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martedì 5 maggio 2020

Tito e le sue eredità: 4 Maggio 1980, quarant’anni dopo

Tito, USSR stamp, 25 February 1982; el. A. Sdobnikov

Il 4 Maggio di quest’anno, quarantesimo della scomparsa di Tito, è senza dubbio una delle ricorrenze maggiori di questo 2020. Josip Broz «Tito», nato a Kumrovec, in Croazia, il 7 Maggio 1892, morto a Lubiana, capitale della Slovenia, appunto il 4 Maggio 1980, è la figura saliente del socialismo jugoslavo, il principale ispiratore della “seconda” Jugoslavia, la Jugoslavia federativa e socialista, una tra le personalità maggiori del marxismo del XX secolo. Nel corso della Seconda Guerra Mondiale, ha guidato il movimento partigiano in uno spazio e in un tempo in cui la resistenza jugoslava rappresentava la più consistente, eccezion fatta per quella sovietica, dell’intera Europa. È stato presidente della Repubblica Federale Socialista di Jugoslavia dal 14 Gennaio 1953 fino alla fine, e ha rappresentato il simbolo della «fratellanza e unità» tra i popoli slavi del Sud e della politica dell’internazionalismo e della co-esistenza pacifica nella regione e nel mondo. È stato, sotto questo rispetto, uno dei leader del Movimento dei Paesi Non Allineati (NAM), con Jawaharlal Nehru (India) e Gamal Abdel Nasser (Egitto). 

La nozione di una «via autonoma al socialismo», nella originale elaborazione titina, si basava su alcuni principi tanto innovativi quanto attuali: la fratellanza e l’unità tra i vari popoli e nazionalità, confermata principio basilare con la nuova Costituzione Jugoslava del 1974, con la quale la Jugoslava veniva definita una «comunità socialista democratica auto-gestita dei lavoratori e dei cittadini e dei popoli e delle nazionalità su base di eguaglianza»; la proprietà sociale dei fattori produttivi da parte dei lavoratori attraverso l’articolazione dell’auto-gestione basata sul «libero lavoro associato con mezzi di produzione di proprietà sociale e l’auto-governo degli operai nella produzione»; la co-esistenza pacifica e le relazioni paritarie con gli altri popoli del mondo, come istanza del principio di auto-determinazione. Ed in questo senso è forse proprio questa elaborazione di «via nazionale al socialismo», la conferma cioè della praticabilità della trasformazione dello stato e della società in senso socialista, in coerenza con il retroterra storico e culturale, sociale e materiale di ciascuna realtà nazionale, il lascito, in tutte le sue articolazioni e declinazioni, più coraggioso e più promettente della sua eredità storica e politica. 

Non a caso, questa elaborazione colloca la sua al fianco delle analoghe sperimentazioni, che, fondate sulla stessa premessa, peraltro anche teorico-politica, oltre che politico-programmatica, sono state o continuano ad essere concepite e praticate nel corso del XX secolo ed oltre. Tra i riferimenti cruciali, in questo senso, non può mancare l’elaborazione di Palmiro Togliatti, affidata al Memoriale di Yalta (1964), nella quale, intanto, tra i vari spunti cui accenna e le molte sollecitazioni che propone, indica che «una più profonda riflessione sul tema della possibilità di una via pacifica al socialismo ci porta a precisare cosa noi intendiamo per democrazia in uno Stato borghese, come si possono allargare i confini della libertà e delle istituzioni democratiche e quali siano le forme più efficaci di partecipazione delle masse operaie e lavoratrici alla vita economica e politica» e, in definitiva, «anche nel campo socialista, forse - sottolineo questo forse perché molti fatti concreti ci sono sconosciuti - bisogna guardarsi dalla forzata uniformità esteriore e pensare che l’unità si deve stabilire e mantenere nella diversità e nella piena autonomia dei singoli Paesi. […] Noi riteniamo che anche per quanto riguarda i Paesi socialisti bisogna avere il coraggio di affrontare con spirito critico molte situazioni e molti problemi, se si vuole creare la base di una migliore comprensione e di una più stretta unità di tutto il nostro movimento». 

Del resto, già nell’immediato dopoguerra (vi accennò, tra gli altri, Georgi Dimitrov nel 1946), era stata avanzata la testi in base alla quale ogni popolo avrebbe dovuto e potuto avviare la «edificazione del socialismo» in base a una «via propria», in linea con il marxismo ma non in maniera dogmatica, sperimentando, appunto, una «via nazionale» come la più adeguata e la più pertinente alla situazione storica e sociale concreta. Nell’elaborazione di Tito e nel contesto particolarissimo della Jugoslavia, questo approccio non poteva non trovare una rilevanza cruciale: da lì maturò quel singolare esperimento, fatto di federalismo, unità nella diversità dei diversi popoli e gruppi nazionali, complessa articolazione ed equilibrio dei poteri, auto-gestione operaia e produttiva, internazionalismo e non-allineamento, che avrebbe dato luogo, per diversi aspetti, ad una nuova grammatica per le forze di pace e di progresso a livello mondiale. Del resto, Tito non a caso aveva scelto il palcoscenico della Accademia Slovena delle Arti e delle Scienze (Lubiana, 26 Novembre 1948) per una prima compiuta elaborazione del tema inerente alla “questione nazionale e sociale”: «I nostri lavoratori hanno il diritto di sperimentare e mettere alla prova le loro capacità e la loro vitalità, dal momento che si sono liberati dall’oppressione nazionale e dall’oppressione sociale. Ciò è essenziale per diverse ragioni, in primo luogo perché comprendono che sono capaci di affermare e costruire una nuova società […]. 

«I nostri popoli hanno compiuto sinora tali progressi nella loro coscienza, da avere già compreso che non possono vivere l’uno senza l’altro; hanno compreso che la nostra comunità pone le basi per uno sviluppo complessivo, economico, culturale, politico; hanno visto che … garantisce sicurezza alla loro esistenza e per il loro sviluppo pacifico». Perfino profetico, a volgervi uno sguardo in retrospettiva.

martedì 28 maggio 2019

Giornata della Gioventù e raffigurazioni della memoria

www.muzej-jugoslavije.org/en/exhibition/laboratorija-muzeja-jugoslavije


Con una felice scelta simbolica, il Museo della Jugoslavia, a Belgrado, inaugurerà la sua stagione estiva, il programma condensato nella rassegna “Estate al Museo”, nella data particolarmente evocativa del 25 Maggio, quando negli spazi del Museo si esibirà il complesso TRESE.LUPA.UDARA. TRESE.LUPA.UDARA è un complesso ad hoc formato da tre musicisti, Koja (voce e chitarra), Švaba (basso) e Vul (percussioni), il cui repertorio sarà, per l’occasione, esteso a cover di alcune tra le più famose band della scena rock jugoslava, quelle che agitavano il panorama «Yugo Rock» come, ad esempio, i Pop Mašina e gli Yu Grupa. Una scena rock, a cavallo tra i Settanta e gli Ottanta, indubbiamente tra le più suggestive e originali dell’epoca, uno dei brand del «paesaggio culturale» della Jugoslavia Socialista, e, al tempo stesso, una delle manifestazioni più creative di quella straordinaria fucina di arti e di cultura che furono gli anni migliori, tra i Sessanta e gli Ottanta, del socialismo jugoslavo, che seppe esprimere, peraltro, ulteriori, importanti, realizzazioni nella grafica e nel design, nella scultura e nell’architettura, nelle lettere e nella poesia, nella cinematografia.

Perché il 25 Maggio rappresenti una data così densa di significato, politico e culturale, per la Jugoslavia, è presto detto: in essa si svolgeva una delle celebrazioni più caratteristiche del socialismo jugoslavo. La «Giornata della Gioventù» trovava la sua ricorrenza proprio il 25 Maggio, giornata del compleanno non ufficiale di Josip Broz “Tito”. Sebbene la sua data di nascita fosse in realtà il 7 maggio, egli stesso modificò la data nel 25 maggio, per commemorare l’epopea che si consumò proprio quel giorno, nel 1944, quando riuscì a sfuggire ad un assalto nazista, nel pieno della lotta partigiana, presso Drvar. In quella che sarebbe passata alla storia come la «Settima Offensiva Nemica», gli squadroni nazisti diedero il via alla operazione “Mossa del Cavallo”. I paracadutisti delle Waffen SS si lanciarono contro il quartiere partigiano di Drvar per catturare Tito, che sembrò essere, all’inizio, senza scampo, trincerandosi nella difesa del presidio; l’eroica azione di poche decine di studenti partigiani, armatisi con le armi sottratte ai nazisti, diede corpo ad una strenua resistenza, offrendo così modo a Tito di sfuggire all’assalto nazista. Quel 25 maggio assurse allora a vera e propria giornata di riscossa, oltre che, tra vari altri, a mito costituente della Jugoslavia Socialista.

In Jugoslavia, la Giornata della Gioventù («Dan Mladosti») costituiva, per questo, non solo il riverbero di un mito costituente, ma anche un decisivo “luogo della memoria”: sarebbe riduttivo banalizzarlo a mera celebrazione di un culto della personalità, più opportuno considerarlo come uno di quei momenti in cui, ripercorrendo la traccia della storia e del mito, la memoria collettiva, nella pratica sociale, veniva rivissuta, e la narrazione pubblica, nell’evento celebrativo, veniva aggiornata. Era cioè una tipica celebrazione della «gioventù del socialismo» e, prima ancora, della fratellanza e dell’unità tra i popoli e le nazionalità della Jugoslavia, al tempo stesso, federale e socialista. Per questo, si potrebbe dire, “una giornata lunga due mesi”, costellata di una quantità di momenti ed eventi: il contest per la realizzazione del poster della manifestazione; il concorso per il design della “štafeta mladosti” (il testimone da passare nella corsa a staffetta); le emissioni celebrative, i francobolli, le cartoline, gli eventi pubblici e mediatici. Avvicinandosi poi alla data: la mobilitazione delle istituzioni (a partire dalle scuole), delle organizzazioni di massa (sportive e sindacali) e dei luoghi della produzione (le fabbriche del socialismo dell’autogestione), che impegnavano i giovani e le giovani, di ogni angolo della Jugoslavia, nella corsa che attraversava il Paese. Come si diceva: «sei stati, cinque nazioni, quattro lingue, tre religioni, due alfabeti e un solo Tito». In quarant’anni, dal 1945 al 1988, ventimila testimoni della staffetta hanno percorso la Jugoslavia. Il Museo della Jugoslavia, con la collezione “Figure sećanja” («Raffigurazioni della Memoria»), ne conserva oggi una straordinaria collezione.

Riformulata e ridotta, la «Giornata della Gioventù» si celebra ancora oggi, ancora il 25 maggio: nulla a che vedere, certo, con le epopee del passato, ma piccoli eventi, non per questo poco significativi, a Kumrovec, in Croazia, città natale di Tito; a Belgrado, presso la Kuća Cveća, la Casa dei Fiori, a Belgrado, che conserva la tomba di Tito; e quest’anno, ancora a Belgrado, un evento sorprendente, l’atteso concerto di una delle leggende della scena punk e rock jugoslava, Nele Karajlić, frontliner della formazione originale degli “Zabranjeno Pušenje” ed ispiratore di quella incredibile striscia satirica, surrealista, che era la “Top Lista Nadrealista”. Una filigrana per leggere gli anni Ottanta e la vicenda jugoslava, senza dubbio: ma più ancora una testimonianza cruciale di creatività, modernità, satira, ironia, irriverenza, e persino, talvolta, profezia.

domenica 25 febbraio 2018

Antifascista. Užice, la prima città liberata nell’Europa in guerra.

«Repubblica di Užice» è il nome con cui viene designato il territorio liberato della Serbia occidentale, grosso modo corrispondente ai distretti di Krupanj, Čačak e, appunto, Užice, a cavallo tra la Serbia dell’ovest, la Šumadija e il Sandžak, sotto il controllo del movimento partigiano di liberazione, diretto da Tito, nella stagione compresa tra il 24 settembre e il 30 novembre 1941, nel corso della seconda guerra mondiale. 

Užice fungeva da centro e capitale del territorio, da cui ha tratto la sua denominazione e con la quale è poi passato alla storia. 


Vi si svolse il primo governo partigiano, nel contesto del primo territorio liberato e della prima città libera in Europa, Užice, liberata dall’occupazione nazi-fascista. 

Tuttavia, sotto i colpi dei ripetuti attacchi delle forze di occupazione, passati anche questi alla memoria collettiva con il nome che vi attribuì la storiografia jugoslava, di «Prima Offensiva Nemica», il territorio fu rioccupato e i partigiani costretti a ritirarsi nel Sandžak, in Montenegro e in Bosnia Erzegovina, da dove riorganizzarono poi le proprie file.
 
La Repubblica di Užice non costituiva tuttavia, come si potrebbe immaginare, un territorio omogeneo. Sebbene Užice  fosse la vera capitale della repubblica libera, co-esisteva un altro, marginale, centro di potere di fatto, Požega, per i nazionalisti cetnici, da dove questi ultimi giunsero peraltro a sferrare un attacco ai danni dei partigiani titini, il 1° novembre. Furono respinti e sconfitti.

Il tratto distintivo dell’organizzazione del governo e del complesso della difesa del territorio fu offerto dunque dalle formazioni partigiane, socialiste e titine, che vi hanno poi costituito uno dei nuclei decisivi per la vittoriosa avanzata e il definitivo successo del movimento di liberazione, con i partigiani di Tito come nucleo, grazie soprattutto alla loro organizzazione politica, alla direzione ideologica, all’articolazione sociale e all’amministrazione del territorio e dei servizi.
 
La Repubblica di Užice fu organizzata attorno a una vera e propria rete di comitati popolari di liberazione tra Krupanj, Čajetin, Kosjeric, Arilje, Bajina Bašta, Užice, Čačak. Il Comitato Popolare di Liberazione a Užice fu eletto il 7 ottobre 1941. Il suo programma fondamentale consisteva in tre parole: «Lotta, Libertà e Pane».  

Queste, tradotte in programmi e iniziative per difendere e sfamare la popolazione, furono parole d’ordine decisive, non solo per identificare il carattere della resistenza, ma anche per suggellarne l’orientamento. In seguito, fu nominato un vero e proprio Comitato di Liberazione Nazionale per la Serbia, il 17 novembre 1941, con a capo Dragojlo Dudić, «Eroe della Jugoslavia», e Petar Stambolić, che sarebbe poi diventato Presidente della Jugoslavia, dopo Tito, tra il 1982 e il 1983. 

In sostanza, da un lato la Repubblica di Užice fu il presupposto per il futuro sviluppo, anche istituzionale, del movimento di liberazione jugoslavo; dall’altro, costituiva il primo rimando allo stato multi-nazionale attraverso il potere organizzato in un’area, seppur temporaneamente, liberata, grazie all’eroica mobilitazione nella resistenza, dall’occupazione nazista.
 
Sebbene «effimera», durata meno di tre mesi, la Repubblica di Užice è stata, tuttavia, vitale, dal momento che il Movimento di Liberazione è riuscito a formarvi il suo primo territorio libero e a organizzare strutture e funzioni sociali e produttive. «Užice libera» costituiva pertanto un centro e, per taluni aspetti, un modello della lotta di liberazione in Jugoslavia ed enucleava la leadership del movimento partigiano. 

Vi ripresero a funzionare, sotto la direzione delle formazioni partigiane, le fabbriche del territorio e vi veniva pubblicato il giornale «Borba» («Lotta»), anche questo un giornale storico per la Jugoslavia: era stato il giornale clandestino dei comunisti jugoslavi (aveva visto la luce nel 1922, all’epoca del Regno dei Serbi, dei Croati e degli Sloveni, embrione del futuro Regno di Jugoslavia) e divenne poi il quotidiano comunista dal 1945 sino al 1991.
 
Nel 1941, era attiva a Užice l’unica fabbrica nella parte occupata d’Europa a produrre armi per la lotta contro il fascismo: anche questo aveva un valore politico e simbolico notevole. La Repubblica di Užice fu, a tutti gli effetti, il primo territorio liberato nell’Europa in guerra; Užice la prima città liberata dai partigiani, nell’Europa sconvolta e funestata dalla guerra e dall’occupazione, dal fascismo e dal nazismo. 

Alla fine, la Repubblica di Užice cessò di esistere, dopo l’offensiva della Wehrmacht e la ritirata dei partigiani, il 30 novembre 1941. I partigiani vi subirono una sconfitta, decisiva per le sorti della repubblica, a Kadinjača. Qui sorge un Memoriale, tributo alla eroica resistenza del «Radnički Bataljon», il battaglione operaio. 

Spomenik Kadinjaca, commons.wikimedia.org/wiki/File:Kadinjaca_010.jpg

I partigiani seppero comunque ri-organizzare le proprie file, radunandosi a Foča, in Bosnia: qui, già nel febbraio del 1942, ispirate da uno dei massimi intellettuali e dirigenti della resistenza, Moša Pijade, diedero forma alle «Disposizioni di Foča», che, per la prima volta in modo sistematico, istituivano ed organizzavano l’attività e le funzioni dei comitati di liberazione. Prendeva forma, in quelle pagine, il primo embrione di costituzione della Jugoslavia Socialista. Moša Pijade sarebbe poi diventato, tra le altre cose, presidente dell’Assemblea Federale della Jugoslavia.
 
In occasione del 24 febbraio vale dunque la pena ricordare oggi la mobilitazione del popolo e l’eroismo dei partigiani che hanno combattuto per la libertà dei propri Paesi e la sconfitta della barbarie del nazismo, del fascismo e dell’autoritarismo. Il 24 febbraio si riempiono, nel 2018, le strade di Roma, per ribadire, come indica il testo dell’appello alla mobilitazione «Mai più fascismi», «una risposta umana a tali idee disumane, affermando un’altra visione della realtà, che metta al centro il valore della persona, della vita, della solidarietà, della democrazia come strumento di partecipazione e riscatto», e ricordare che «l’esperienza della Resistenza ci insegna che i fascismi si sconfiggono con la conoscenza, con l’unità democratica … ».
 
Proprio il 24 febbraio, 76 anni fa, esattamente nel 1942, nelle strade della Serbia sotto il tallone della occupazione nazista, veniva fatto prigioniero il giovanissimo partigiano, dal nome poco noto in Occidente, ma anch’egli, sin dal 1949, «Eroe del Popolo della Jugoslavia», Stjepan Filipović. Nato in Croazia nel 1916, trasferitosi sin da piccolo in Serbia, a Kragujevac, capitale dell’industria meccanica del regno, divenne, giovanissimo, operaio; comandante partigiano dal 1941, fu catturato dai nazisti nel 1942 e, condannato all’impiccagione, sul patibolo levò le braccia al cielo, i pugni chiusi ed un grido destinato a diventare slogan e simbolo della resistenza jugoslava e dei partigiani di Tito, «Smrt fašizmu, sloboda narodu!»: «Morte al fascismo, libertà al popolo!». Era stato catturato, come ricordato sopra, proprio il 24 febbraio, del 1942.
 
Spomenik Filipovic, commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=55018863

Il suo grido divenne uno slogan per la Jugoslavia, secondo solo alla celebre espressione di Tito, altro topos della convivenza multi-nazionale dei popoli jugoslavi: «Preserviamo la fratellanza e l’unità come se fossero la pupilla dei nostri occhi». L’esecuzione avvenne nella città di Valjevo, nella Serbia centrale, 70 km. a nord di Užice. 

Valjevo lo ricorda con un monumentale mausoleo, uno dei più significativi «luoghi della memoria» della Jugoslavia, con una toccante iscrizione commemorativa: «Partigiani, comunisti, patrioti, tutti coloro che sono caduti nella lotta contro i fascisti predatori e traditori del popolo. Solo le persone libere camminano in Jugoslavia. Per creare un mondo nuovo, si stagliano di fronte ai secoli, con i loro ideali eroici e socialisti».