per la Difesa dei Beni Pubblici e Comuni “Stefano Rodotà”). 

Inevitabile quindi che il libro non solo ospiti una profonda e analitica riflessione giuridica sulle categorie dei beni pubblici e comuni e, soprattutto, sullo spazio della democrazia e le forme della rappresentanza, configurandosi, sotto tale versante, per una lucida e documentata analisi sulla consistenza e sulla crisi delle forme classiche della rappresentanza democratica, ma indichi anche delle piste di ricerca e delle proposte di avanzamento, alternando analisi e proposta e ponendo una serie di interrogativi circa le questioni dell’attualità e della rigenerazione della partecipazione e della democrazia. 

La riflessione di carattere storico, sulla genesi e la fenomenologia del populismo, pur non rappresentando il cuore della indagine, non è dimenticata sullo sfondo: se l’attuale voga populistica assume forme e segnali nuovi, maturando in primo – ma non esclusivo – luogo come effetto tra gli altri della crisi delle forme consolidate della rappresentanza, della crisi dei partiti politici e della crisi della democrazia rappresentativa, non manca una puntualizzazione sull’origine del populismo tout court, come fenomeno che, nato insieme con la formazione dello Stato moderno, esprime la rivendicazione spontanea di dignità e diritti da parte di un popolo oppresso, oggettivo e invisibile, di fronte al potere sostanzialmente sconfinato del monarca assoluto. 

È questa la veste di cui è ammantata l’origine del fenomeno populista, in primo luogo come fenomeno “orientale”, ma che poi attraversa, nel corso del lungo secolo breve, tre continenti, dall’Asia all’Europa fino all’America Settentrionale e all’America Latina dove finirà addirittura per assumere delle caratteristiche paradigmatiche. Nel tempo del potere assoluto del sovrano, nella proto-storia dei diritti collettivi e della soggettivazione politica delle masse, nelle latitudini inesorabili delle vaste popolazioni contadine, il populismo incarnava la voce dell’oppresso e le rivendicazioni delle masse, senza potere, tuttavia, né indicarne la traiettoria né prospettarne la direzione. 

Come ricorda Bruno Bongiovanni «l’esaltazione del popolo, racchiuso in una sorta di fissismo sociale che predisponeva forme di resistenza contro l’invadenza traumatizzante della storia, nonché erede e depositario della forma organica ed armonica della convivenza, richiedeva tuttavia la predicazione, o anche l’agitazione rivoluzionaria introdotta dall’esterno, da parte di un ceto sociale largamente presente in Russia, non di rado privo di un’occupazione stabile, spesso frustrato e psicologicamente attratto-respinto dall’Occidente, vale a dire l’intelligencija. Il popolo contadino, infatti, in ragione dell’oppressione che subiva e delle condizioni miserevoli in cui, anche sul piano spirituale, si trovava, era comunista e non sapeva di essere tale». 

Nel tempo grande dell’irruzione delle masse a protagoniste della storia, essenzialmente nel Novecento e dopo la scaturigine storico-politica del grande evento che fu la Rivoluzione d’Ottobre, in Russia, i termini della questione populista sarebbero stati significativamente alterati: non più le sterminate e anonime masse omogenee e contadine, ma masse popolari sempre più e sempre meglio organizzate; non più una traiettoria inerte o una direzione imperscrutabile, bensì il primato dell’azione politica e l’esercizio della direzione, del consenso, dell’egemonia. 

Il populismo non può più essere l’espressione spontanea della massa sterminata in cerca di riconoscimento, soggettivazione, dignità; il populismo sempre più consistentemente si afferma come manipolazione demagogica, sorretta da una strumentazione politica sempre più sofisticata e articolata. Nel corso del Novecento se ne affermano i tratti anche nel Nord e soprattutto nel Sud del continente americano, dove, non a caso, manifesta tutta la sua ambivalenza: da un lato teso all’esercizio autoritario della direzione politica, dall’altro incline ad una sorta di compattamento sociale per il tramite di un sistema di sussidi e tutele sociali più ampio ed esteso. 

Non si tratta di un sistema articolato e funzionale di protezione sociale né tantomeno di alcuna associazione effettiva delle masse al potere: il populismo, nelle fasi espansive di una congiuntura positiva, alimenta il carattere unitario ed univoco del consenso, rafforza il legame diretto tra il capo e le masse in un’azione di sistematica semplificazione e disintermediazione del quadro pubblico, esalta la figura del capo, la sua propensione paternalistica, la sua rappresentazione dispotica. 

Come bene richiama, ancora, Bongiovanni, «la conclamata e sempre osannata supremazia della volontà popolare, sintesi del raggrumarsi poli-classistico di segmenti diversi di una realtà prevalentemente urbana, e la fascinazione plebiscitaristica diventarono così il cuore e il nerbo dello sfondo ideologico e politico del populismo latino-americano». Echi di questa configurazione si riverberano inevitabilmente nel presente proprio perché attengono alla datità intrinseca del fenomeno populista nelle sue diverse accezioni: il riferimento a un popolo generico e indistinto, idealizzato e astratto, obliterandone completamente e sistematicamente la composizione sociale; la semplificazione estrema, se non la vera e propria banalizzazione, non solo della rappresentazione politica ma anche dello stesso lessico della politica; la focalizzazione del discorso pubblico intorno alla figura e all’azione del “capo” politico. 

Tutte le accezioni della cosiddetta «variante populista» sono attraversate da queste caratteristiche e da queste pulsioni: ora, il populismo che si è definito «gentile» e che potrebbe, più precisamente, essere identificato come populismo comunitario, sensibile alle diseguaglianze sociali, ostile agli eccessi del capitalismo nelle sue diverse manifestazioni, incline alle questioni della solidarietà, dell’inclusione e della convivenza; ora, il populismo che si è evocato come «aggressivo» o, per meglio dire, populismo identitario, oggi declinato nei termini del moderno nazionalismo popolare o del sovranismo, della reazione identitaria, delle comunità chiuse e delle piccole patrie, della competizione radicale e della diffidenza sociale, finanche con marcati tratti isolazionisti e xenofobi. 

La disamina che sviluppa la ricerca di Lucarelli è molto attenta a indicare le differenze e prospettare il giusto inquadramento delle questioni: analizza, piuttosto che giudicare; riflette, anziché escludere; e con questo indirizzo è in grado di individuare alcune tendenze che, pure interne alle moderne modalità di espressione della variante comunitaria del populismo, lanciano tuttavia una sfida che è necessario raccogliere al fine di aggiornare, per un verso, e arricchire, per l’altro, la cosiddetta «funzionalità democratica». 

In uno dei passaggi-chiave del libro, ripreso anche da Silvio Gambino, «in linea di principio, la democrazia del pubblico non si oppone alla rappresentanza, ma piuttosto alle sue patologie di funzionamento e al concetto che la sovranità popolare non possa esaurirsi nei meccanismi e nella procedura della delega» laddove, in particolare, il “populismo democratico” «almeno nei suoi aspetti fisiologici, non è radicale e tende a trovare una sintesi tra le differenti dimensioni della democrazia, esprimendo esigenze di politica attiva, diffusa e partecipata. Un fenomeno che ha quale obiettivo l’effettiva attuazione della Costituzione». 

Si è detto più volte, a tal proposito, di una lettura, al tempo stesso, costituzionalmente fondata e costituzionalmente orientata, nell’analisi della questione democratica e della crisi della rappresentanza. È questo infatti il terreno di sfida che l’odierna insorgenza populista propone e che l’analisi di Lucarelli ha il merito di ribadire: da un lato, il populismo, nelle sue odierne varianti, come espressione o manifestazione di esclusione dei corpi sociali e di degenerazione della rappresentanza istituzionale (e, più complessivamente, della odierna crisi della rappresentanza democratica, in diversi Paesi, tra cui l’Italia, tra l’altro, ormai più che ventennale); dall’altro, la democrazia, come formazione irriducibile alle regole del gioco e all’esercizio della delega, come capacità progressiva di promuovere diritti e inclusione e di facilitare una sempre più solida associazione delle masse popolari e delle loro specifiche composizioni sociali all’esercizio effettivo della direzione politica. 

Posta in questi termini, l’analisi che l’Autore conduce ha il merito di segnalare con chiarezza i termini della questione e, al tempo stesso, di consentire una ulteriore riflessione, anche «al di fuori del testo»: che la democrazia non è un insieme di rituali e procedure formali, ma un contesto di pratiche materiali; che la pluralità e la dinamicità delle forme democratiche, anche nei termini più generali della inclusione e della convivenza, non possono generarsi né tanto meno affermarsi in assenza di dinamica sociale e di conflitto sociale; che proprio la crisi della rappresentanza impone la ricerca di prassi più mature e articolate di rappresentazione democratica, nel senso della democrazia materiale, della democrazia sociale, della partecipazione democratica. 

Una prospettiva all’interno della quale i soggetti sociali e le articolazioni politiche, nelle forme plurali delle rappresentanze, diventano cruciali. Come si vede, tutto il contrario della banalizzazione propria della risposta populista. 

 

domenica 15 novembre 2015

Un nuovo spazio di convivenza

Spiridon Ion Cepleanu [CC 4.0] Wikimedia Commons
La spirale guerra-terrorismo, da tempo preconizzata e stigmatizzata dalle forze più avvertite del panorama civile ed intellettuale italiano ed europeo, è entrata prepotentemente nel cuore dell'Europa. E' una spirale che miete morte e distruzione, diffonde allarme e panico nelle nostre strade e nelle nostre città, alimenta a sua volta, come in un perverso corto-circuito, il circolo vizioso dell'isteria xenofoba ed anti-islamica e della reazione poliziesca e sicuritaria. Ciò che va contrastato sono, al tempo stesso, il dilagare del terrorismo, del fanatismo e dell'oscurantismo e la minaccia della regressione della democrazia, dell'inibizione della libertà e della restrizione della convivenza.
 
Il primo pensiero va, naturalmente, alle vittime e a quanti sono stati colpiti nelle stragi di Parigi: 129 morti, 352 feriti, di cui un centinaio, nel momento in cui scriviamo, versano in gravissime condizioni; tra le vittime, 89 solo nella storica sala concerto del “Bataclan”, dove le vittime sono state letteralmente sequestrate, colpite e decimate, una dopo l'altra; mentre, quasi contemporaneamente, altri attentati e nuove morti si consumavano, prima, allo “Stadio di Francia” e alla “Belle Équipe”, e, dopo, al “Comptoir Voltaire” e ad un “Mc Donald's”. Tre commando terroristici, armati e coordinati al punto tale che qualcuno ha riferito dessero l'impressione di essere «commando delle forze speciali», hanno agito in maniera esecrabile e pianificata, colpendo luoghi di socializzazione, non di meno simbolici, per la Francia e per l'Europa.
 
Non è la prima volta che il terrorismo mostra, ferocemente, la propria geometrica capacità di colpire, miscelando brutale violenza ed accurata pianificazione di tattiche militari ed obiettivi politici. Dopo le Torri Gemelle, gli attentati di Londra e Madrid, il massacro di Charlie Hebdo e la strage del Bardo, le bombe contro la più recente manifestazione democratica e pacifista di Ankara, il terrorismo si afferma sempre più come altra faccia della guerra ed apoteosi della violenza, in una spirale che, non casualmente, dopo la strage di Charlie Hebdo e contro il Bataclan che ancora portava in bella vista il suo «Je suis Charlie Hebdo», si scaglia ancora una volta contro la Francia: la Francia della laïcité e delle banlieue in fiamme, la Francia del “multiculturalismo fallito” e delle aggressioni ai Paesi Arabi e del Medio Oriente, Mali, Libia, Siria, in primo luogo.
 
Non solo è necessario reagire al dolore, alla disperazione ed al trauma. E' doveroso rispondere affinché, come tante volte siamo stati costretti a ripetere, mai più luoghi della memoria diventino ancora memoriali di morte e una volta per sempre la spirale della guerra e del terrorismo sia interrotta e spezzata dalla convivenza e dalla reciprocità.
 
Affermare il diritto e la giustizia contro le dinamiche della sopraffazione e la logica del predominio. Realizzare mutualismo e cooperazione che non siano più neo-coloniali ma effettivamente paritari. Concepire la risposta politica e la risposta militare non come reciprocamente intercambiabili, ma come mutuamente escludenti, nella ricerca di soluzioni alle controversie internazionali, e schierarsi senza esitazioni con il dialogo e la politica, contro le armi e la violenza. Inibire il traffico delle armi e il contrabbando che alimenta i signori della violenza e della barbarie.
 
Porsi a fianco delle vittime della guerra e della violenza e rispettare la libertà dei popoli e il diritto alla autodeterminazione, le memorie sociali e culturali che popoli e comunità esprimono in ogni tempo e in ogni luogo. Corpi di interposizione e Corpi di pace, civili, disarmati, nonviolenti, ritiro dagli scenari di guerra e ripristino di condizioni di dialogo, di interazione e di amicizia, verso Sud e verso Est. Sono, troppo spesso, le nostre guerre, i nostri colonialismi e i nostri stereotipi, ad alimentare, da una sponda all'altra del Mediterraneo, miseria, solitudine, rabbia.
 
Un'occasione per confrontarsi su nuove idee di relazione e nuovi spazi di convivenza per la pace si terrà, già il prossimo lunedì 16 novembre, presso la Chiesa del Purgatorio ad Arco, a Napoli, nella conferenza per la Giornata della Tolleranza: www.facebook.com/events/960045054069615 

domenica 11 ottobre 2015

È guerra alla pace

Monumento alla Resistenza di Umberto Mastroianni, Cuneo

La tragedia che si è consumata ad Ankara, capitale della Turchia, sabato scorso, 10 ottobre, è una tragedia di proporzioni gigantesche: per la portata della strage e per la gravità delle sue implicazioni. Il corteo dei dimostranti, in quella che intendeva assumere i contorni di una festa della democrazia e della pace, con un corteo ampio e colorato, aveva appena mosso i primi passi, dato corpo alle prime coreografie, intonato i primi canti, i cori e gli slogan: quando la manifestazione, in quanto tale, è stata fatta oggetto di un devastante attacco terroristico, con due bombe che sono esplose nel cuore del corteo, provocando, secondo gli ultimi dati ufficiali, ben 95 morti e 250 feriti. Lo si è detto all'inizio, una strage brutale di proporzioni colossali.

Il corteo doveva rappresentare il momento saliente di una protesta, nella quale si intrecciano tre grandi rivendicazioni: per la pace, contro la nuova escalation di violenza e la nuova aggressione militare di cui il governo turco si sta rendendo responsabile contro il popolo curdo e le sue legittime rappresentanze politiche; per la giustizia sociale e per il lavoro, per migliori condizioni salariali e contrattuali per tutti i lavoratori nel Paese, a partire dalle categorie più apertamente minacciate dalla crisi e della stretta economica, oltre che dalla riduzione dei diritti e degli spazi di agibilità sindacale, che anche la Turchia sta attraversando; per la libertà sindacale e per la democrazia, alla vigilia di una scadenza elettorale tanto importante quanto gravida di tensioni, quella del prossimo 1 novembre, quando si tornerà al voto per nuove elezioni politiche nel Paese.

La manifestazione era dunque una grande manifestazione per la pace e la democrazia. Era stata convocata dalla DISK (la Confederazione dei Sindacati dei Lavoratori Rivoluzionari), KESK (Confederazione dei Sindacati dei Lavoratori Pubblici), TMMOB (la Camera Turca degli Architetti e Sindacati degli Ingegneri) e TTB (la Camera dei Medici della Turchia). Inoltre, la manifestazione ha visto l'adesione e il supporto, ma anche l'attiva e importante partecipazione dell'HDP (il Partito Democratico del Popolo), EMEP (il Partito del Lavoro) e un ampio numero di partiti, organizzazioni politiche e gruppi sociali, collocati nello schieramento delle forze progressiste. Una manifestazione democratica, politica e sociale, ove si univano, alle rivendicazioni sociali dei lavoratori del pubblico impiego, dei dipendenti pubblici, dei professionisti (in primo luogo medici, architetti e ingegneri, ma, ovviamente, non solo), le rivendicazioni politiche, in primo luogo dell'HDP, che rappresenta oggi la forza emergente nel quadro politico turco.

Nato come partito filo-curdo, espressione dello schieramento democratico delle popolazioni curde nel Paese e strumento politico della storica battaglia per l'auto-determinazione e i diritti nazionali dei curdi in Turchia, l'HDP è oggi in realtà espressione di una composizione etnica e sociale molto più ampia e articolata, non solamente i curdi, ma diverse espressioni dello schieramento di sinistra del Paese, un partito di sinistra, di carattere unitario ed ispirazione progressista, che ha saputo conquistare, nelle scorse elezioni politiche del 7 giugno, il 13 per cento dei voti e 80 seggi in Parlamento, impedendo alla destra dell'AKP di conquistare la maggioranza assoluta ed al suo capo, il presidente della repubblica, Recep Tayyip Erdogan, di realizzare il suo progetto autoritario e presidenzialista.

Come è stato sottolineato da vari osservatori, le dichiarazioni “a posteriori” dello stesso Erdogan (“Condanno questo attentato contro l'unità e la pace nel nostro Paese”), stridono con la condotta tenuta dal suo partito in questa fase di transizione e con la scelta di militarizzare lo scontro nel Kurdistan, ponendo fine ai negoziati quinquennali con le forze politiche curde, avviando una vera e propria campagna militare e terroristica contro le regioni curde, con uno schieramento militare e di polizia senza precedenti nel corso degli ultimi anni. Centinaia sono le vittime di questa campagna di terrore scatenata dal governo nel Sud e nell'Est del Paese e si calcola che siano nell'ordine delle migliaia, tra soldati, poliziotti, guerriglieri e civili (tra cui numerose donne, anziani e bambini) le vittime della campagna di terrore realizzata negli ultimi mesi.

Tale escalation serve anche a militarizzare il “fronte interno”: per riportare alla maggioranza assoluta l'AKP, per bloccare con la violenza la crescita delle formazioni democratiche e progressiste, per riportare l'HDP sotto la soglia del 10%, per impedire a questo partito di superare lo sbarramento ed entrare in forza in Parlamento. Se questo è il disegno criminale delle forze nazionaliste al potere in Turchia, non sorprende, purtroppo, che nove militanti dell'EMEP siano morti nell'attentato, e altri trenta militanti siano stati feriti; non sorprende neanche la dichiarazione del segretario dell'HDP, Selahattin Demirtas, che ha denunciato che le bombe hanno colpito proprio i settori degli attivisti dell'HDP. Quando i ministri dell'Interno e della Sanità del governo turco si sono presentati sul luogo della strage sono stati duramente contestati e respinti dalla folla.

Questo attentato terroristico affianca, dunque, la campagna di terrore scatenata dalla Turchia nel Kurdistan, l'intervento attivo della Turchia a sostegno delle formazioni terroristiche e con compiti di destabilizzazione della Siria, l'attacco, mirato e ripetuto, delle forze della NATO a Kunduz, in Afghanistan, contro il presidio di Medici Senza Frontiere. Non è più sufficiente, oggi, limitarsi ad esprimere il pur necessario dolore e la pur doverosa solidarietà: scendiamo in piazza, denunciamo le complicità, uniamo le voci e gli sforzi contro questa vera e propria “guerra alla pace”. Le forze della pace, della giustizia e della democrazia sono ancora una volta chiamate a dimostrare di essere più forti di quelle della reazione, della violenza e del terrore.

* In foto, il Monumento alla Resistenza dei Partigiani voluto dalla Città di Cuneo e realizzato da Umberto Mastroianni, nella forma di un cristallo/esplosione che guarda in direzione di Boves, città martire. L'opera, iniziata nel 1964, fu ultimata nel 1969, e inaugurata alla presenza di Sandro Pertini, che vi ritornò da Presidente della Repubblica. L'opera, potente ed evocativa, rappresenta, secondo G.C. Argan, un esempio di «poetica della Resistenza»: cuneofotografie.blogspot.it

lunedì 21 settembre 2015

Cosa ci insegna la terza vittoria (in nove mesi) della Sinistra in Grecia

Elections 2012, SYRIZA Rally, Tsipras, flickr: photos/asterios/7000627690


Nessuna intenzione di bypassare analisi articolate e valutazioni rigorose, quanto mai opportune e necessarie con i tempi che corrono, all’insegna della ricomposizione della sinistra, almeno in Italia, della rigenerazione di una cultura politica all’altezza della sfida e della fase, per una sinistra, al contempo, non riformista e non socialdemocratica, ma solida e di governo, e della elaborazione di un pensiero e di una pratica innovativi, radicati nella storia ma lanciati verso il futuro. Affrontata su questo terreno, la (terza in nove mesi) vittoria di Syriza, ci parla di molte questioni, del nostro presente e del nostro futuro, molto più che del nostro passato, e, al tempo stesso, della nostra capacità ri-costruttiva e ri-generativa, per almeno dieci questioni:

1. la sinistra radicale greca è la forza maggioritaria: se la vittoria del 25 gennaio aveva consegnato a Syriza oltre il 36% dei voti, la vittoria del 20 settembre conferma a Syriza il voto di circa il 35% degli elettori; la proposta politica di Syriza rimane, dunque, la più credibile e la più efficace;

2. così come non c’era la maggioranza assoluta il 25 gennaio, così non c’è una maggioranza assoluta nel nuovo parlamento eletto il 20 settembre: il compito di fase di Syriza, al di là della formazione di una nuova maggioranza parlamentare, è quello di potenziare ed estendere la rete del suo insediamento civico e sociale, fatto di una diffusa rete di presidi sociali, di solidarismo e di mutualismo;

3. la maturità delle masse popolari greche, come di tutti i soggetti collettivi alle prese con lotte di progresso e giustizia, delle quali sono artefici e protagonisti, ha offerto una significativa prova di sé, premiando il partito che più coerentemente ha lottato contro l’austerità ed il neo-liberismo e più efficacemente ha indicato le tappe delle nuove battaglie contro le degenerazioni del memorandum, per attutirne l’impatto sociale, per tutelare le misure sociali intraprese dal governo, per rinegoziare il debito;

4. più precisamente, non c’è dubbio che la firma del nuovo memorandum abbia generato disillusione e frustrazione (l’affluenza alle urne è intorno al 55%), ugualmente non c’è dubbio che avere perso una battaglia, combattuta soli contro tutti in Europa, e avere dovuto fronteggiare un tentativo di golpe, ordito dalla oligo-finanza internazionale, non significa essere dei “venduti” o dei “traditori”;

5. diffidare quindi, a proposito dei giudizi contro il presunto “venduto” e “traditore”, di chi fa del massimalismo la propria bandiera (tutta ideologica), al punto di rompere il fronte della comune battaglia di governo contro il neo-liberismo: la sinistra scissionista di Unità Popolare è ferma al 3%;

6. è proprio questa vittoria di Syriza, giunta dopo il memorandum e sette mesi di governo della Grecia, a sconfiggere il golpe prolungato tentato dalle oligo-finanze e da Shäuble, e a preparare il terreno per una nuova iniziativa, per rimettere in piedi la Grecia in una prospettiva di giustizia e di solidarietà;

7. ed è ancora questa vittoria di Syriza a segnare uno spartiacque e fare da apripista in Europa: la prima forza politica della sinistra di alternativa che vince, riesce anche a confermarsi al governo; da una parte, quella che Tsipras ha definito la “sinistra che scappa”, una ridotta testimoniale; dall’altra, la “sinistra di governo”, non riformista né socialdemocratica, che si assume le proprie responsabilità e la sfida del governo;

8. occorre quindi rompere il silenzio: quanti, tra i sostenitori più accesi dell’OXI, assistono oggi da spettatori silenti al nuovo successo di Syriza? Non si vince sempre come vorremmo noi, e non sempre le scelte sono fatte a nostra immagine e somiglianza. Individuare il prevalente. Esplorare e fare esplodere le contraddizioni. Non abbandonarsi ai facili entusiasmi ed ai ripiegamenti deprimenti. Forse questa nuova vittoria di Syriza è anche un esame di maturità (per loro, forse; per noi, sicuramente);

9. “preso il governo, non ancora il potere”, ripetevano i compagni greci prima, durante, e, soprattutto, subito dopo, la vittoria referendaria dell’OXI; sappiamo bene che non basta entrare nella stanza dei bottoni, anche perché oggi, soprattutto nel contesto dell’Unione Europea, alcuni di quei bottoni non sono neanche ad Atene (o a Roma, e così via); semmai, occorre continuare a lottare contro “questa” Unione Europea;

10. infine, Alba Dorata è il terzo partito e consolida le sue posizioni presso disoccupati e sotto-proletariato; tocca ancora una volta alla sinistra ed ai comunisti la ricostruzione, al fondo di una egemonia reale, di un blocco storico e sociale, di una unità delle masse popolari, che sappia respingere ogni infiltrazione ed ogni provocazione della destra fascista e razzista, anche – e soprattutto – quando si presenta nella sua tenuta di “legge ed ordine”.

A queste latitudini, che pullulano di populisti e di demagoghi, di destre nazionalitarie e neo-fasciste, un “avviso ai naviganti” di grande attualità.

domenica 23 agosto 2015

Conflitto e Consenso: Appunti per la Sinistra

Verificare la risonanza mediatica prodotta da una iniziativa politica è un esercizio accattivante: se non altro, può servire a fare luce sulla qualità della seconda - l'iniziativa politica - quando non sugli artefici della prima - la risonanza mediatica. Nell'epoca della comunicazione globale, virtuale, interattiva, social, 
qualunque valutazione politica condivisa tende a finire nella sfera pubblica ed alimentare, di conseguenza, il circuito mediatico. L'onda di impatto prodotta dal discorso televisivo con il quale Alexis Tsipras ha annunciato le dimissioni del suo governo e le elezioni anticipate (settembre) ha avuto un effetto di smottamento forse persino maggiore di quello che si sarebbe potuto immaginare.
Soprattutto tra i compagni, a sinistra; o, per meglio dire, in quel campo aperto, vero e proprio cantiere in movimento, dentro il quale si raccolgono le molteplici aggregazioni sociali e politiche che riconoscono il proprio punto di riferimento nei valori della sinistra (eguaglianza e giustizia sociale, centralità del lavoro, vocazione, nazionale e internazionale, alla pace, alla convivenza pacifica, alla amicizia tra i popoli) ed in cui si muovono progetti ed iniziative per riguadagnare alla sinistra il “terreno perduto”, quello dell'organizzazione unitaria e della presenza di massa.
Qui, tra i compagni, scorrendo post e mail, blog e social, le reazioni, visibilmente disparate (e, in qualche caso, disperate), si raccolgono sommariamente in due categorie macro: quella dei “traditi” e quella dei “disillusi”. Da una parte, si rispolvera con banale (e preoccupante) rapidità una categoria che sembrava essere bandita, se non dalla storia, per lo meno dal lessico del movimento operaio, quella del tradimento. La tesi, cioè, che, dopo il varo del programma di Salonicco, la vittoria elettorale del 25 gennaio e l'insediamento del primo governo della sinistra nella storia recente della Grecia, Syriza abbia tradito: abiurato il programma elettorale, svenduto il profilo ideologico formando il governo con il sostegno della destra nazionalitaria, tradito il mandato referendario (lo storico OXI del 5 luglio) con la stipula del terzo, pessimo, Memorandum con le istituzioni europee ultimato appena poche settimane fa (lunedi 10 agosto).
Dall'altra, si precipita con noncuranza (e approssimazione) l'intera azione politica di Syriza al rango della sinistra moderata, una socialdemocrazia tra le altre, uno Tsipras degno di andare a braccetto con un Renzi, o poco ci manca. In questa versione, la scissione da Syriza della sua Piattaforma di Sinistra, che si presenterà alle elezioni di settembre con una propria formazione politica (Unità Popolare), della quale però non faranno parte, da quanto si apprende, né Yannis Varoufakis, né Zoe Kostantopolou, non solo viene salutata con entusiasmo, ma persino proposta come la strada maestra, per la purezza ideologica, contro le nefandezze della mediazione e via computando. Ovviamente, la vicenda politica greca è complessa e difficile, è naturale, di conseguenza, che le onde del riverbero siano molteplici e variegate, e possano perfino sommarsi e rifrangersi.
Sorprende, con amarezza, tuttavia, non tanto la protervia massimalista di chi antepone la purezza ideologica alla sfida politica sul terreno di massa (cioè, detto diversamente, la lettera scarlatta al difficile binomio di “conflitto” e “consenso”, l'uno insieme con l'altro), quanto soprattutto l'incapacità, per dirla in termini letterari, di leggere il “testo” (il fatto politico del Memorandum e l'esito dei negoziati con i cosiddetti “creditori internazionali”) prescindendo completamente dal “contesto” (rappresentato dall'egemonia tedesca sulla unione monetaria e dalla moneta unica, con la sua regolazione politica, come vero e proprio dispositivo mercantilista di comando).
Il contesto è quello che aveva prodotto le condizioni per, nell'ordine: l'uscita della Grecia dall'euro alle condizioni imposte da Shaeuble e dall'establishment tedesco (il tracollo sistemico della Grecia); il prestito-ponte ed una nuova negoziazione europea al posto del piano di ri-finanziamento triennale da 86 miliardi (il collasso economico della Grecia); un volume di almeno 80 miliardi, quasi la metà dell'intera ricchezza della Grecia, di asset da privatizzare allocati in Lussemburgo (la svendita del Paese senza colpo ferire). Ora, è chiaro che il Memorandum è pessimo e l'esito del negoziato ha rappresentato una sconfitta per la sinistra greca; è altresì evidente, alla lettura del testo sullo sfondo del suo contesto (quello vero, non quello che avremmo voluto), che non vi erano alternative praticabili (praticabili) molto migliori, ma molte sicuramente peggiori.
Nelle stesse parole di Tsipras, con estrema e sincera sintesi: "Non abbiamo avuto l’accordo che abbiamo voluto prima delle elezioni di gennaio. Non abbiamo neppure affrontato, però, la reazione che ci eravamo aspettati. In questa battaglia abbiamo fatto concessioni. Ma abbiamo raggiunto un accordo che, date le circostanze prevalentemente negative in Europa, e dato che abbiamo ereditato dal governo precedente l’assoluto aggancio del paese alle condizioni dei memorandum, era il migliore che si poteva ottenere. Ora, siamo obbligati a rispettare l'accordo sottoscritto, ma, contemporaneamente, a dare la battaglia per ridurre al minimo le conseguenze negative".
D'altro canto, un'azione di governo è un'azione di sistema: può cambiare il volto di un Paese, può orientarne la rotta in senso conforme agli interessi, ai desideri e ai bisogni delle masse popolari, può modificarne la collocazione nello scenario regionale, continentale e internazionale. Il governo di Syriza, è bene ricordarlo, non è solo quello di un golpe subito del quale sono state evitate le precipitazioni più catastrofiche; ma è anche quello di un disegno riformatore, non rivoluzionario, diverso e avanzato. Ancora con Tsipras: "Ci avevano chiesto l'abolizione immediata delle pensioni EKAS, la privatizzazione della rete elettrica e della “DEH - Enel”. Queste cose non le abbiamo accettate.
"Avevano chiesto l'applicazione immediata della clausola per il deficit zero per i fondi integrativi dei pensionati. Nell'accordo vi è un riferimento esplicito alla ricerca di misure equivalenti e siamo pronti a questa battaglia. Anche il ritorno dei contratti collettivi e la fine dei licenziamenti collettivi nel settore privato sono tra i nostri obiettivi e penso che raggiungeremo anche questi. I licenziamenti nel settore pubblico sono ormai alle spalle e sono tornati i custodi nelle scuole, le donne delle pulizie e il personale amministrativo nelle università. Negli ospedali non c'è più il ticket dei 5 euro, mentre va avanti la procedura per assumere 4.500 medici ed infermieri, assolutamente necessari, attraverso un concorso pubblico. Non dimentichiamo che abbiamo concordato avanzi primari ampiamente inferiori di quelli del governo precedente".
È questa una lezione per la sinistra? Sicuramente sì, ma non nel senso di chi predica rivoluzioni in casa d'altri, senza intanto fornire risposte e strumenti praticabili (praticabili) al proletariato in casa propria per migliorare le proprie condizioni di vita e di lavoro; semmai, nel senso di attrezzare un percorso, insieme politico e sociale, anche in vista delle scadenze dell'autunno, per riguadagnare alla sinistra italiana il terreno di massa su cui sperimentare la rinnovata dialettica di "conflitto e consenso".

sabato 18 luglio 2015

Venezuela e Grecia: sulla stessa barricata

www.rifondazione.it

Il Presidente della Repubblica Bolivariana del Venezuela, Nicolas Maduro, ha tenuto la puntata n. 34 del programma “Contacto con Maduro”, presso il Liceo Andres Bello, a Caracas. Mi è molto cara questa annotazione, avendo avuto l'occasione e l'onore, nell'ambito di una missione di solidarietà e di interscambio nel Venezuela Bolivariano e Socialista, nel 2010, di incontrare e stringere un protocollo di intesa proprio con questo, prestigioso e pionieristico, liceo. 

Durante la trasmissione del programma radiofonico e televisivo, Nicolas Maduro ha tirato le conclusioni del II Congresso Nazionale dell'Organizzazione Bolivariana degli Studenti e delle Studentesse (OBE), al quale più di un migliaio di portavoce degli studenti e delle studentesse delle scuole superiori a livello nazionale hanno partecipato, condividendo e scambiando idee e pratiche, sulle problematiche della scuola, le condizioni degli studenti e delle studentesse, il contributo, innovativo e originale, delle forze studentesche all'avanzamento della Rivoluzione Bolivariana.

Questo evento, così significativo, partecipato, importante, si è svolto a cavallo tra il 12 e il 14 luglio, anniversario della presa della Bastiglia e della Rivoluzione Francese in Europa, momento in cui gli studenti delle scuole superiori hanno presentato le proposte da loro condivise e formulate per contribuire allo sviluppo e all'avanzamento del Venezuela. Nell'occasione, con il proprio discorso alla platea studentesca e giovanile, Nicolas Maduro non si è soffermato, tuttavia, solo sulla vicenda nazionale, ma ha immediatamente allargato la prospettiva all'intera situazione internazionale, in particolare europea, con un riferimento assai significativo ed estremamente pertinente alla Grecia.

“Tutta la nostra solidarietà al popolo greco: è terribile quello che l'Unione Europea ha fatto. Tutta la nostra solidarietà al primo ministro Alexis Tsipras, che è stato sottoposto a una pressione brutale; si dovrebbe solo essere nei panni di Alexis Tsipras per sapere quali sembianze abbia il volto del nuovo fascismo finanziario che ha ricattato la Grecia dicendo: "Firma, o ti uccido". Ciò che hanno fatto la Banca Centrale Europea e il Fondo Monetario Internazionale, non ha nome, e noi non possiamo stare in silenzio, siamo a fianco della Grecia, il Venezuela Bolivariano è al fianco del popolo greco”.

“Il capitale finanziario europeo ha imposto una dittatura feroce e misure insopportabili per la Grecia. Hanno punito la Grecia perché la Grecia ha votato NO al neoliberismo”. Perciò, Maduro ha espresso “tutta la nostra comprensione e tutta la nostra vicinanza al premier Tsipras, nel bene e nel male, siamo con Tsipras e con il popolo greco”. Le misure imposte “cercano di saccheggiare la Grecia, depredarla, annullare i diritti sociali, devastarla e succhiarle il sangue, per cinque anni. Nessuno ricorda che alla Germania è stato condonato il debito di guerra, una guerra di cui è stata responsabile e che ha distrutto l'Europa, mentre oggi non intende condonare il debito della Grecia”.

Maduro ha poi proseguito: “Ciò che viene deciso oggi in Grecia, non riguarda solo la Grecia, si sta decidendo il futuro dell'Europa stessa e di gran parte di ciò che accadrà all'umanità nei prossimi 10, 20, 30 anni, in questo modo lo vediamo dal Venezuela”. Questo dimostra che il modello capitalista e predatorio “è esaurito, è alla fine del suo tempo, lo diciamo dalla America Latina”. Ed oggi il Venezuela, insieme con i Paesi dell'ALBA, continua la propria battaglia contro il modello neo-liberale e la guerriglia economica, la devastazione, il sabotaggio, la sottrazione criminale di generi di prima necessità, nel tentativo di affamare il popolo, la guerriglia mediatica di bugie e dis-informazione contro le autorità e contro il popolo del Venezuela, gli argomenti di quella medesima dittatura, oligarchica e finanziaria, che il neoliberismo, statunitense ed europeo, cerca di imporre ai popoli che alzano la testa ed oppongono la propria dignità al ricatto del capitalismo finanziario.

Venezuela e Grecia, oggi, sulla stessa barricata. 

martedì 14 luglio 2015

Non si chiama capitolazione; si chiama golpe.

Bundesarchiv, Bild 101I-164-0368-14A / Jesse / CC-BY-SA

“Preparati” dall'Euro-gruppo sabato 11 luglio, i lavori dell'Euro-summit, durato 18 ore, a cavallo tra il pomeriggio di domenica 12 luglio e lunedì 13 luglio, nel sostanziale accordo di tutti i governi dell'area euro, hanno imposto alla Grecia la linea neoliberista più ottusa, sostanzialmente eversiva, ispirata dal governo tedesco e dalla Bundesbank. Nel documento dell'Euro-gruppo, vale a dire della riunione dei Ministri delle Finanze dei 19 Paesi della moneta unica (Euro-zona), vengono imposte condizioni radicali alla Grecia, del tutto inaccettabili ed inattuabili, pena una autentica catastrofe politica e sociale, con una violenta recrudescenza dell'austerità, che si sarebbe, ancora una volta, scaricata sui ceti deboli e le classi popolari, e una vera svendita del patrimonio pubblico del Paese.

Vi si prevede, a garanzia della nuova linea di finanziamento e della copertura delle rate debitorie, la collocazione separata di asset pubblici greci, per un valore non inferiore agli 80 miliardi di euro, in un fondo separato, fuori dal territorio nazionale (Lussemburgo); l'imposizione di misure draconiane e di un ferreo controllo internazionale, da parte delle istituzioni finanziarie, su tutte le misure intraprese dal governo greco, anche con effetto retroattivo; e, infine, la possibilità, formalmente regolata, in caso di inadempienza anche parziale nel conseguimento dei risultati previsti, di imporre l'uscita unilaterale ed esclusiva della Grecia dall'area euro per un periodo di cinque anni. Su tale documento, tuttavia, non è stato conseguito l'accordo, dal momento che non si è registrata l'unanimità tra i ministri finanziari dell'area euro, e questo è il motivo per il quale il documento è stato sottoposto, in bozza, ai lavori del successivo Euro-summit.

A quest'altezza, dunque, al netto del fatto che tali imposizioni eversive non abbiano conseguito l'unanimità dell'area euro, è importante sottolineare il mandato politico che esse hanno istruito: la posta in gioco era chiaramente messa nei termini, dettati in primo luogo dalla Germania e dai suoi più stretti alleati, gravitanti nell'area nominale del marco tedesco e in quella che era e resta l'area di mercato tedesca (Slovacchia, Polonia, Repubbliche Baltiche, Olanda e Finlandia, il cui parlamento ha addirittura, con voto finale, negato al governo finlandese la autorizzazione a negoziare un nuovo piano di finanziamento per la Grecia, il che implicherà, nelle prossime settimane, un nuovo ricorso al voto parlamentare, per nulla scontato) della svendita del patrimonio greco, della limitazione della sovranità politico-economica del Paese e della più stretta morsa monetaristica e liberistica sul Paese, pena la sua unilaterale e rovinosa fuoriuscita dall'euro.

Questo è il punto di partenza e il contesto di riferimento all'interno del quale si svolge il negoziato, che, come si è detto, è durato 18 ore, nell'ambito dell'Euro-summit, vale a dire il vertice dei capi di governo di Paesi Euro. Le 18 ore di negoziato e la strenua resistenza da parte delle autorità greche producono un testo che è, evidentemente, molto peggiore del “piano Tsipras”, ma anche molto diverso da quel vero e proprio documento di “capitolazione unilaterale” che le istituzioni avevano prodotto in sede di Euro-gruppo. Nel documento finale del Summit, approvato all'unanimità e con il quale si avviano le procedure parlamentari e si gettano le basi per una nuova linea di finanziamento per la Grecia, vengono sostanzialmente radicalizzate tutte le proposte, contenute nel piano Juncker, in merito alla revisione del sistema pensionistico, alla riforma dell'IVA, alla ridefinizione del sistema del lavoro (contratti e licenziamenti), e alle privatizzazioni, con la collocazione di asset pubblici in un fondo nazionale, che sarà tuttavia sotto il controllo del governo greco e il monitoraggio delle autorità internazionali, basato in Grecia, per una valore totale non di 80 ma di 50 miliardi di euro (25 per la ricapitalizzazione del sistema bancario, 12.5 per il debito e 12.5 per gli investimenti).

Viene inoltre imposto un crono-programma di approvazione parlamentare, con le quattro misure prioritarie da approvare entro il 15 luglio e il successivo stock di misure entro il 22 luglio, quale presupposto all'erogazione di un nuovo, canale di finanziamento, pari a 82 miliardi in tre anni, per alleggerire l'onere debitorio e rilanciare gli investimenti produttivi. Si tratta, in sostanza, di un “terzo memorandum”, che non ha nulla a che vedere con il Programma di Salonicco, si situa in piena continuità con le misure odiose del precedente governo Samaras, ma evita alla Grecia sia la strozzatura economica e finanziaria (che avrebbe determinato il crollo dell'intero sistema bancario e l'abbattimento dell'intero welfare state), sia la capitolazione politica e istituzionale (che, a ben vedere, rappresentava il vero obiettivo, soprattutto della Germania). Ora, se le misure economiche del piano rappresentano una radicalizzazione delle proposte negoziali, il carattere eversivo del pacchetto imposto alla Grecia si mostra in due passaggi del testo: il ritorno del monitoraggio da parte delle istituzioni finanziarie sulle misure in discussione e il ripristino della legislazione concordata, con le autorità europee e il FMI, anche in campo pubblico e sociale. Si è consumato, insomma, in sede europea, un vero e proprio golpe bianco, attraverso l'asfissia economica della Grecia, ispirato dalle autorità tedesche, ma a cui nessun Paese europeo s'è opposto.

Lo scenario che adesso si apre assume pertanto caratteri ultimativi: la radicalizzazione dello scontro imposta alla Grecia è anche una risposta politica al referendum greco e segna un vero e proprio salto di qualità nella strategia eversiva dei poteri forti del neoliberismo finanziario; questo salto di qualità mette profondamente in discussione la possibilità di una relazione paritaria tra Paesi sovrani all'interno della Euro-zona e indica la sostanziale impossibilità di politiche socialmente avanzate o adeguatamente redistributive all'interno della Euro-zona vigente; lo stesso diktat della Germania apre malumori e contraddizioni, riconsegnando questo Paese ad alcune delle pagine più tragiche della sua storia e riaprendo la porta a spettri catastrofici del passato. Per Syriza si apre ora lo scenario plausibile, con il mandato istituzionale all'approvazione delle misure indicate, di salvaguardare, quanto più sia possibile, l'unità del partito e delle masse popolari e consolidare tutte quelle misure che possano alleggerire le pesanti condizioni di vita delle classi popolari e del proletariato greco e, in conseguenza del mutato scenario interno e, soprattutto, internazionale, indire elezioni anticipate, consolidando la propria egemonia ed inibendo le strumentalizzazioni e lo sciacallaggio, interno e internazionale (da Alba Dorata al Front National, dalla Lega Nord ai Cinque Stelle, in Italia), imbastiti sulla vicenda. Nella ridda di dichiarazione, spesso sconclusionate, delle ultime ore, vale la pena riprendere le note di Pierre Laurent, Presidente della Sinistra Europea:

«Un accordo che è un compromesso è stato trovato … dai capi di stato della zona euro. Questo accordo scarta lo scenario della “Grexit” e l'asfissia finanziaria della Grecia, voluti da Schaeuble e Merkel, che fino all'ultimo hanno tentato la messa sotto tutela integrale della Grecia, la negazione della sua sovranità, la sua sottomissione alle potenze finanziarie, la sua vendita pezzo per pezzo. Se è stato firmato un accordo, è grazie al coraggio del primo ministro greco. Per la prima volta, un capo di governo ha avuto il coraggio di affrontare le potenze dominanti che pensano che tutto gli è permesso in Europa. Il sostegno del suo popolo non ha cessato di aumentare da gennaio per questa ragione... Alcune delle concessioni fatte sono state imposte all'ultimo minuto. Non dimentichiamoci che questo è avvenuto sotto la minaccia e dopo due settimane di chiusura delle banche.

Il governo greco ha fatto una scelta responsabile, quella di permettere prima di tutto la stabilità finanziaria sostenibile del Paese e l'investimento per l'occupazione e la riconversione produttiva del Paese. Il debito sarà riscaglionato e i tassi di interessi rinegoziati. Alexis Tsipras ha confermato l'intenzione di addossare gli sforzi maggiori sui greci più ricchi e di proteggere le classi popolari. La BCE deve immediatamente decidere la riapertura dei rubinetti per le banche greche. L'Europa vive momenti storici. Le pressioni e le umiliazioni subite da Alexis Tsipras e dal popolo greco durante tutto il week-end sollevano delle difficili questioni per tutti noi, per il futuro stesso della cooperazione nella zona euro. La lotta per l'uguaglianza, il rispetto della democrazia, la solidarietà, la riconquista del potere sulla finanza deve proseguire. Si tratta di una questione essenziale per un futuro solidale nell'Unione Europea. Tutti gli Europei hanno interesse ad amplificare il loro sostegno a questa battaglia e le loro lotte contro l'austerity nel proprio Paese. Invito tutte le forze democratiche e di sinistra a lavorare insieme ad un progetto comune per fare uscire l'Europa della tempesta liberista».

lunedì 6 luglio 2015

Cinque cose che ci insegna il NO della Grecia

facebook.com/napolicontsipras

In queste ore, all'indomani dello strepitoso successo dell'OXI - NO - al referendum greco contro l'austerity neoliberista e le ricette delle autorità finanziarie, fiumi d'inchiostro vengono versati per “leggere” il risultato, tradurlo nelle proprie “lingue” nazionali, interpretarne le conseguenze.

Molte analisi, di parte democratica e progressista, “da sinistra”, sono convergenti e convincenti: la linea, del resto, è stata tracciata proprio da Tsipras e da Syriza, che non solo hanno ispirato la rotta del governo greco, ma anche fornito la chiave di lettura, per quello che si è mosso sinora e, in prospettiva, per quello che si muoverà nei prossimi giorni. Non si è trattato di un referendum contro l'Unione Europea (da non confondere con l'Europa, per piacere) o contro l'Euro, anzi, semmai, di un referendum per un'altra Unione Europea, non dominata dalle oligarchie finanziarie e dall'egemonia tedesca, ma come vera unione dei popoli europei, basata su una democrazia effettiva e operante.

Si è trattato di un referendum contro l'ultimatum imposto dai cosiddetti “creditori internazionali” al governo greco; vale dire, un referendum contro le misure, imposte alla Grecia, in primo luogo, dal Fondo Monetario, dall'Eurogruppo e dal governo tedesco (conservatori e socialdemocratici, in Germania, governano insieme, bene ricordarlo), tutte coerenti con l'approccio monetaristico, tecnocratico e neo-liberista dell'attuale direzione politica dell'Unione Europea. In Grecia, il 65% degli aventi diritto si è presentato alle urne e l'OXI - NO - ha vinto “a valanga”, sfiorando il 62%, con punte superiori al 70% nelle regioni a più forte insediamento popolare e di classe, più povere. Da Maastricht in avanti, la prima sconfitta “sul campo” del neo-liberismo europeo. Un NO storico.

Un NO che insegna, se è vero ciò che abbiamo richiamato sin qui, almeno (ma soprattutto) 5 cose:

1. L'ordine neo-liberale imposto dai Trattati e dall'egemonia tedesca e delle oligarchie finanziare, si può sconfiggere. Il “neo-liberismo” non è un destino naturale, un compimento auto-evidente, un esito della storia; né tanto meno la “fine della storia”. La vulgata neo-liberista che ci hanno imposto come una vera e propria cappa ideologica, cornice dominante, espressione dell'odierna articolazione dei rapporti di forza e dell'attuale composizione delle classi dirigenti europee, può essere sconfitta. In Grecia, con il NO, È Stata Sconfitta. Si apre la strada impervia della prospettiva dell'altra Europa.

2. Le masse popolari possono fare la storia: anzi, fanno la storia. Partecipazione ai seggi, esito del voto, risultato persino al di là delle previsioni, propaganda attiva per il sì non solo della Germania, ma addirittura della Commissione Europea e di tutte (tutte) le tecnocrazie comunitarie, terrorismo psicologico, politico e mediatico e manipolazione delle informazioni e, perfino, dei sondaggi, non hanno prodotto l'esito da “lorsignori” auspicato. Le masse popolari e le forze progressive hanno resistito e hanno vinto. È un passaggio storico che apre una prospettiva inedita, segnata dalle masse.

3. La “sinistra” si ri-appropria della sua “parola”. La vittoria del NO segna infatti uno spartiacque chiaro: intanto tra europeismo democratico ed anti-europeismo demagogico (non si votava contro l'Unione Europea e contro l'Euro) e quindi più profondamente tra la sinistra della democrazia, della solidarietà tra i popoli e della giustizia sociale in Europa e la destra del razzismo, della divisione tra i popoli e dell'egoismo individuale. È evidente la differenza tra chi ha condiviso, sin dall'inizio, la battaglia di Syriza in Grecia (e, domani, di Podemos in Spagna) e chi ha cercato solo di trarne beneficio nella politichetta nazionale. Contro le destre e le socialdemocrazie, rinasce la Sinistra.

4. Il mondo è molto più ampio del suo margine europeo. Dal primo momento, e a maggior ragione nel corso delle trattative, Syriza ha aperto porte e finestre ad un europeismo ed un internazionalismo di tipo nuovo: rifiutando le imposizioni della Trojka, ripudiando le sanzioni europee contro la Russia, aprendo un dialogo inedito con la Russia e la Cina, ridando freschezza e spessore alla parola “Mediterraneo”, dialogando con Venezuela e LatinAmerica, ispiratori di progresso e giustizia sociale.

5. Eppoi Tsipras è un “ragazzo di Genova”, si è venuto formando, politicamente, come tanti di noi, anche con il movimento dei Social Forum e l'altermondialismo, rappresenta per la mia generazione la conquista del campo della politica delle istanze della trasformazione. Siamo come ad un nuovo inizio.

sabato 4 luglio 2015

Mille piazze per la democrazia: un grande OXI

"Atene chiama, Napoli risponde": www.facebook.com/napolicontsipras

Qualcuno sottolinea i richiami “storici” del suo discorso, quelli che rimandano alla Grecia dov'è nata la democrazia, dove la “polis” si è formata, dove una forma di “potere del popolo” è stata, per la prima volta, sperimentata. Ed oggi gli occhi di tutta Europa tornano sulla Grecia e la Grecia, con il suo referendum, ha già conseguita la sua vittoria, perché la decisione del popolo, in un senso o nell'altro, non potrà essere ignorata, se non al prezzo di una violazione del patto democratico europeo, troppo grave per passare sotto silenzio e troppo lacerante per immaginare, anche soltanto, che non produca conseguenze, distruttive, destabilizzanti.

Qualche altro rimarca i richiami al “coraggio”, alla “determinazione”, alla “gioia”: con tutte quelle parti del suo discorso in cui invita il popolo greco a resistere, a dismettere l'abito del timore e della paura, a non cedere alle minacce e alle intimidazioni, ai ricatti e agli ultimatum, a rigettare e respingere la campagna di odio e di divisione del popolo, di paura e di vero terrorismo politico che le oligarchie, la finanza, i poteri forti del neoliberismo, interno ed europeo, hanno suscitato; segnando, al contempo, con il suo discorso, un vero e proprio spartiacque, tra la sinistra, della democrazia e della speranza, dell'Europa dei popoli e della solidarietà, e la destra, anti-solidale e anti-europea, indifferente ai destini dei popoli e dei lavoratori d'Europa, così affine, nella sua demagogia, alla propaganda delle tecnocrazie liberiste, che minacciano l'uscita della Grecia dall'euro e dalla stessa Unione Europea, in caso di vittoria dell'OXI - NO - al referendum popolare.

Qualche altro, infine, si spinge a richiamare precedenti illustri, definendo Alexis Tsipras uno “statista”, sottolineando il carattere, al tempo stesso, patriottico e solidale, mai corporativo o sovranista, del suo discorso, rievocando persino, per quel passaggio sulla democrazia da portare avanti e sulla paura da sconfiggere, la figura di Salvador Allende, colui che, con il suo tentativo di costruzione del “socialismo nella democrazia”, avrebbe suscitato panico ed eversione nel campo della destra e della oligarchia, ed avrebbe, al tempo stesso, ispirato, una generazione dopo, i percorsi di solidarietà ed emancipazione che si sarebbero incarnati nel processo per il socialismo del XXI secolo. Non a caso, dall'Ecuador, dal Venezuela, da Cuba in primo luogo, non sono mancati attestati di appoggio al popolo greco e alla sinistra al governo in quel Paese, a sostegno del NO all'ultimatum delle oligarchie, per un governo democratico dell'economia e del Paese.

Abbiamo avuto modo di seguire in diretta il discorso di Alexis Tsipras dalla storica Piazza Syntagma di Atene, davanti ad una folla di decine, centinaia di migliaia di persone, anche da Napoli, dove il corteo popolare, animato da oltre cinquemila persone, partito da Largo Enrico Berlinguer, ha concluso il suo percorso nella Piazza del Plebiscito, dove un altoparlante per gli oratori e un mega-schermo per la diretta, hanno consentito di combinare e comporre voci e colori di questa spettacolare prova di democrazia. Una occasione di partecipazione vera, entusiasta, popolare, che ha stabilito una connessione reale non solo con Piazza Syntagma, ma con le altre circa cento piazze italiane collegate in diretta, tra di loro e con Atene, e con le  decine e decine di mobilitazioni che, in tutta Europa, hanno portato migliaia e migliaia di persone in piazza, per questa vera e propria “primavera” della democrazia europea. Non c'è stato praticamente Paese in Europa, che non abbia alzato la sua voce a sostegno di Syriza, del popolo greco e del suo OXI: basta anche solo scorgere, per un'idea, la mappa interattiva.

Niente a che vedere, dunque, con le strumentalizzazioni anti-europee delle varie destre demagogiche, alla Salvini e Grillo, in Italia, all'Alba Dorata o Front Nationale, in Europa: non si tratta di un referendum “contro”, ma di un referendum “per”, un OXI  - NO - all'austerity e al neoliberismo delle tecnocrazie europee e dell'egemonismo tedesco, non contro l'euro e contro l'Europa, ma per un'altra direzione economica, per un'altra prospettiva di sviluppo e per un'Europa dei suoi popoli, della “democrazia nella solidarietà”. Nelle parole di Tsipras: «L'Europa che abbiamo conosciuto, l'Europa con i suoi valori fondativi, non ha niente a che vedere con tutto ciò che stiamo subendo. Oggi a quest'ora tutta l'Europa ha gli occhi su di voi, sul popolo greco, sui tre milioni di poveri e su tutti i disoccupati. Oggi tutto il pianeta ha gli occhi su Piazza Syntagma, sulle piccole e grandi piazze della nostra patria, sul luogo dove la democrazia è nata. Ridiamo un'altra occasione alla democrazia per farla tornare in Europa, perché l'Europa possa tornare ai suoi valori fondativi, che per tanti anni non ha applicato e ha costretto i popoli a fare scelte che vanno contro la loro volontà».

Da due giorni, campeggia, sul Palazzo del Municipio di Napoli, uno striscione con un messaggio chiaro: Napoli è con la Grecia, «l'Europa si costruisce con i suoi popoli». Ancora con Tsipras: «Nessuno ha il diritto di minacciare che taglierà la Grecia fuori dal suo luogo naturale, nessuno ha il diritto di minacciare che dividerà l'Europa. La Grecia - la nostra patria - è, è stata e rimarrà la culla della civiltà europea. Da questo luogo, qui, dice la mitologia, Zeus ha rapito Europa. Ora i tecnocrati vogliono di nuovo portare via Europa. Noi diciamo no, non lasceremo l'Europa nelle mani di quanti vogliono rapirla dal suo passato democratico, dai valori della solidarietà e del rispetto reciproco». Napoli, con tutta l'Italia e tutta l'Europa democratica, sarà ancora in piazza, domenica prossima, partecipando e condividendo la mobilitazione del popolo greco.

giovedì 2 luglio 2015

Napoli con il popolo greco, a fianco di SYRIZA



Napoli è sempre più al centro della mobilitazione con il popolo greco e a sostegno del governo di sinistra di Syriza e di Alexis Tsipras.

Raccogliendo l’appello internazionale per una settimana di mobilitazione in tutta Europa, per affermare la voce e i diritti dei popoli e degli oppressi contro le pretese e i ricatti delle oligarchie e della finanza, Napoli è scesa in piazza sin da subito, lo scorso 30 giugno, quando alcune migliaia di persone hanno animato un presidio di solidarietà presso la Piazza del Municipio del capoluogo partenopeo.

Una manifestazione ricca e plurale, in cui consistente e significativa è stata la presenza delle organizzazioni della sinistra (da Rifondazione Comunista ai Comunisti Italiani, dai comitati de l’Altra Europa a SEL, dalle associazioni politiche, tra cui “Sinistra Lavoro”, e della cittadinanza attiva, dalle forze del sindacalismo conflittuale a diverse realtà di lotta e di movimento, collettivi militanti e reti sociali, antifasciste, antirazziste), ma anche di altre forze politiche, diverse per connotazione e collocazione, che pure hanno fatto della battaglia contro il debito pubblico uno dei loro cavalli di battaglia, come, ad esempio, il Movimento 5 Stelle.

Una presenza significativa, quest’ultima, in piazza; quasi impalpabile, invece, nel successivo appuntamento della settimana di mobilitazione, convocato da reti e collettivi, e tenuto presso l’ex OPG, “Je So’ Pazzo”, a Materdei, quartiere popolare del centro partenopeo, lo scorso 1 Luglio, dove pure si sono radunate decine e decine di persone, ed in cui i compagni e le compagne dello spazio occupato e recuperato, a destinazione sociale e fruizione collettiva, hanno ben saputo introdurre i lavori, animati dalla relazione e dalle conclusioni, dopo l’intenso e appassionato dibattito, da parte di Argiris Panagopoulos, antenna italiana di Syriza.

Netto e preciso il suo messaggio, una vera e propria “lezione di politica” per le realtà del fronte democratico, progressista e rivoluzionario che, in Italia, cercano un nuovo percorso e provano una inedita convergenza.

La netta opposizione di Syrizia, in uno con il popolo greco, a subire il ricatto del debito o ad impegnare le proprie risorse nel ripagare debito e interessi anziché fare fronte alle primarie necessità e ai fondamentali bisogni della popolazione.

L’importante crescita del consenso popolare intorno a Syrizia, che non solo ha saputo connettersi, sentimentalmente e concretamente, con i bisogni sociali e le aspirazioni universali, di dignità, giustizia e autodeterminazione, del popolo greco, ma ha anche saputo fronteggiare l’assedio con cui, soprattutto, il Fondo Monetario e l’Eurogruppo, hanno tentato di spezzarne la resistenza.

L’esigenza di superare il dualismo tra il “politico” e il “sociale”, trascendendo le divisioni e le incrostazioni del passato e facendo emergere, a partire dalle mobilitazioni popolari e le pratiche di di conflitto e di mutualismo, un nuovo contesto unitario e avanzato per la sinistra politica e sociale.

Il compito di andare avanti, per un grande OXI – NO – al ricatto dell’austerity e alla morsa del debito, con cui disegnare una storia nuova per la Grecia e designare l’opposizione popolare alla costruzione monetarista di questa “Unione Europea”.

Unito a quello di fare di questa battaglia una vera, autentica, battaglia democratica e popolare, in cui ampliare la rete delle alleanze politiche e sociali sul terreno della democrazia e della giustizia sociale, ed attorno alla quale fare vivere l’obiettivo di un’altra economia e di un altro modello di sviluppo; una battaglia nella quale non c’è spazio né per pulsioni sovraniste e nazionalitarie, né per corrosioni qualunquiste o demagogiche, xenofobe o razziste.

Come ha richiamato lo stesso Panagopoulos: «Grillo, scherzi e populismo a parte, in Grecia non si vota per l’euro ma contro l’austerità e per la ricostruzione della nuova Europa dei suoi popoli, democratica, solidale e con una maggiore giustizia sociale. Il governo di Tsipras ha chiuso i CIE, ha dato la cittadinanza ai figli degli immigrati e ha votato una legge per la costruzione di una moschea ad Atene.

«Grillo, in Parlamento europeo i tuoi deputati si trovano proprio di fronte agli europarlamentari di SYRIZA. I tuoi europarlamentari si immischiano – a dir poco – con razzisti e xenofobi e tu stesso hai dimostrato ripetutamente il tuo disprezzo verso gli immigrati.

«Grillo, il popolo greco e Tsipras lottano nelle strade e nelle piazze. Non mandano mail di protesta, organizzano lotte con i lavoratori, i disoccupati, i precari, hanno fatto scioperi con le organizzazioni dei lavoratori, quei sindacati che tu odi profondamente. Tsipras e il popolo del “NO” abbiamo scelto da quale parte stare».

La mobilitazione napoletana per il popolo greco, a fianco di Syriza, continua venerdì, 3 luglio, con presidio e corteo da Largo Enrico Berlinguer (qui). Una nuova occasione democratica, popolare e moltitudinaria, per dire ancora NO al liberismo e alla austerity, e il nostro SI alla autodeterminazione, ai diritti dei popoli e alla giustizia sociale.

martedì 30 giugno 2015

Un “grande NO” per fare la storia

partitoumanista.it/3.0/images/articoli/syntagma12022012
Mai viste reazioni peggiori da parte delle cancellerie occidentali alla decisione greca di indire un referendum popolare per l'accettazione o meno dell'ultimatum dei creditori internazionali, quello la cui imposizione da parte, soprattutto, del Fondo Monetario, ha determinato la rottura del negoziato con la Grecia e la precipitazione della crisi. 

Il Presidente della Commissione Europea, Jean Claude Juncker, ha accusato il governo greco di “populismo”, arrivando a dichiarare perfino di sentirsi “tradito” dal comportamento del premier Alexis Tsipras. Il Presidente dell'Eurogruppo, Jeroen Dijsselbloem, ha lanciato un vero e proprio atto d'accusa contro Tsipras e Syriza, arrivando finanche a contraddire quello che appena tre giorni prima aveva solennemente dichiarato, vale a dire che le porte del negoziato “sono ancora aperte”. Il Presidente del Parlamento Europeo, Martin Schulz, aveva già, a suo tempo, con buon anticipo, definite “stupide” le proposte avanzate dal governo greco; infine, perfino il “piccolo premier” italiano, Matteo Renzi, ha dato man forte alla più recente e vasta controinformazione, avvelenando i pozzi con una dichiarazione palesemente falsa: che il referendum greco sarebbe un referendum “euro contro dracma”. È appena il caso di ricordare che, tra tutte queste vestali del neoliberismo e dell'austerità che ha già distrutto l'economia e impoverito la società greca, gli ultimi tre sono tra i più autorevoli esponenti della socialdemocrazia europea: oggi come – e più – di ieri, vera e propria ancella dei poteri forti, custode dell'ordine neoliberale, tutore delle classi dirigenti europee, fautrici di questa autentica tragedia. 

Allo stesso modo, in maniera del tutto simmetrica e contraria, mai sentita replica più azzeccata a questo vero e proprio assedio dei poteri forti contro la Grecia, il suo governo e il suo popolo: «Buffo - ha spiegato Yanis Varoufakis, ministro greco delle finanze - quanto suoni radicale il concetto che sia il popolo a decidere». Centra il punto della questione aperta tra i creditori e le agenzie finanziarie internazionali e uno stato sovrano, la Grecia, in merito al contenuto e alla gittata della trattativa fatta fallire dal Fondo Monetario e dai creditori: non una questione di numeri, economica, ma una questione di sostanza, politica. Come si vede dal confronto tra l'ultima proposta avanzata dal governo greco e la contro-proposta presentata dalle istituzioni internazionali, infatti, vi era il margine per una negoziazione sui “valori assoluti”: gli obiettivi di avanzo primario (surplus) erano stati fissati rispettivamente all'1%, al 2% e al 3% per gli anni fiscali 2015, 2016 e 2017; le soglie di tassazione sul valore aggiunto (IVA) erano state fissate al 6%, al 13% e al 23%, sebbene non si fosse raggiunto l'accordo sulle tipologie di servizi da collocare nelle rispettive fasce; l'innalzamento dell'età di pensione a 67 anni a partire dal 2022 e il contenimento dei prepensionamenti, su cui la trattativa verteva sulla tempistica della riformulazione; l'incremento dei contributi sanitari, l'innalzamento della tassa sulle imprese di fatturato maggiore, l'estensione della tassa sui beni di lusso, in una forma di patrimoniale rivista, la riduzione delle spese per la difesa.
 
È stato soprattutto il Fondo Monetario a determinare la rottura delle trattative: imponendo che la riforma del welfare venisse supervisionata dalle autorità internazionali, in primo luogo dalla Banca Mondiale (quando il superamento del regime di supervisione da parte della Trojka era stato posto sin dall'inizio come condizione della trattativa); imponendo una cosiddetta “modernizzazione della griglia salariale nel pubblico impiego” (che è semplicemente un modo raffinato per intendere il taglio degli stipendi e, in prospettiva, delle pensioni, nel pubblico impiego, vale a dire una delle linee rosse poste dai negoziatori greci “a monte” della trattativa); rifiutando (mai successo in precedenti analoghe trattative) tutte le proposte complementari avanzate da parte greca per il conseguimento degli obiettivi di bilancio e (perfino contro i “suggerimenti interessati” provenienti dagli Stati Uniti e da alcuni esponenti della Commissione Europea) qualsiasi ipotesi di ristrutturazione del debito greco. Nero su bianco: qui.
 
È chiaro che la traiettoria negoziale seguita dal Fondo Monetario e dai suoi più fedeli alleati (i vertici dell'Eurogruppo, della Bundesbank, del governo CDU-SPD della Germania) non intendeva portare ad un accordo, che presuppone una mediazione, bensì ad una resa dei conti tra due visioni opposte della direzione politica ed economica: pur di non darla vinta al primo governo di sinistra, progressista e anti-austerity, dentro l'Unione Europea, hanno scelto di rompere il negoziato, precipitare la crisi, isolare un Paese membro. Il Fondo Monetario e l'Unione Europea hanno finalmente fatto cadere la loro maschera, di agenti politici e, perfino, ideologici del “sistema”, piuttosto che “istituzioni condivise”. Nella loro propaganda raccontano di panico ai bancomat di Atene (che non c'è mai stato) e nascondono le manifestazioni popolari di massa a sostegno dell'OXI al referendum (con decine di migliaia di persone di fronte al Parlamento di Atene).

La storia greca, patria della democrazia europea e ispiratrice di grandi momenti di coscienza e autodeterminazione, è segnata dal NO: ogni anno si festeggiano le Giornate del NO (OXI, in greco) in ricordo della grande opposizione del popolo greco all'ultimatum di guerra, inizio della resistenza greca contro l'invasione nazi-fascista (28 ottobre 1940). Il fascismo aveva promesso di “spezzare le reni” ad Atene; il suo “μεγάλο Oχι”, il “grande NO” segnò l'inizio di una resistenza che avrebbe consegnato al fascismo una sconfitta bruciante. Il 29 giugno, in Piazza Syntagma, ad Atene, si sono raccolte 20 mila persone; lo stesso Alexis Tsipras, la sera stessa, ha spiegato che la vittoria del NO riguarda lo svolgimento della trattativa e il piano dei creditori, non, evidentemente, l’uscita della Grecia dalla Unione Europea. È chiaro che la vittoria del NO rappresenterebbe la prima manifestazione esplicita, popolare e democratica, di opposizione all'ordine neo-liberista imposto dall'Unione Europea e dalle autorità internazionali. Sarebbe, per la prima volta in Europa, una sconfitta “sul campo” per il neoliberismo e una spinta propulsiva a rivedere l'attuale costruzione dell'Unione Europea stessa.
 
Un “grande NO”, come 75 anni fa, per fare la storia.

lunedì 9 marzo 2015

Una proposta democratica e antifascista per l'Ucraina

Conferenza internazionale, il 12 Marzo, a Napoli
 

La recente, e tuttora in corso, crisi ucraina può costituire un “caso di studio” singolare, sul modo come, nell'epoca della comunicazione in 140 caratteri e del dominio informatico dei media, odierna intersezione di guerra di “quarta” e “quinta” generazione, vengono letti le guerre e i conflitti e ricostruiti i fatti e le tendenze.
 
La guerra ucraina, molto più di altre vicende recenti e con qualche analogia, per alcuni aspetti, solo con la guerra del Kosovo del 1998-1999, rappresenta un formidabile esempio, da questa parte di quella che fu la “cortina di ferro”, di narrazione ideologica, in cui i fatti vengono accuratamente selezionati, le motivazioni proditoriamente nascoste, persino lo scenario dei fatti e dei protagonisti ampiamente mistificato. Torneremo dopo sulle analogie con l'aggressione imperialistica alla Serbia e la guerra del Kosovo. Conviene, sin dall'inizio, focalizzare gli elementi-chiave della tragedia ucraina, in modo da consentire un ordine alla lettura degli eventi, una precisazione dello scenario ed anche una qualche accuratezza nella ricostruzione dei fatti.
 
L'Ucraina non è nuova a sollevazioni di piazza come quelle che l'hanno accompagnata nel corso dell'inverno 2013-2014 e che sono poi culminate nel febbraio 2014: la più recente, tra quelle la cui eco perdura nella attualità, ha finito persino per assurgere a “paradigma” dell'insurrezione per la “libertà” e la “democrazia”, quando la cosiddetta “rivoluzione arancione” (2004) di Jushenko e Tymoshenko portò alla ribalta un nuovo potere (neo-liberale e filo-atlantico) e si concluse con una disfatta, dal momento che la sostituzione delle oligarchie al potere del Paese non soddisfece le aspirazioni che pure aveva suscitato e non concorse ad alcun miglioramento del regime di democrazia e di libertà di cui pure si erano riempiti gli slogan e le bandiere.
 
Il successivo ritorno al potere (2010) della frazione antagonista della borghesia dominante e delle oligarchie locali, insieme con i propri interessi materiali e le proprie ricadute territoriali, avrebbe dovuto di per sé mettere, una volta per tutte, in chiaro la fragilità e la delicatezza degli equilibri di potere in Ucraina: che è, al tempo stesso, uno “stato-limes”, a crocevia tra Oriente ed Occidente; uno “stato diviso”, tra una parte occidentale - a maggioranza ucrainofona e storicamente vicina all'Europa Centrale - ed una parte orientale russofona, storicamente legata alla Russia e ai suoi interessi; e uno “stato cuscinetto”, neutrale, non aderente alla NATO e “di fatto” non allineato, non avendo completato il proprio percorso di adesione all'Unione Euro-asiatica che invece vede già ad uno stadio avanzato altri Paesi ex sovietici, come la Russia, la Bielorussia e il Kazakistan, pur ospitando l'Ucraina, nella penisola di Crimea, una significativa presenza militare russa (Sebastopoli in Crimea, dove, dopo il golpe di Euro-Majdan, la maggioranza della popolazione ha votato largamente, in un referendum popolare tenuto il 16 marzo del 2014, per la confederazione alla Russia).
 
La stessa ricostruzione della insurrezione di “Euro-Majdan” svela la “falsa coscienza” dei circuiti occidentali legati all'Unione Europea e alla Alleanza Atlantica: è difficile leggere questa insurrezione, se non in alcune sue parti iniziali, come una sollevazione per la “libertà” e la “democrazia” nel Paese, essendo stata scatenata dalla mancata conclusione di un accordo negoziale che avrebbe dovuto portare l'Ucraina ad aderire non ad un semplice “Accordo di Associazione” con l'Unione Europea, bensì ad un “Accordo Globale Strutturato di Libero Scambio”, per la stipula del quale le cancellerie europee avevano tuttavia imposto alle autorità ucraine la liberazione immediata di Yulija Tymoshenko, colei che era stata una delle protagoniste della sollevazione arancione, poi salita al potere ed incriminata per corruzione, malversazione e abuso d'ufficio.
 
Si intravedono dunque, sin dall'inizio, tutti gli elementi che avrebbero determinato la precipitazione della crisi ucraina: le tensioni legate al suo avvicinamento verso l'Unione Europea e l'Alleanza Atlantica, lo scontro di potere interno con la questione etno-linguistica sullo sfondo e pronta ad esplodere (anche perché “economicamente strutturata”, dal momento che circa il 20% della produzione industriale del Paese è basata nell'Est russofono), le intromissioni interessate e le ingerenze esterne che avrebbero non solo configurato una grave violazione della sovranità ucraina ma anche un potente detonatore all'esplosione della crisi successiva.
 
In questa cornice, la “sollevazione di Majdan” diventa ben presto il “golpe di Euro-Majdan”: continui finanziamenti europei ed occidentali per sostenere la lunga durata della sollevazione; continui interventi in piazza di autorità e funzionari europei e nord-americani per sobillare la sollevazione e, finanche, incalzare la caduta del governo legittimo, e, infine, la vera e propria organizzazione militare della protesta con battaglioni dell'ultra-destra nazionalista e “banderista” (con aperte simpatie naziste, a partire da “Svoboda”, la cui denominazione originaria era quella di “Partito Nazionalsocialista di Ucraina”) a organizzare l'assalto ai palazzi del potere. Il resto è cronaca recente: il parlamento sotto schiaffo della sollevazione, la messa in stato di accusa ed il rovesciamento del governo legittimo allora in carica, l'avvento al potere di una nuova oligarchia, inquietante, un misto di neoliberismo e neofascismo in veste ucraina, nel cuore dell'Europa.
 
L'assalto, il 2 Maggio, alla Casa del Sindacato ad Odessa, ad opera di “Settore Destro”, altro gruppo neo-nazista nell'Ucraina attuale, è la pagina più tragica di questo scenario. Non solo per il suo portato simbolico, nel pieno della crisi ucraina e dello svolgimento militare che ha interessato le regioni centro-orientali del Paese, a cavallo tra due “luoghi” particolarmente simbolici della storia di questo Paese e di tutte le realtà democratiche, quali il Primo Maggio della Festa dei Lavoratori e delle Lavoratrici e il 9 Maggio della Festa della Vittoria, nella quale tutte le popolazioni ex-sovietiche celebrano la vittoria contro la barbarie nazista. Ma anche per il suo portato materiale, quello di una vera caccia all'uomo, culminata in una aggressione spietata che ha messo a ferro e fuoco l'intero Palazzo dei Sindacati e colpiti a decine i democratici e gli antifascisti che vi si erano rifugiati, dando corso ad una vera mattanza, segno plastico della barbarie che ha profondamente allignato fin dentro le stanze del potere a Kiev, sin dalla destituzione di Janukovich e subito prima delle presidenziali del 25 maggio che avrebbero sancito la presa del potere di Poroshenko e Jatseniuk.
 
Non che la violenza, nell'Ucraina del dopo-Majdan, si esprima solo in termini politici e militari, piuttosto essa si sviluppa in maniera altrettanto catastrofica sul terreno strutturale e culturale, come dimostrano l'apertura del nuovo governo, alle prese con il precipizio economico, l'inflazione galoppante e il crollo della valuta locale, ai piani di “aggiustamento strutturale” del Fondo Monetario Internazionale che minacciano di ripetere, in terra ucraina, gli esperimenti già compiuti in altri Paesi, portati al collasso materiale ed al depauperamento sociale; e come attestano le prime “iniziative” promosse dal governo golpista, dalla messa al bando del Partito Comunista di Ucraina, per ora sospesa in attesa di pronunciamento da parte delle autorità giudiziarie locali, peraltro, a loro volta, costantemente in tensione e sotto minaccia, fino alla proposta di mettere al bando, con una più recente proposta di legge “liberticida” e “maccartista”, la stessa “ideologia” comunista, nella propaganda e nei simboli, nella stampa e nelle effigi, nella sua divulgazione e diffusione.
 
Si tratta di colpi destinati ad incidere profondamente nel tessuto sociale e culturale di un Paese complesso, che, come si è detto, si regge su equilibri che sarebbe sbagliato ritenere “assicurati” una volta per tutte e su un retaggio della storia lungo e incisivo, portato dalla sua collocazione geografica e strategica, che porta tutte le popolazioni russofone a guardare, oggi molto più di ieri, all'indomani delle ingerenze euro-atlantiche e della aggressione militare sulle province orientali, molto più a Mosca che a Kiev. Quando, tra le iniziative liberticide ed ultra-nazionaliste, promosse dal governo golpista, vi è stata quella di minacciare direttamente ogni istanza di autonomia proveniente dalle regioni orientali e, perfino, di mettere al bando l'insegnamento e l'uso della lingua russa come lingua co-ufficiale sull'intero territorio nazionale, la reazione non poteva che essere decisa e la risposta non poteva mancare di manifestarsi prontamente, come poi è accaduto appieno.
 
Prima ancora delle ragioni geo-politiche, che determinano gli interessi russi e sono alla base dell'orientamento ufficiale russo nella vicenda ucraina, sono state infatti queste minacce alle libertà e ai diritti, in particolare nei confronti delle popolazioni del Donbass, ad avere fatto, letteralmente, precipitare la situazione. La guerra, lunga e sanguinosa, che ha opposto per quasi un anno l'esercito lealista, espressione del governo golpista con le sue milizie ultra-nazionaliste, tra i cui i famigerati battaglioni Azov e altri gruppi paramilitari di feroce ispirazione neo-nazista e “banderista”, contro le milizie autonomiste, variamente denominate “separatiste” (nei media occidentali) o “terroriste” (nella propaganda di regime), è stata una guerra perdurante e complessa proprio per questo sovrapporsi ed affastellarsi, sovente magmatico e complesso, di ragioni e di interessi.
 
Una guerra singolare, “vecchia” e “nuova” nello stesso tempo: non un classico esempio di guerra “per procura”, essendo profondamente locali le ragioni della contrapposizione (al netto dell'intervento statunitense e russo, in termini di equipaggiamenti e forniture alle contrapposte fazioni, e, nel caso occidentale, anche di consiglieri e di istruttori militari direttamente impegnati sul campo); ma anche, allo stesso tempo, una guerra, come non si vedeva da tempo, pienamente dispiegata su un nitido “campo di battaglia” e terminata con una netta vittoria sul campo, la campagna di Debaltsevo e la rovinosa sconfitta delle forse lealiste e golpiste.
 
Solo per alcuni aspetti, si diceva all'inizio, la campagna del Donbass mostra analogie con la guerra del Kosovo: da una parte, un'istanza di auto-determinazione che, a differenza del caso kosovaro, non si è concretizzata sulle armi dell'imperialismo (nessuna KFOR-NATO da queste parti) e che pure, di conseguenza, sembra possibile comporre sul terreno negoziale, alla luce degli Accordi di Misk-2; dall'altra, un nuovo tentativo per la NATO, dopo gli eventi balcanici, di ridefinire la sua capacità di proiezione e condizionamento e di aggiornare la nota teoria del “containment” e del “roll-back”, in chiave anti-russa, di antica memoria.
 
Oggi, a un anno di distanza dagli eventi di Majdan e alla vigilia degli svolgimenti attesi degli Accordi di Minsk-2, una prestigiosa conferenza internazionale, ospitata a Napoli, offre l'occasione per una riflessione puntuale ed un approfondimento di merito. Il convegno, dal titolo «Ucraina: ieri, oggi e ...domani? Per una proposta democratica e antifascista», promosso dalla Associazione “Russkoe Pole” con il supporto del CSV Napoli e del Comune di Napoli, è in programma giovedì 12 marzo, alle ore 16.00, presso la Sala “Giorgio Nugnes” nel Palazzo di Via Verdi del Comune di Napoli, alla presenza di Irina Marchenko, Ekaterina Kornilkova, Svetlana Mazur, Gianmarco Pisa (IPRI-Rete CCP), Francesco Santoianni (Rete Nowar Napoli), Carmine Zaccaria (WARP) ed Arnaldo Maurino, presidente della Commissione Educazione del Comune.