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sabato 5 aprile 2025

La bandiera jugoslava, memoria collettiva della liberazione europea.

Jugoslavia – Bandiera

Dichiarazione della Rete Internazionale Antifascista riguardo ai simboli della Liberazione a Gorizia

L’Istituto Rete Internazionale Antifascista (RIA), costituito nel dicembre 2024 da esponenti sloveni, croati e italiani, rappresenta un’associazione volontaria, autonoma e senza fini di lucro che riunisce persone fisiche e giuridiche impegnate nella salvaguardia della verità storica, nella preservazione della memoria della lotta antifascista e nella valorizzazione degli ideali della guerra di liberazione nazionale. La nostra fondazione risponde all’esigenza di mobilitare sia la comunità accademica che l’opinione pubblica per la tutela dei valori e dell’eredità dell’antifascismo nel contesto contemporaneo, contrastando la preoccupante proliferazione di manifestazioni d’odio, intolleranza e tentativi di revisione della realtà storica.

La RIA esprime profonda preoccupazione in merito alla recente controversia sulle bandiere jugoslave esposte presso uno storico edificio di Corso Verdi a Gorizia. Desideriamo pertanto illustrare i dati storici relativi a tali simboli e sottolineare l’importanza di preservare una memoria storica autentica e fedele. Le bandiere jugoslave, presenti come elemento costitutivo di un’installazione artistica in prossimità dell’80° Anniversario della Liberazione di Gorizia, rappresentano un simbolo legittimo in memoria dei combattenti del IX Korpus che liberarono la città dall’occupazione nazifascista. Tali vessilli non costituiscono meramente un emblema politico, bensì attestano una presenza storicamente documentata a Gorizia durante la liberazione del maggio 1945, configurandosi come parte integrante del patrimonio antifascista europeo.

Risulta inquietante osservare il revisionismo storico selettivo che si manifesta attraverso un duplice metro di giudizio nell’interpretazione dei simboli storici. Mentre si sollevano polemiche sulla presenza delle bandiere jugoslave, simbolo della liberazione, si accettano acriticamente i simboli di formazioni quali la Decima MAS – unità collaborazionista la cui cooperazione con la Germania nazista è ampiamente comprovata. La documentazione storica attesta in modo inconfutabile come tali unità abbiano partecipato attivamente all’annessione del territorio del Litorale al Terzo Reich nel settembre 1943 ed all’esecuzione di rastrellamenti che condussero, tra le altre conseguenze, alla deportazione della maggioranza della comunità ebraica goriziana nei campi di concentramento nazisti. 

I dati statistici testimoniano la tragica portata di tali eventi: dei 201 membri della comunità ebraica residenti a Gorizia prima dell’attuazione delle leggi razziali, soltanto 12 sopravvissero alla fine del conflitto. I fatti storici relativi alla liberazione di Gorizia emergono con chiarezza dalle fonti primarie. Alla lotta di liberazione nazionale presero parte sia gli antifascisti sloveni che quelli italiani. Nel IX Korpus della XXXI Divisione operarono attivamente brigate italiane, tra cui la 156ª Brigata “Bruno Buozzi”, la 157ª Brigata “Guido Picelli” e la 158ª Brigata “Antonio Gramsci”. Questa collaborazione internazionale nella lotta antifascista costituisce il fondamento dell’identità europea contemporanea e dei valori che la sostanziano.

La bandiera jugoslava con la stella rossa rappresenta un simbolo riconosciuto a livello internazionale della resistenza antifascista ed è parte integrante della memoria collettiva della liberazione europea. Essa si pone sullo stesso piano di tutti gli altri vessilli delle forze alleate che sconfissero il nazismo e il fascismo. Sotto tale bandiera combatterono non soltanto i popoli jugoslavi, ma anche numerosi antifascisti italiani, che vi riconobbero un emblema di resistenza contro il totalitarismo. Il periodo postbellico europeo si è edificato su un’inequivocabile matrice antifascista. I documenti fondativi dell’integrazione europea esprimono con assoluta chiarezza l’impegno a scongiurare la reiterazione degli orrori storici perpetrati dal fascismo. L’antifascismo non costituisce una mera opzione politica, bensì il consenso fondamentale delle società democratiche da cui è scaturita l’identità europea contemporanea.

Nell’analizzare il recente episodio di Gorizia e il contenuto della lettera aperta del collettivo Agorè, che illustra il contesto storico del ritrovamento e dell’esposizione delle bandiere jugoslave, sollecitiamo un’interpretazione degli eventi storici fondata su basi scientifiche. L’esposizione delle bandiere, rinvenute nell’ex edificio del Municipio di Gorizia e parte documentata del patrimonio storico goriziano, costituisce una legittima forma di preservazione della memoria collettiva. L’autentica convivenza tra i popoli, che dovrebbe incarnarsi nella Capitale Europea della Cultura GO!2025, può radicarsi esclusivamente in un confronto onesto con la storia, rifuggendo da ogni relativizzazione o, peggio ancora, esaltazione dei regimi totalitari e dei loro collaboratori. In questo contesto, risulta profondamente contraddittoria la decisione della giunta comunale di Gorizia che, nel novembre 2024, ha confermato la cittadinanza onoraria a Benito Mussolini conferita cento anni prima – un atto in aperta antitesi con i principi antifascisti su cui si fondano sia l’Europa che la Repubblica Italiana, nonché con i valori di inclusione e dialogo interculturale proclamati da GO!2025.

In un’epoca in cui l’Europa affronta la recrudescenza di movimenti neofascisti, l’adesione alla verità storica e ai valori antifascisti assume un’importanza ancora più cruciale. “Mai più guerra” e “Mai più fascismo” non rappresentano semplici slogan, ma un impegno concreto verso le generazioni future affinché le tragedie della storia non abbiano mai a ripetersi.

Per la Rete Internazionale Antifascista
Jadranka Šturm Kocjan

Fonte: https://www.informatrieste.eu/ts/blog/polemica-sulle-bandiere-jugoslave-esposte-nello-storico-edificio-di-corso-verdi-a-gorizia

lunedì 6 novembre 2023

Combattere fascismo, nazismo, neonazismo

MichaelBueker, Antifascist graffiti on a building in Sarajevo, CC BY 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=9432612


Lo scorso 3 novembre 2023 la Terza Commissione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha esaminato, tra le altre, la bozza di risoluzione intitolata “Combattere la glorificazione del nazismo, del neonazismo e altre pratiche che contribuiscono ad alimentare le forme contemporanee di razzismo, discriminazione razziale, xenofobia e l’intolleranza a essi legata” (doc. A/C.3/78/L.7).

Introducendo la bozza di risoluzione, il rappresentante della Federazione Russa ha ricordato che le Nazioni Unite sono state create, dopo la vittoria nella Seconda guerra mondiale, proprio all’indomani della vittoria sul nazismo, per garantire che i tragici eventi della storia non avessero a ripetersi mai più. L’Assemblea Generale aveva già adottato un analogo testo nel 2005; tuttavia, come ricordato dal rappresentante della Federazione Russa, negli ultimi venti anni, le questioni che quella risoluzione aveva sollevato non solo non sono state adeguatamente affrontate ma sono addirittura peggiorate.

Non si riducono, nel mondo, fenomeni ed episodi che indicano un incremento dell’islamofobia, della cristianofobia e dell’antisemitismo; alcuni Paesi hanno iniziato a distruggere memoriali e monumenti commemorativi istituiti per ricordare e celebrare coloro che hanno combattuto il nazismo; in diverse città europee non mancano casi di iniziative, manifestazioni e marce neonaziste. In questo contesto, come dichiarato, «l’approvazione del documento non è solo un nostro dovere nei confronti di coloro che hanno creato le Nazioni Unite, ma è un nostro dovere nei confronti delle generazioni future».

Risulta assai significativa, in negativo, la dichiarazione di voto resa, a nome dell’Unione Europea, dal rappresentante della Spagna, il quale ha affermato che la lotta contro le moderne forme di “ideologie estremiste” costituisce la ferma priorità dell’UE. In essa riecheggia la posizione istituzionale dell’Unione Europea stessa, che, dietro la retorica propagandistica del contrasto alle opposte “ideologie estremiste”, ha finito per approvare un documento ufficiale, in sede di Parlamento Europeo, che incredibilmente equipara comunismo e nazismo, esprimendo, come è scritto in quella risoluzione, «posizione unanime contro ogni potere totalitario, a prescindere da qualunque ideologia».

Il rappresentante intervenuto a nome della UE ha poi proseguito sostenendo che «con il pretesto della lotta al nazismo, la Federazione Russa ha riportato gli orrori della guerra nel continente europeo». Una tesi fin troppo abusata e sconfessata, almeno da chi ben ricorda chi, dopo la fine della “guerra fredda” ha effettivamente riportato la guerra nel cuore dell’Europa, nel contesto del ciclo di guerre nei Balcani, gli Stati Uniti e la NATO con l’aggressione alla Jugoslavia e i massicci bombardamenti su Belgrado (1999). Un caso eclatante, come ebbe a ricordare Danilo Zolo, di «militarismo umanitario, che merita [...] di essere criticato sul piano teorico e contrastato sul terreno politico».

Tornando alla bozza di risoluzione, due commenti interessanti sono stati rilasciati dai rappresentanti di Indonesia e Israele.

Il rappresentante di Israele ha affermato che il capitolo più oscuro della storia del popolo ebraico – la Shoah – deve servire come prova di quanto gli esseri umani possano degradare quando seguono tali - il riferimento è al nazismo e al neonazismo - perverse ideologie, lanciando un allarme sull’attuale aumento dell’antisemitismo in tutto il mondo, con cifre che hanno raggiunto un incremento del 500%.

Il rappresentante dell’Indonesia (il Paese a maggioranza islamica più popoloso al mondo e, al tempo stesso, un Paese profondamente multietnico con oltre 400 gruppi etnici e oltre 700 lingue e dialetti parlati) ha riconosciuto l’allarmante escalation di incidenti alimentati dall’odio, dall’islamofobia e dalla cristianofobia; ha sottolineato l’urgenza di una presa di posizione collettiva contro il flagello del razzismo e dell’estremismo; ha quindi stigmatizzato la politica del “doppio standard”: «è impossibile ignorare l’evidente disparità nel modo in cui affrontiamo i casi di aggressione e di violazione dei diritti umani nel mondo», in riferimento alla guerra scatenata il 7 ottobre dal governo di Israele contro la popolazione palestinese, azioni che «portano il marchio dell’apartheid». Dunque, il “doppio standard” per cui «l’aggressione viene condannata selettivamente in base a chi la scatena anziché al fatto che si tratta di aggressione» mina la credibilità degli sforzi per promuovere la pace e i diritti.

Molto importante poi l’intervento da parte del rappresentante di Cuba che ha sottolineato che gli atti di violenza contro le minoranze etniche e religiose, come manifestazione di nazismo e neonazismo, sono in aumento anche in Paesi come gli Stati Uniti, così come vanno condannati l’apartheid e il genocidio in corso ad opera di Israele contro la popolazione palestinese.

Il testo della risoluzione, infatti, condanna tutte le manifestazioni e le espressioni di glorificazione e di promozione del nazismo, tra cui anche espressioni quali graffiti e disegni, talvolta perfino sui monumenti dedicati alle vittime della Seconda guerra mondiale; esprime allarme per l’uso di internet e dei social media da parte di gruppi estremisti per reclutare nuovi membri e per diffondere messaggi di odio e discriminazione, riconoscendo altresì che la rete può e deve essere usata anche per contrastare gruppi e attività naziste e neonaziste; condanna inoltre qualsiasi negazione della Shoah, nonché qualsiasi manifestazione di violenza contro persone sulla base dell’etnia o della religione.

La bozza di risoluzione (A/C.3/78/L.7) “Combattere la glorificazione del nazismo, del neonazismo e altre pratiche che contribuiscono ad alimentare le forme contemporanee di razzismo, discriminazione razziale, xenofobia e l’intolleranza a essi legata” ricorda «gli orrori della Seconda guerra mondiale e sottolinea a questo proposito che la vittoria sul nazismo nella Seconda guerra mondiale ha contribuito a porre le condizioni per la creazione delle Nazioni Unite», e che «il neonazismo non è solo la glorificazione di un movimento del passato, ma un fenomeno contemporaneo legato a un solido interesse nella promozione della disuguaglianza razziale e connesso ad un forte investimento volto a ottenere un ampio sostegno per le sue false affermazioni di superiorità razziale».

Esprime inoltre allarme per «la diffusione in molte parti del mondo di partiti politici estremisti, movimenti, ideologie e gruppi di carattere razzista o xenofobo, compresi i neonazisti e i gruppi skinhead, e per il fatto che tale tendenza ha portato all’attuazione di misure e politiche discriminatorie a livello locale o nazionale»; e sottolinea che «anche quando i neonazisti o gli estremisti non partecipano formalmente al governo, la presenza all’interno dei governi di ideologi di estrema destra può avere l’effetto di introdurre nell’attività di governo e nel discorso politico le stesse ideologie che rendono il nazismo, il neonazismo e l’estremismo così pericolosi».

Tra le proposte, la risoluzione «incoraggia gli Stati a sviluppare e realizzare piani d’azione nazionali per l’eliminazione del razzismo, della discriminazione razziale, della xenofobia e dell’intolleranza ad essi correlata, con l’obiettivo, tra l'altro, di monitorare il fenomeno del nazismo, del neonazismo e della negazione della Shoah, così come le celebrazioni commemorative del regime nazista, dei suoi alleati e delle organizzazioni ad esso affiliate o correlate»; inoltre «incoraggia gli Stati ad adottare misure adeguate, anche in ambito legislativo ed educativo, in conformità con gli obblighi internazionali in materia di diritti umani, al fine di prevenire il revisionismo rispetto alla Seconda guerra mondiale e la negazione dei crimini contro l’umanità e dei crimini di guerra commessi durante la Seconda guerra mondiale; invita inoltre gli Stati ad adottare misure per garantire che i sistemi educativi sviluppino i contenuti necessari per fornire una accurata rappresentazione dei fatti storici, oltre a promuovere la tolleranza e altri principi internazionali in materia di diritti umani».

La Terza Commissione ha dunque adottato la bozza di risoluzione con 112 favorevoli, 50 contrari e 14 astensioni. I 50 Paesi contrari a “Combattere la glorificazione del nazismo, del neonazismo e altre pratiche che contribuiscono ad alimentare le forme contemporanee di razzismo, discriminazione razziale, xenofobia e l’intolleranza a essi legata” sono i Paesi della c.d. comunità occidentale, l’asse euro-atlantico e i suoi (non numerosi) alleati: Stati Uniti, Canada, Ucraina, Gran Bretagna, Germania, Francia, Italia, Spagna, Islanda, Irlanda, Polonia, Estonia, Lettonia, Lituania, Austria, Albania, Belgio, Bulgaria, Danimarca, Grecia, Cipro, Paesi Bassi, Portogallo, Romania, Slovacchia, Slovenia, Finlandia, Croazia, Repubblica Ceca, Svezia, Andorra, Bosnia-Erzegovina, Ungheria, Georgia, Giappone, Australia, Nuova Zelanda, Kiribati, Liberia, Liechtenstein, Lussemburgo, Malta, Norvegia, San Marino, Macedonia del Nord, Monaco, Montenegro, Moldavia, Isole Marshall, Micronesia.


Riferimenti:

Il testo della risoluzione “Combattere la glorificazione del nazismo, del neonazismo e di altre pratiche che contribuiscono ad alimentare le forme contemporanee di razzismo, discriminazione razziale, xenofobia e relativa intolleranza” (A/C.3/78/L.7).

Il testo della risoluzione del Parlamento europeo sulla “Importanza della memoria europea per il futuro dell’Europa” (P9_TA(2019)0021).

Il saggio di Danilo Zolo su “L'intervento umanitario armato fra etica e diritto internazionale”. 
 

domenica 21 agosto 2022

Contro antisemitismo, razzismo, xenofobia


Norbert Nagel, Holocaust Memorial, Berlin, Germany, CC BY-SA 3.0
https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=31746503

Ha destato allarme il rinvenimento di due svastiche scolpite in un blocco del Memoriale degli ebrei assassinati d’Europa a Berlino. Scoperto da un addetto alla sicurezza il 15 luglio scorso, l’evento, di natura antisemita, è tanto più grave perché ha avuto come oggetto un luogo commemorativo, uno dei luoghi della memoria più importanti del continente, il Memoriale degli ebrei assassinati d’Europa, vicino alla Porta di Brandeburgo e non distante dal Bundestag, il Parlamento tedesco. Il memoriale è dedicato ai sei milioni di ebrei assassinati durante la Shoah dalla Germania nazista ed è un luogo particolarmente evocativo, di memoria e dolore. 

Il Memoriale degli ebrei assassinati d’Europa, noto anche, più semplicemente, come Memoriale della Shoah, è dedicato alle vittime ebree, ed è stato realizzato su progetto dell’architetto Peter Eisenman e di Buro Happold. Consiste, essenzialmente, di un vasto spazio di 19.000 mq occupato da 2.711 lastre di cemento, disposte a griglia su un campo in pendenza in modo da dare luogo, tra le file delle lastre, a una sorta di labirinto. Come il labirinto sembra essere, apparentemente, infinito, così le lastre di cemento sono grigie e spoglie e contribuiscono a dare vita a un’atmosfera di spaesamento e di sospensione, di silenzio e straniamento. Il sito ospita anche uno spazio informativo contenente i nomi di circa tre milioni di ebrei vittime della Shoah. 

Le lastre di cemento, che rappresentano altrettante stele commemorative, sono progettate per generare una atmosfera di inquietudine e irrealtà, di spaesamento e ansia, che tuttavia, lungi dal riprodurre semplicemente i connotati della «geometria della paura», intende fornire la rappresentazione di un sistema apparentemente ordinato ma sostanzialmente straniante, grigio e tetro, che rappresenta non solo la perdita di contatto con la ragione, ma, in definitiva, con la vita stessa. Il sito della Fondazione Memoriale per gli ebrei assassinati d’Europa ricorda che l’opera costituisce un approccio radicale al tradizionale concetto di memoriale, anche considerando il fatto che profilo e numeri del monumento non hanno in sé alcuna allusione simbolica. 

Il che non significa, come si comprende, che il sito non possieda una sua, intrinseca e potente, carica evocativa. Molti sono i significati che sono stati associati a questo, che resta uno dei memoriali della Shoah più celebrati in assoluto. Nel percorso tra le lastre, si è continuamente espositi a luce e ombra, il che induce a pensare a un ricordo simbolico della storia precaria e volatile degli ebrei d’Europa. Il percorso attraverso il memoriale, inoltre, corrisponde, di fatto, al tracciato di un labirinto, può generare ansia e claustrofobia, e la sensazione che non sia possibile altra strada che andare avanti. Il pendio discendente che allontana sempre più può quindi rappresentare simbolicamente la graduale escalation della persecuzione da parte del Terzo Reich: all’inizio privati dei diritti ed espulsi dalla società; alla fine definitivamente rimossi dall’esistenza stessa. 

Trattandosi di un vero e proprio labirinto, più ci si addentra tra le lastre del memoriale, più si smarrisce il contatto visibile con il mondo esterno e ci si perde all’interno del percorso. Anche a questo è stato associato un significato simbolico, dal momento che questa alienazione o smarrimento finiscono spesso per ricordare la separazione e la perdita dei propri cari così comuni tra le comunità ebraiche nel corso della Shoah. Non è la prima volta che il Memoriale viene violato da atti vandalici o da eventi di carattere antisemita. Nel 2009 sono state trovate svastiche e scritte antisemite su 12 delle 2.711 lastre di pietra. Nel 2014, il governo tedesco ha annunciato l’intenzione di rafforzare la sicurezza del memoriale dopo che un video diffuso online ha mostrato persone intente a lanciare fuochi d’artificio dalla struttura di cemento la notte di Capodanno. 

È bene ricordare che proprio in tempi più recenti si registra una nuova ondata di antisemitismo in Germania. Il rapporto annuale del governo tedesco sugli sviluppi dell’estremismo rileva un aumento di quasi il 29% dei crimini antisemiti nel 2021 rispetto al 2020. Il rapporto, diffuso dall’Ufficio federale per la protezione della Costituzione, si basa sulle statistiche riportate dall’Ufficio federale di polizia criminale. Complessivamente, nel 2021 sono stati registrati 3.027 incidenti antisemiti, rispetto ai 2.351 del 2020. La stragrande maggioranza è legata all’estremismo di destra, ma è in aumento anche l’antisemitismo di matrice estremista islamica, con 122 incidenti segnalati rispetto ai 26 dell’anno prima. La maggior parte dei crimini sono correlati a dichiarazioni e pubblicazioni illegali, diffuse anche online, ma sono stati registrati anche attacchi a persone e sinagoghe. 

L’estremismo di destra, le azioni criminali e antisemite poste in essere da soggetti e organizzazioni neofasciste e neonaziste, continua, in ogni caso, a costituire la matrice prevalente degli eventi e degli atti di natura antisemita. Su 3.027 casi, ben 2.552 sono stati attribuiti a neonazisti e neofascisti. Di questi, 64 erano costituiti da crimini violenti, inclusi 51 casi di lesioni fisiche. Come ha dichiarato Josef Schuster, capo del Consiglio centrale degli ebrei in Germania, il rapporto sull’estremismo «mostra che la vita ebraica in Germania continua a essere minacciata. E il pericolo più grande viene dal mondo dell’estrema destra». 

Anche per questo, sempre più essenziale diventa allora il nesso, tanto più oggi e in Europa, tra costruzione di società pluralistiche e inclusive, difesa della memoria e dei valori democratici e sociali, tutela dei diritti e della democrazia.

domenica 25 febbraio 2018

Antifascista. Užice, la prima città liberata nell’Europa in guerra.

«Repubblica di Užice» è il nome con cui viene designato il territorio liberato della Serbia occidentale, grosso modo corrispondente ai distretti di Krupanj, Čačak e, appunto, Užice, a cavallo tra la Serbia dell’ovest, la Šumadija e il Sandžak, sotto il controllo del movimento partigiano di liberazione, diretto da Tito, nella stagione compresa tra il 24 settembre e il 30 novembre 1941, nel corso della seconda guerra mondiale. 

Užice fungeva da centro e capitale del territorio, da cui ha tratto la sua denominazione e con la quale è poi passato alla storia. 


Vi si svolse il primo governo partigiano, nel contesto del primo territorio liberato e della prima città libera in Europa, Užice, liberata dall’occupazione nazi-fascista. 

Tuttavia, sotto i colpi dei ripetuti attacchi delle forze di occupazione, passati anche questi alla memoria collettiva con il nome che vi attribuì la storiografia jugoslava, di «Prima Offensiva Nemica», il territorio fu rioccupato e i partigiani costretti a ritirarsi nel Sandžak, in Montenegro e in Bosnia Erzegovina, da dove riorganizzarono poi le proprie file.
 
La Repubblica di Užice non costituiva tuttavia, come si potrebbe immaginare, un territorio omogeneo. Sebbene Užice  fosse la vera capitale della repubblica libera, co-esisteva un altro, marginale, centro di potere di fatto, Požega, per i nazionalisti cetnici, da dove questi ultimi giunsero peraltro a sferrare un attacco ai danni dei partigiani titini, il 1° novembre. Furono respinti e sconfitti.

Il tratto distintivo dell’organizzazione del governo e del complesso della difesa del territorio fu offerto dunque dalle formazioni partigiane, socialiste e titine, che vi hanno poi costituito uno dei nuclei decisivi per la vittoriosa avanzata e il definitivo successo del movimento di liberazione, con i partigiani di Tito come nucleo, grazie soprattutto alla loro organizzazione politica, alla direzione ideologica, all’articolazione sociale e all’amministrazione del territorio e dei servizi.
 
La Repubblica di Užice fu organizzata attorno a una vera e propria rete di comitati popolari di liberazione tra Krupanj, Čajetin, Kosjeric, Arilje, Bajina Bašta, Užice, Čačak. Il Comitato Popolare di Liberazione a Užice fu eletto il 7 ottobre 1941. Il suo programma fondamentale consisteva in tre parole: «Lotta, Libertà e Pane».  

Queste, tradotte in programmi e iniziative per difendere e sfamare la popolazione, furono parole d’ordine decisive, non solo per identificare il carattere della resistenza, ma anche per suggellarne l’orientamento. In seguito, fu nominato un vero e proprio Comitato di Liberazione Nazionale per la Serbia, il 17 novembre 1941, con a capo Dragojlo Dudić, «Eroe della Jugoslavia», e Petar Stambolić, che sarebbe poi diventato Presidente della Jugoslavia, dopo Tito, tra il 1982 e il 1983. 

In sostanza, da un lato la Repubblica di Užice fu il presupposto per il futuro sviluppo, anche istituzionale, del movimento di liberazione jugoslavo; dall’altro, costituiva il primo rimando allo stato multi-nazionale attraverso il potere organizzato in un’area, seppur temporaneamente, liberata, grazie all’eroica mobilitazione nella resistenza, dall’occupazione nazista.
 
Sebbene «effimera», durata meno di tre mesi, la Repubblica di Užice è stata, tuttavia, vitale, dal momento che il Movimento di Liberazione è riuscito a formarvi il suo primo territorio libero e a organizzare strutture e funzioni sociali e produttive. «Užice libera» costituiva pertanto un centro e, per taluni aspetti, un modello della lotta di liberazione in Jugoslavia ed enucleava la leadership del movimento partigiano. 

Vi ripresero a funzionare, sotto la direzione delle formazioni partigiane, le fabbriche del territorio e vi veniva pubblicato il giornale «Borba» («Lotta»), anche questo un giornale storico per la Jugoslavia: era stato il giornale clandestino dei comunisti jugoslavi (aveva visto la luce nel 1922, all’epoca del Regno dei Serbi, dei Croati e degli Sloveni, embrione del futuro Regno di Jugoslavia) e divenne poi il quotidiano comunista dal 1945 sino al 1991.
 
Nel 1941, era attiva a Užice l’unica fabbrica nella parte occupata d’Europa a produrre armi per la lotta contro il fascismo: anche questo aveva un valore politico e simbolico notevole. La Repubblica di Užice fu, a tutti gli effetti, il primo territorio liberato nell’Europa in guerra; Užice la prima città liberata dai partigiani, nell’Europa sconvolta e funestata dalla guerra e dall’occupazione, dal fascismo e dal nazismo. 

Alla fine, la Repubblica di Užice cessò di esistere, dopo l’offensiva della Wehrmacht e la ritirata dei partigiani, il 30 novembre 1941. I partigiani vi subirono una sconfitta, decisiva per le sorti della repubblica, a Kadinjača. Qui sorge un Memoriale, tributo alla eroica resistenza del «Radnički Bataljon», il battaglione operaio. 

Spomenik Kadinjaca, commons.wikimedia.org/wiki/File:Kadinjaca_010.jpg

I partigiani seppero comunque ri-organizzare le proprie file, radunandosi a Foča, in Bosnia: qui, già nel febbraio del 1942, ispirate da uno dei massimi intellettuali e dirigenti della resistenza, Moša Pijade, diedero forma alle «Disposizioni di Foča», che, per la prima volta in modo sistematico, istituivano ed organizzavano l’attività e le funzioni dei comitati di liberazione. Prendeva forma, in quelle pagine, il primo embrione di costituzione della Jugoslavia Socialista. Moša Pijade sarebbe poi diventato, tra le altre cose, presidente dell’Assemblea Federale della Jugoslavia.
 
In occasione del 24 febbraio vale dunque la pena ricordare oggi la mobilitazione del popolo e l’eroismo dei partigiani che hanno combattuto per la libertà dei propri Paesi e la sconfitta della barbarie del nazismo, del fascismo e dell’autoritarismo. Il 24 febbraio si riempiono, nel 2018, le strade di Roma, per ribadire, come indica il testo dell’appello alla mobilitazione «Mai più fascismi», «una risposta umana a tali idee disumane, affermando un’altra visione della realtà, che metta al centro il valore della persona, della vita, della solidarietà, della democrazia come strumento di partecipazione e riscatto», e ricordare che «l’esperienza della Resistenza ci insegna che i fascismi si sconfiggono con la conoscenza, con l’unità democratica … ».
 
Proprio il 24 febbraio, 76 anni fa, esattamente nel 1942, nelle strade della Serbia sotto il tallone della occupazione nazista, veniva fatto prigioniero il giovanissimo partigiano, dal nome poco noto in Occidente, ma anch’egli, sin dal 1949, «Eroe del Popolo della Jugoslavia», Stjepan Filipović. Nato in Croazia nel 1916, trasferitosi sin da piccolo in Serbia, a Kragujevac, capitale dell’industria meccanica del regno, divenne, giovanissimo, operaio; comandante partigiano dal 1941, fu catturato dai nazisti nel 1942 e, condannato all’impiccagione, sul patibolo levò le braccia al cielo, i pugni chiusi ed un grido destinato a diventare slogan e simbolo della resistenza jugoslava e dei partigiani di Tito, «Smrt fašizmu, sloboda narodu!»: «Morte al fascismo, libertà al popolo!». Era stato catturato, come ricordato sopra, proprio il 24 febbraio, del 1942.
 
Spomenik Filipovic, commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=55018863

Il suo grido divenne uno slogan per la Jugoslavia, secondo solo alla celebre espressione di Tito, altro topos della convivenza multi-nazionale dei popoli jugoslavi: «Preserviamo la fratellanza e l’unità come se fossero la pupilla dei nostri occhi». L’esecuzione avvenne nella città di Valjevo, nella Serbia centrale, 70 km. a nord di Užice. 

Valjevo lo ricorda con un monumentale mausoleo, uno dei più significativi «luoghi della memoria» della Jugoslavia, con una toccante iscrizione commemorativa: «Partigiani, comunisti, patrioti, tutti coloro che sono caduti nella lotta contro i fascisti predatori e traditori del popolo. Solo le persone libere camminano in Jugoslavia. Per creare un mondo nuovo, si stagliano di fronte ai secoli, con i loro ideali eroici e socialisti».

lunedì 9 marzo 2015

Una proposta democratica e antifascista per l'Ucraina

Conferenza internazionale, il 12 Marzo, a Napoli
 

La recente, e tuttora in corso, crisi ucraina può costituire un “caso di studio” singolare, sul modo come, nell'epoca della comunicazione in 140 caratteri e del dominio informatico dei media, odierna intersezione di guerra di “quarta” e “quinta” generazione, vengono letti le guerre e i conflitti e ricostruiti i fatti e le tendenze.
 
La guerra ucraina, molto più di altre vicende recenti e con qualche analogia, per alcuni aspetti, solo con la guerra del Kosovo del 1998-1999, rappresenta un formidabile esempio, da questa parte di quella che fu la “cortina di ferro”, di narrazione ideologica, in cui i fatti vengono accuratamente selezionati, le motivazioni proditoriamente nascoste, persino lo scenario dei fatti e dei protagonisti ampiamente mistificato. Torneremo dopo sulle analogie con l'aggressione imperialistica alla Serbia e la guerra del Kosovo. Conviene, sin dall'inizio, focalizzare gli elementi-chiave della tragedia ucraina, in modo da consentire un ordine alla lettura degli eventi, una precisazione dello scenario ed anche una qualche accuratezza nella ricostruzione dei fatti.
 
L'Ucraina non è nuova a sollevazioni di piazza come quelle che l'hanno accompagnata nel corso dell'inverno 2013-2014 e che sono poi culminate nel febbraio 2014: la più recente, tra quelle la cui eco perdura nella attualità, ha finito persino per assurgere a “paradigma” dell'insurrezione per la “libertà” e la “democrazia”, quando la cosiddetta “rivoluzione arancione” (2004) di Jushenko e Tymoshenko portò alla ribalta un nuovo potere (neo-liberale e filo-atlantico) e si concluse con una disfatta, dal momento che la sostituzione delle oligarchie al potere del Paese non soddisfece le aspirazioni che pure aveva suscitato e non concorse ad alcun miglioramento del regime di democrazia e di libertà di cui pure si erano riempiti gli slogan e le bandiere.
 
Il successivo ritorno al potere (2010) della frazione antagonista della borghesia dominante e delle oligarchie locali, insieme con i propri interessi materiali e le proprie ricadute territoriali, avrebbe dovuto di per sé mettere, una volta per tutte, in chiaro la fragilità e la delicatezza degli equilibri di potere in Ucraina: che è, al tempo stesso, uno “stato-limes”, a crocevia tra Oriente ed Occidente; uno “stato diviso”, tra una parte occidentale - a maggioranza ucrainofona e storicamente vicina all'Europa Centrale - ed una parte orientale russofona, storicamente legata alla Russia e ai suoi interessi; e uno “stato cuscinetto”, neutrale, non aderente alla NATO e “di fatto” non allineato, non avendo completato il proprio percorso di adesione all'Unione Euro-asiatica che invece vede già ad uno stadio avanzato altri Paesi ex sovietici, come la Russia, la Bielorussia e il Kazakistan, pur ospitando l'Ucraina, nella penisola di Crimea, una significativa presenza militare russa (Sebastopoli in Crimea, dove, dopo il golpe di Euro-Majdan, la maggioranza della popolazione ha votato largamente, in un referendum popolare tenuto il 16 marzo del 2014, per la confederazione alla Russia).
 
La stessa ricostruzione della insurrezione di “Euro-Majdan” svela la “falsa coscienza” dei circuiti occidentali legati all'Unione Europea e alla Alleanza Atlantica: è difficile leggere questa insurrezione, se non in alcune sue parti iniziali, come una sollevazione per la “libertà” e la “democrazia” nel Paese, essendo stata scatenata dalla mancata conclusione di un accordo negoziale che avrebbe dovuto portare l'Ucraina ad aderire non ad un semplice “Accordo di Associazione” con l'Unione Europea, bensì ad un “Accordo Globale Strutturato di Libero Scambio”, per la stipula del quale le cancellerie europee avevano tuttavia imposto alle autorità ucraine la liberazione immediata di Yulija Tymoshenko, colei che era stata una delle protagoniste della sollevazione arancione, poi salita al potere ed incriminata per corruzione, malversazione e abuso d'ufficio.
 
Si intravedono dunque, sin dall'inizio, tutti gli elementi che avrebbero determinato la precipitazione della crisi ucraina: le tensioni legate al suo avvicinamento verso l'Unione Europea e l'Alleanza Atlantica, lo scontro di potere interno con la questione etno-linguistica sullo sfondo e pronta ad esplodere (anche perché “economicamente strutturata”, dal momento che circa il 20% della produzione industriale del Paese è basata nell'Est russofono), le intromissioni interessate e le ingerenze esterne che avrebbero non solo configurato una grave violazione della sovranità ucraina ma anche un potente detonatore all'esplosione della crisi successiva.
 
In questa cornice, la “sollevazione di Majdan” diventa ben presto il “golpe di Euro-Majdan”: continui finanziamenti europei ed occidentali per sostenere la lunga durata della sollevazione; continui interventi in piazza di autorità e funzionari europei e nord-americani per sobillare la sollevazione e, finanche, incalzare la caduta del governo legittimo, e, infine, la vera e propria organizzazione militare della protesta con battaglioni dell'ultra-destra nazionalista e “banderista” (con aperte simpatie naziste, a partire da “Svoboda”, la cui denominazione originaria era quella di “Partito Nazionalsocialista di Ucraina”) a organizzare l'assalto ai palazzi del potere. Il resto è cronaca recente: il parlamento sotto schiaffo della sollevazione, la messa in stato di accusa ed il rovesciamento del governo legittimo allora in carica, l'avvento al potere di una nuova oligarchia, inquietante, un misto di neoliberismo e neofascismo in veste ucraina, nel cuore dell'Europa.
 
L'assalto, il 2 Maggio, alla Casa del Sindacato ad Odessa, ad opera di “Settore Destro”, altro gruppo neo-nazista nell'Ucraina attuale, è la pagina più tragica di questo scenario. Non solo per il suo portato simbolico, nel pieno della crisi ucraina e dello svolgimento militare che ha interessato le regioni centro-orientali del Paese, a cavallo tra due “luoghi” particolarmente simbolici della storia di questo Paese e di tutte le realtà democratiche, quali il Primo Maggio della Festa dei Lavoratori e delle Lavoratrici e il 9 Maggio della Festa della Vittoria, nella quale tutte le popolazioni ex-sovietiche celebrano la vittoria contro la barbarie nazista. Ma anche per il suo portato materiale, quello di una vera caccia all'uomo, culminata in una aggressione spietata che ha messo a ferro e fuoco l'intero Palazzo dei Sindacati e colpiti a decine i democratici e gli antifascisti che vi si erano rifugiati, dando corso ad una vera mattanza, segno plastico della barbarie che ha profondamente allignato fin dentro le stanze del potere a Kiev, sin dalla destituzione di Janukovich e subito prima delle presidenziali del 25 maggio che avrebbero sancito la presa del potere di Poroshenko e Jatseniuk.
 
Non che la violenza, nell'Ucraina del dopo-Majdan, si esprima solo in termini politici e militari, piuttosto essa si sviluppa in maniera altrettanto catastrofica sul terreno strutturale e culturale, come dimostrano l'apertura del nuovo governo, alle prese con il precipizio economico, l'inflazione galoppante e il crollo della valuta locale, ai piani di “aggiustamento strutturale” del Fondo Monetario Internazionale che minacciano di ripetere, in terra ucraina, gli esperimenti già compiuti in altri Paesi, portati al collasso materiale ed al depauperamento sociale; e come attestano le prime “iniziative” promosse dal governo golpista, dalla messa al bando del Partito Comunista di Ucraina, per ora sospesa in attesa di pronunciamento da parte delle autorità giudiziarie locali, peraltro, a loro volta, costantemente in tensione e sotto minaccia, fino alla proposta di mettere al bando, con una più recente proposta di legge “liberticida” e “maccartista”, la stessa “ideologia” comunista, nella propaganda e nei simboli, nella stampa e nelle effigi, nella sua divulgazione e diffusione.
 
Si tratta di colpi destinati ad incidere profondamente nel tessuto sociale e culturale di un Paese complesso, che, come si è detto, si regge su equilibri che sarebbe sbagliato ritenere “assicurati” una volta per tutte e su un retaggio della storia lungo e incisivo, portato dalla sua collocazione geografica e strategica, che porta tutte le popolazioni russofone a guardare, oggi molto più di ieri, all'indomani delle ingerenze euro-atlantiche e della aggressione militare sulle province orientali, molto più a Mosca che a Kiev. Quando, tra le iniziative liberticide ed ultra-nazionaliste, promosse dal governo golpista, vi è stata quella di minacciare direttamente ogni istanza di autonomia proveniente dalle regioni orientali e, perfino, di mettere al bando l'insegnamento e l'uso della lingua russa come lingua co-ufficiale sull'intero territorio nazionale, la reazione non poteva che essere decisa e la risposta non poteva mancare di manifestarsi prontamente, come poi è accaduto appieno.
 
Prima ancora delle ragioni geo-politiche, che determinano gli interessi russi e sono alla base dell'orientamento ufficiale russo nella vicenda ucraina, sono state infatti queste minacce alle libertà e ai diritti, in particolare nei confronti delle popolazioni del Donbass, ad avere fatto, letteralmente, precipitare la situazione. La guerra, lunga e sanguinosa, che ha opposto per quasi un anno l'esercito lealista, espressione del governo golpista con le sue milizie ultra-nazionaliste, tra i cui i famigerati battaglioni Azov e altri gruppi paramilitari di feroce ispirazione neo-nazista e “banderista”, contro le milizie autonomiste, variamente denominate “separatiste” (nei media occidentali) o “terroriste” (nella propaganda di regime), è stata una guerra perdurante e complessa proprio per questo sovrapporsi ed affastellarsi, sovente magmatico e complesso, di ragioni e di interessi.
 
Una guerra singolare, “vecchia” e “nuova” nello stesso tempo: non un classico esempio di guerra “per procura”, essendo profondamente locali le ragioni della contrapposizione (al netto dell'intervento statunitense e russo, in termini di equipaggiamenti e forniture alle contrapposte fazioni, e, nel caso occidentale, anche di consiglieri e di istruttori militari direttamente impegnati sul campo); ma anche, allo stesso tempo, una guerra, come non si vedeva da tempo, pienamente dispiegata su un nitido “campo di battaglia” e terminata con una netta vittoria sul campo, la campagna di Debaltsevo e la rovinosa sconfitta delle forse lealiste e golpiste.
 
Solo per alcuni aspetti, si diceva all'inizio, la campagna del Donbass mostra analogie con la guerra del Kosovo: da una parte, un'istanza di auto-determinazione che, a differenza del caso kosovaro, non si è concretizzata sulle armi dell'imperialismo (nessuna KFOR-NATO da queste parti) e che pure, di conseguenza, sembra possibile comporre sul terreno negoziale, alla luce degli Accordi di Misk-2; dall'altra, un nuovo tentativo per la NATO, dopo gli eventi balcanici, di ridefinire la sua capacità di proiezione e condizionamento e di aggiornare la nota teoria del “containment” e del “roll-back”, in chiave anti-russa, di antica memoria.
 
Oggi, a un anno di distanza dagli eventi di Majdan e alla vigilia degli svolgimenti attesi degli Accordi di Minsk-2, una prestigiosa conferenza internazionale, ospitata a Napoli, offre l'occasione per una riflessione puntuale ed un approfondimento di merito. Il convegno, dal titolo «Ucraina: ieri, oggi e ...domani? Per una proposta democratica e antifascista», promosso dalla Associazione “Russkoe Pole” con il supporto del CSV Napoli e del Comune di Napoli, è in programma giovedì 12 marzo, alle ore 16.00, presso la Sala “Giorgio Nugnes” nel Palazzo di Via Verdi del Comune di Napoli, alla presenza di Irina Marchenko, Ekaterina Kornilkova, Svetlana Mazur, Gianmarco Pisa (IPRI-Rete CCP), Francesco Santoianni (Rete Nowar Napoli), Carmine Zaccaria (WARP) ed Arnaldo Maurino, presidente della Commissione Educazione del Comune.