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martedì 5 ottobre 2021

A proposito delle elezioni napoletane

 
Lalupa - CC BY 3.0 - Wikimedia Commons


Alla giornata delle elezioni comunali in molte delle principali città italiane, Napoli è giunta animata da un mix di irritazione, al cui fondo si intravede la tensione di una rabbia sociale che esiste e di un conflitto sociale che non è sopito, tutt’altro, e di inquietudine, tra difficoltà del quotidiano e speranza di riscatto. In un quadro nazionale in cui le proiezioni assegnano alle forze del cosiddetto campo democratico, la nuova edizione del centrosinistra, basata sul ruolo cardine del PD e sul dialogo aperto con il “nuovo” Movimento 5 Stelle, un successo complessivo, a parte la città di Roma, e addirittura la vittoria al primo turno in alcune città, Milano, Bologna e Napoli, quest’ultima, Napoli appunto, se non rappresenta, rispetto agli umori della vigilia, la sorpresa, certo è quella che suscita una serie di riflessioni, dopo la stagione dell’amministrazione de Magistris.

Partiamo, anche in questo caso, dai dati ultimi finalmente a disposizione, con il totale delle sezioni scrutinate (884), che assegnano al candidato di centrosinistra (PD, sinistra moderata, forze civiche, alcune delle quali espressione del centro e delle forze conservatrici e centriste) e Cinque Stelle, Gaetano Manfredi, quasi il 63% delle preferenze ed una netta vittoria al primo turno; al candidato della destra, in primo luogo Forza Italia e Fratelli d’Italia, dal momento che la lista espressione della Lega non era stata ammessa al voto, Catello Maresca, poco meno del 22% delle preferenze; quindi l’ex sindaco di Napoli ed ex presidente della Regione Campania, oltre che ex Ministro del Lavoro e personalità storica del PCI e della sinistra napoletana, Antonio Bassolino, all’8.2% delle preferenze; infine, l’ex assessora della giunta comunale uscente, candidata dal sindaco Luigi de Magistris, espressione di una coalizione civico-politica orientata a sinistra (Clemente Sindaco, Napoli 20-30, Potere al Popolo!), Alessandra Clemente, con il 5.6%, e il resto variamente diffuso tra i tre candidati outsider, vale a dire Matteo Brambilla, già Consigliere Comunale, fuoriuscito dal Movimento 5 Stelle con la lista Napoli in Movimento – No Alleanze, quindi Giovanni Moscarella, con la lista 3V, Verità – Libertà, e infine Rosa Solombrino, del Movimento Equità Territoriale. Pesa e preoccupa il dato dell’astensione, circa il 53%.

Per capire come si sia giunti a una simile avanzata del centrosinistra non si può fare a meno di gettare lo sguardo al modo come si è usciti dall’esperienza della giunta de Magistris, con riferimento, in particolare, alla sua seconda consiliatura, e al modo come si è sviluppato il dibattito pubblico che ha animato questa campagna elettorale; elemento quest’ultimo che, se in altre circostanze può risultare meno determinante, ha avuto invece un impatto indubbiamente incisivo in questa circostanza, segnata da una campagna elettorale lunghissima, perché legata a tempi di svolgimento del voto che, inizialmente previsti in primavera, sono poi slittati, causa “governo della pandemia”, alle date ultime del 3 e 4 ottobre. Una campagna inaugurata, di fatto, dalla prima candidatura offerta al dibattito pubblico, proprio quella dell’ex sindaco Antonio Bassolino, il giorno 13 febbraio; immediatamente seguita da quella dell’assessora comunale Alessandra Clemente, che ha ufficializzato la sua candidatura il 19 febbraio, dopo che sin dalla fine dell’anno precedente era stata di fatto lanciata dal sindaco uscente, Luigi de Magistris. Dunque, otto mesi (se non di più) di campagna elettorale, un tempo lungo per fare vivere temi e animare dibattito, confrontarsi e interrogarsi sulla città e sul suo futuro.

Napoli è arrivata a queste elezioni, del resto, in un panorama segnato da luci ed ombre: luci particolarmente vivide, in alcuni casi, trattandosi della città, unica tra le grandi in Italia, che ha rispettato il mandato referendario di mantenere pubblico il servizio idrico; che ha mantenuto aperto un dialogo con gli spazi sociali e i luoghi del conflitto, tanti e diffusi, che animano la sua dinamica sociale e arricchiscono la sua vitalità democratica; che ha retto alla prova del bilancio, pur tra mille difficoltà e contraddizioni, ma evitando sino alla fine il rischio del commissariamento, a favore del quale, peraltro, pezzi non irrilevanti delle forze politiche ed economiche della “capitale del Mezzogiorno” pure non avevano mancato di spendersi. Ma non solo luci hanno costellato il percorso amministrativo, in particolare nel passaggio dalla prima alla seconda consiliatura del sindaco de Magistris, quando la tensione positiva sui temi della partecipazione democratica e delle sperimentazioni sociali si è venuta affievolendo, quando non sempre si è riusciti a garantire continuità ed efficacia all’azione amministrativa (qualcuno si è preso la briga di contare ben undici rimpasti in dieci anni e 35 nomine in giunta a partire dal 2011), quando il tema ampio e complesso del “governo della città” è venuto sempre più affermandosi, con una gestione del quotidiano (dalla manutenzione stradale alla viabilità, dal trasporto pubblico locale alla efficacia dei servizi sociali di prossimità) problematica, certamente aggravata dalle note ristrettezze di bilancio, ma che ha contribuito a rendere non meno faticosa la vita quotidiana in una città come Napoli.

Appunto, una città come Napoli, una città peculiare, forse unica nel suo genere: che deve sapere coniugare, nella vitalità del suo spazio sociale e nella complessità della sua dinamica democratica, entrambe le dimensioni, di città metropolitana, profondamente urbanizzata e interconnessa, e di grande capitale europea e mediterranea, con una vocazione naturale, città di mare, di arte e di cultura, al pluralismo, alla complessità e all’inclusione. Se i numeri di queste elezioni saranno confermati, potranno forse indicare, più che, come pure si è detto, un «richiamo alla normalità», soprattutto un richiamo alla efficacia del «governo della città». Il che non potrà non aprire uno spazio nuovo di attivazione sociale e di conflitto sociale capace di rigenerare la stessa democrazia. 
 

lunedì 7 settembre 2015

NO alla NATO

Foto di Twitter/ Robin Monotti ‏@robinmonotti da Pressenza Italia

Il movimento italiano per la pace e contro la guerra, tenendo insieme queste sue due connotazioni, nelle sue più ampie e diversificate articolazioni, si prepara a scendere in piazza e mobilitarsi contro “le più grandi esercitazioni militari della NATO dalla “caduta del muro di Berlino” in poi”. 

Una recente assemblea a Napoli, tenuta lo scorso 2 settembre (report), ha rappresentato il primo momento di elaborazione e di programmazione della mobilitazione nazionale “contro la guerra” e “contro la NATO” che si intende lanciare in contemporanea con lo svolgimento di questi minacciosi e spaventosi “giochi di guerra” dell'imperialismo euro-atlantico sotto le insegne della NATO. 

Si è trattato di un'occasione di incontro e di confronto assai promettente: convocata, congiuntamente, dalla Rete Napoli Nowar, la rete napoletana anti-militarista e anti-imperialista, e dal Comitato Pace Disarmo e Smilitarizzazione del Territorio, il coordinamento cittadino delle organizzazioni pacifiste e nonviolente, la riunione ha registrato la presenza di una cinquantina di attivisti, provenienti sia dalla galassia associativa, che anima e ispira il tessuto sociale e civile partenopeo (dal MIR a Pax Christi, da ALBA Informazione ad Assadakah Napoli, sino a Un Ponte per …, solo per citare alcune tra le numerose presenti), sia dalle realtà di movimento e di conflitto più attive a Napoli (presenti Nowar napoletani e romani, Red Link e la Rete dei Comunisti, i Cobas e lo SKA-Officina 99, la Rete Antirazzista …). 

Per la prima volta da molto tempo, l'assemblea ha costituito un momento di convergenza e di confronto tra realtà distinte, ciascuna impegnata nel proprio percorso e nella propria mobilitazione, e che non sempre, nei tempi più recenti, avevano saputo trovare, pur nella mobilitazione contro le recenti guerre alle porte dell'Europa, occasioni analoghe di incontro; basti pensare, tanto per andare sul concreto, ai casi recenti della Libia e della Siria, a partire dal 2011, su cui si sono consumate e si registrano tuttora visioni distinte e interpretazioni differenti intorno alle cause, le motivazioni e gli attori di tali conflitti, fino ad arrivare al caso più recente, a partire dal 2014, dell'Ucraina, con l'aggressione contro l'autodeterminazione del Donbass e sul ruolo della Russia. 

Come è stato detto nel corso dell'assemblea, dunque, non sarà una mobilitazione, per quanto importante e di rilievo nazionale, a ricomporre l'unità del movimento italiano per la pace, attraversato da distinguo e divisioni ormai annosi, ma una tale mobilitazione può rappresentare, se ben impostata e partecipata, una occasione preziosa per riannodare le fila, ritessere un discorso, ridefinire un terreno, di riflessione e iniziativa, lungo il quale provare nuovamente ad incamminarsi insieme. 

L'assemblea napoletana è stata, sotto questo aspetto, per quanto preliminare, assai promettente: gli interventi e le riflessioni, che si sono succeduti, hanno infatti concordemente gravitato intorno a tre elementi salienti, quali 

     1) il carattere della Trident come strumento della riconfigurazione strategica della NATO su tre fronti (Russia e Oriente, Medio e Vicino Oriente, Africa Settentrionale e Centrale) con tre guerre già aperte su ciascuno di questi tre versanti del “tridente” (Donbass, Siria, Libia); 
   2) il Mediterraneo come vera e propria “trident juncture” di questo schieramento di forze, con Napoli al suo centro, operativo, strategico e logistico; 
     3) l'indissolubilità, per il momento storico e la collocazione geopolitica nella quale si situa, del nesso tra guerra e migrazioni e, insieme, tra anti-imperialismo ed anti-razzismo. 

L'operazione NATO “Trident Juncture 2015” sarà effettivamente qualcosa di inedito, un vero e proprio “salto di qualità” nella riconfigurazione strategica della proiezione offensiva della NATO, letteralmente, ai “quattro angoli” del pianeta: si svolgerà dal 28 settembre (in predicato la data del 4 ottobre) fino al 6 novembre, per oltre un mese, coinvolgendo direttamente Italia, Spagna e Portogallo ed estendendo il suo raggio di operazioni all'intero Mediterraneo, ed impegnerà 36 mila uomini, oltre 60 navi e 200 aerei da guerra di 33 Paesi (28 NATO e 5 alleati), con l'obiettivo di testare la forza di intervento rapido - Nato Response Force (NRF) - (40mila effettivi) e il suo corpo d’élite (5mila effettivi), la “Very High Readiness Joint Task Force” (VJTF), in grado di essere schierata in 24-48 ore per rispondere “alle sfide alla sicurezza sui fianchi meridionale e orientale”, cioè ad intervenire militarmente verso la Russia e l'Oriente, il Medio e il Vicino Oriente, l'Africa Settentrionale e Centrale, ovunque gli interessi dell'imperialismo siano minacciati, secondo la logica tradizionale della “guerra preventiva”. 

Napoli, capitale nel Mediterraneo, è il centro di questo inquietante schieramento di forze: il JFC Naples è al comando della “Trident Juncture 2015” e, insieme a Brunssum (Olanda), comanderà la forza di intervento rapido (Nato Response Force) della NATO. Un ennesimo motivo per rilanciare, proprio da Napoli, l'appello alla iniziativa ed alla mobilitazione.

sabato 4 luglio 2015

Mille piazze per la democrazia: un grande OXI

"Atene chiama, Napoli risponde": www.facebook.com/napolicontsipras

Qualcuno sottolinea i richiami “storici” del suo discorso, quelli che rimandano alla Grecia dov'è nata la democrazia, dove la “polis” si è formata, dove una forma di “potere del popolo” è stata, per la prima volta, sperimentata. Ed oggi gli occhi di tutta Europa tornano sulla Grecia e la Grecia, con il suo referendum, ha già conseguita la sua vittoria, perché la decisione del popolo, in un senso o nell'altro, non potrà essere ignorata, se non al prezzo di una violazione del patto democratico europeo, troppo grave per passare sotto silenzio e troppo lacerante per immaginare, anche soltanto, che non produca conseguenze, distruttive, destabilizzanti.

Qualche altro rimarca i richiami al “coraggio”, alla “determinazione”, alla “gioia”: con tutte quelle parti del suo discorso in cui invita il popolo greco a resistere, a dismettere l'abito del timore e della paura, a non cedere alle minacce e alle intimidazioni, ai ricatti e agli ultimatum, a rigettare e respingere la campagna di odio e di divisione del popolo, di paura e di vero terrorismo politico che le oligarchie, la finanza, i poteri forti del neoliberismo, interno ed europeo, hanno suscitato; segnando, al contempo, con il suo discorso, un vero e proprio spartiacque, tra la sinistra, della democrazia e della speranza, dell'Europa dei popoli e della solidarietà, e la destra, anti-solidale e anti-europea, indifferente ai destini dei popoli e dei lavoratori d'Europa, così affine, nella sua demagogia, alla propaganda delle tecnocrazie liberiste, che minacciano l'uscita della Grecia dall'euro e dalla stessa Unione Europea, in caso di vittoria dell'OXI - NO - al referendum popolare.

Qualche altro, infine, si spinge a richiamare precedenti illustri, definendo Alexis Tsipras uno “statista”, sottolineando il carattere, al tempo stesso, patriottico e solidale, mai corporativo o sovranista, del suo discorso, rievocando persino, per quel passaggio sulla democrazia da portare avanti e sulla paura da sconfiggere, la figura di Salvador Allende, colui che, con il suo tentativo di costruzione del “socialismo nella democrazia”, avrebbe suscitato panico ed eversione nel campo della destra e della oligarchia, ed avrebbe, al tempo stesso, ispirato, una generazione dopo, i percorsi di solidarietà ed emancipazione che si sarebbero incarnati nel processo per il socialismo del XXI secolo. Non a caso, dall'Ecuador, dal Venezuela, da Cuba in primo luogo, non sono mancati attestati di appoggio al popolo greco e alla sinistra al governo in quel Paese, a sostegno del NO all'ultimatum delle oligarchie, per un governo democratico dell'economia e del Paese.

Abbiamo avuto modo di seguire in diretta il discorso di Alexis Tsipras dalla storica Piazza Syntagma di Atene, davanti ad una folla di decine, centinaia di migliaia di persone, anche da Napoli, dove il corteo popolare, animato da oltre cinquemila persone, partito da Largo Enrico Berlinguer, ha concluso il suo percorso nella Piazza del Plebiscito, dove un altoparlante per gli oratori e un mega-schermo per la diretta, hanno consentito di combinare e comporre voci e colori di questa spettacolare prova di democrazia. Una occasione di partecipazione vera, entusiasta, popolare, che ha stabilito una connessione reale non solo con Piazza Syntagma, ma con le altre circa cento piazze italiane collegate in diretta, tra di loro e con Atene, e con le  decine e decine di mobilitazioni che, in tutta Europa, hanno portato migliaia e migliaia di persone in piazza, per questa vera e propria “primavera” della democrazia europea. Non c'è stato praticamente Paese in Europa, che non abbia alzato la sua voce a sostegno di Syriza, del popolo greco e del suo OXI: basta anche solo scorgere, per un'idea, la mappa interattiva.

Niente a che vedere, dunque, con le strumentalizzazioni anti-europee delle varie destre demagogiche, alla Salvini e Grillo, in Italia, all'Alba Dorata o Front Nationale, in Europa: non si tratta di un referendum “contro”, ma di un referendum “per”, un OXI  - NO - all'austerity e al neoliberismo delle tecnocrazie europee e dell'egemonismo tedesco, non contro l'euro e contro l'Europa, ma per un'altra direzione economica, per un'altra prospettiva di sviluppo e per un'Europa dei suoi popoli, della “democrazia nella solidarietà”. Nelle parole di Tsipras: «L'Europa che abbiamo conosciuto, l'Europa con i suoi valori fondativi, non ha niente a che vedere con tutto ciò che stiamo subendo. Oggi a quest'ora tutta l'Europa ha gli occhi su di voi, sul popolo greco, sui tre milioni di poveri e su tutti i disoccupati. Oggi tutto il pianeta ha gli occhi su Piazza Syntagma, sulle piccole e grandi piazze della nostra patria, sul luogo dove la democrazia è nata. Ridiamo un'altra occasione alla democrazia per farla tornare in Europa, perché l'Europa possa tornare ai suoi valori fondativi, che per tanti anni non ha applicato e ha costretto i popoli a fare scelte che vanno contro la loro volontà».

Da due giorni, campeggia, sul Palazzo del Municipio di Napoli, uno striscione con un messaggio chiaro: Napoli è con la Grecia, «l'Europa si costruisce con i suoi popoli». Ancora con Tsipras: «Nessuno ha il diritto di minacciare che taglierà la Grecia fuori dal suo luogo naturale, nessuno ha il diritto di minacciare che dividerà l'Europa. La Grecia - la nostra patria - è, è stata e rimarrà la culla della civiltà europea. Da questo luogo, qui, dice la mitologia, Zeus ha rapito Europa. Ora i tecnocrati vogliono di nuovo portare via Europa. Noi diciamo no, non lasceremo l'Europa nelle mani di quanti vogliono rapirla dal suo passato democratico, dai valori della solidarietà e del rispetto reciproco». Napoli, con tutta l'Italia e tutta l'Europa democratica, sarà ancora in piazza, domenica prossima, partecipando e condividendo la mobilitazione del popolo greco.

lunedì 9 marzo 2015

Una proposta democratica e antifascista per l'Ucraina

Conferenza internazionale, il 12 Marzo, a Napoli
 

La recente, e tuttora in corso, crisi ucraina può costituire un “caso di studio” singolare, sul modo come, nell'epoca della comunicazione in 140 caratteri e del dominio informatico dei media, odierna intersezione di guerra di “quarta” e “quinta” generazione, vengono letti le guerre e i conflitti e ricostruiti i fatti e le tendenze.
 
La guerra ucraina, molto più di altre vicende recenti e con qualche analogia, per alcuni aspetti, solo con la guerra del Kosovo del 1998-1999, rappresenta un formidabile esempio, da questa parte di quella che fu la “cortina di ferro”, di narrazione ideologica, in cui i fatti vengono accuratamente selezionati, le motivazioni proditoriamente nascoste, persino lo scenario dei fatti e dei protagonisti ampiamente mistificato. Torneremo dopo sulle analogie con l'aggressione imperialistica alla Serbia e la guerra del Kosovo. Conviene, sin dall'inizio, focalizzare gli elementi-chiave della tragedia ucraina, in modo da consentire un ordine alla lettura degli eventi, una precisazione dello scenario ed anche una qualche accuratezza nella ricostruzione dei fatti.
 
L'Ucraina non è nuova a sollevazioni di piazza come quelle che l'hanno accompagnata nel corso dell'inverno 2013-2014 e che sono poi culminate nel febbraio 2014: la più recente, tra quelle la cui eco perdura nella attualità, ha finito persino per assurgere a “paradigma” dell'insurrezione per la “libertà” e la “democrazia”, quando la cosiddetta “rivoluzione arancione” (2004) di Jushenko e Tymoshenko portò alla ribalta un nuovo potere (neo-liberale e filo-atlantico) e si concluse con una disfatta, dal momento che la sostituzione delle oligarchie al potere del Paese non soddisfece le aspirazioni che pure aveva suscitato e non concorse ad alcun miglioramento del regime di democrazia e di libertà di cui pure si erano riempiti gli slogan e le bandiere.
 
Il successivo ritorno al potere (2010) della frazione antagonista della borghesia dominante e delle oligarchie locali, insieme con i propri interessi materiali e le proprie ricadute territoriali, avrebbe dovuto di per sé mettere, una volta per tutte, in chiaro la fragilità e la delicatezza degli equilibri di potere in Ucraina: che è, al tempo stesso, uno “stato-limes”, a crocevia tra Oriente ed Occidente; uno “stato diviso”, tra una parte occidentale - a maggioranza ucrainofona e storicamente vicina all'Europa Centrale - ed una parte orientale russofona, storicamente legata alla Russia e ai suoi interessi; e uno “stato cuscinetto”, neutrale, non aderente alla NATO e “di fatto” non allineato, non avendo completato il proprio percorso di adesione all'Unione Euro-asiatica che invece vede già ad uno stadio avanzato altri Paesi ex sovietici, come la Russia, la Bielorussia e il Kazakistan, pur ospitando l'Ucraina, nella penisola di Crimea, una significativa presenza militare russa (Sebastopoli in Crimea, dove, dopo il golpe di Euro-Majdan, la maggioranza della popolazione ha votato largamente, in un referendum popolare tenuto il 16 marzo del 2014, per la confederazione alla Russia).
 
La stessa ricostruzione della insurrezione di “Euro-Majdan” svela la “falsa coscienza” dei circuiti occidentali legati all'Unione Europea e alla Alleanza Atlantica: è difficile leggere questa insurrezione, se non in alcune sue parti iniziali, come una sollevazione per la “libertà” e la “democrazia” nel Paese, essendo stata scatenata dalla mancata conclusione di un accordo negoziale che avrebbe dovuto portare l'Ucraina ad aderire non ad un semplice “Accordo di Associazione” con l'Unione Europea, bensì ad un “Accordo Globale Strutturato di Libero Scambio”, per la stipula del quale le cancellerie europee avevano tuttavia imposto alle autorità ucraine la liberazione immediata di Yulija Tymoshenko, colei che era stata una delle protagoniste della sollevazione arancione, poi salita al potere ed incriminata per corruzione, malversazione e abuso d'ufficio.
 
Si intravedono dunque, sin dall'inizio, tutti gli elementi che avrebbero determinato la precipitazione della crisi ucraina: le tensioni legate al suo avvicinamento verso l'Unione Europea e l'Alleanza Atlantica, lo scontro di potere interno con la questione etno-linguistica sullo sfondo e pronta ad esplodere (anche perché “economicamente strutturata”, dal momento che circa il 20% della produzione industriale del Paese è basata nell'Est russofono), le intromissioni interessate e le ingerenze esterne che avrebbero non solo configurato una grave violazione della sovranità ucraina ma anche un potente detonatore all'esplosione della crisi successiva.
 
In questa cornice, la “sollevazione di Majdan” diventa ben presto il “golpe di Euro-Majdan”: continui finanziamenti europei ed occidentali per sostenere la lunga durata della sollevazione; continui interventi in piazza di autorità e funzionari europei e nord-americani per sobillare la sollevazione e, finanche, incalzare la caduta del governo legittimo, e, infine, la vera e propria organizzazione militare della protesta con battaglioni dell'ultra-destra nazionalista e “banderista” (con aperte simpatie naziste, a partire da “Svoboda”, la cui denominazione originaria era quella di “Partito Nazionalsocialista di Ucraina”) a organizzare l'assalto ai palazzi del potere. Il resto è cronaca recente: il parlamento sotto schiaffo della sollevazione, la messa in stato di accusa ed il rovesciamento del governo legittimo allora in carica, l'avvento al potere di una nuova oligarchia, inquietante, un misto di neoliberismo e neofascismo in veste ucraina, nel cuore dell'Europa.
 
L'assalto, il 2 Maggio, alla Casa del Sindacato ad Odessa, ad opera di “Settore Destro”, altro gruppo neo-nazista nell'Ucraina attuale, è la pagina più tragica di questo scenario. Non solo per il suo portato simbolico, nel pieno della crisi ucraina e dello svolgimento militare che ha interessato le regioni centro-orientali del Paese, a cavallo tra due “luoghi” particolarmente simbolici della storia di questo Paese e di tutte le realtà democratiche, quali il Primo Maggio della Festa dei Lavoratori e delle Lavoratrici e il 9 Maggio della Festa della Vittoria, nella quale tutte le popolazioni ex-sovietiche celebrano la vittoria contro la barbarie nazista. Ma anche per il suo portato materiale, quello di una vera caccia all'uomo, culminata in una aggressione spietata che ha messo a ferro e fuoco l'intero Palazzo dei Sindacati e colpiti a decine i democratici e gli antifascisti che vi si erano rifugiati, dando corso ad una vera mattanza, segno plastico della barbarie che ha profondamente allignato fin dentro le stanze del potere a Kiev, sin dalla destituzione di Janukovich e subito prima delle presidenziali del 25 maggio che avrebbero sancito la presa del potere di Poroshenko e Jatseniuk.
 
Non che la violenza, nell'Ucraina del dopo-Majdan, si esprima solo in termini politici e militari, piuttosto essa si sviluppa in maniera altrettanto catastrofica sul terreno strutturale e culturale, come dimostrano l'apertura del nuovo governo, alle prese con il precipizio economico, l'inflazione galoppante e il crollo della valuta locale, ai piani di “aggiustamento strutturale” del Fondo Monetario Internazionale che minacciano di ripetere, in terra ucraina, gli esperimenti già compiuti in altri Paesi, portati al collasso materiale ed al depauperamento sociale; e come attestano le prime “iniziative” promosse dal governo golpista, dalla messa al bando del Partito Comunista di Ucraina, per ora sospesa in attesa di pronunciamento da parte delle autorità giudiziarie locali, peraltro, a loro volta, costantemente in tensione e sotto minaccia, fino alla proposta di mettere al bando, con una più recente proposta di legge “liberticida” e “maccartista”, la stessa “ideologia” comunista, nella propaganda e nei simboli, nella stampa e nelle effigi, nella sua divulgazione e diffusione.
 
Si tratta di colpi destinati ad incidere profondamente nel tessuto sociale e culturale di un Paese complesso, che, come si è detto, si regge su equilibri che sarebbe sbagliato ritenere “assicurati” una volta per tutte e su un retaggio della storia lungo e incisivo, portato dalla sua collocazione geografica e strategica, che porta tutte le popolazioni russofone a guardare, oggi molto più di ieri, all'indomani delle ingerenze euro-atlantiche e della aggressione militare sulle province orientali, molto più a Mosca che a Kiev. Quando, tra le iniziative liberticide ed ultra-nazionaliste, promosse dal governo golpista, vi è stata quella di minacciare direttamente ogni istanza di autonomia proveniente dalle regioni orientali e, perfino, di mettere al bando l'insegnamento e l'uso della lingua russa come lingua co-ufficiale sull'intero territorio nazionale, la reazione non poteva che essere decisa e la risposta non poteva mancare di manifestarsi prontamente, come poi è accaduto appieno.
 
Prima ancora delle ragioni geo-politiche, che determinano gli interessi russi e sono alla base dell'orientamento ufficiale russo nella vicenda ucraina, sono state infatti queste minacce alle libertà e ai diritti, in particolare nei confronti delle popolazioni del Donbass, ad avere fatto, letteralmente, precipitare la situazione. La guerra, lunga e sanguinosa, che ha opposto per quasi un anno l'esercito lealista, espressione del governo golpista con le sue milizie ultra-nazionaliste, tra i cui i famigerati battaglioni Azov e altri gruppi paramilitari di feroce ispirazione neo-nazista e “banderista”, contro le milizie autonomiste, variamente denominate “separatiste” (nei media occidentali) o “terroriste” (nella propaganda di regime), è stata una guerra perdurante e complessa proprio per questo sovrapporsi ed affastellarsi, sovente magmatico e complesso, di ragioni e di interessi.
 
Una guerra singolare, “vecchia” e “nuova” nello stesso tempo: non un classico esempio di guerra “per procura”, essendo profondamente locali le ragioni della contrapposizione (al netto dell'intervento statunitense e russo, in termini di equipaggiamenti e forniture alle contrapposte fazioni, e, nel caso occidentale, anche di consiglieri e di istruttori militari direttamente impegnati sul campo); ma anche, allo stesso tempo, una guerra, come non si vedeva da tempo, pienamente dispiegata su un nitido “campo di battaglia” e terminata con una netta vittoria sul campo, la campagna di Debaltsevo e la rovinosa sconfitta delle forse lealiste e golpiste.
 
Solo per alcuni aspetti, si diceva all'inizio, la campagna del Donbass mostra analogie con la guerra del Kosovo: da una parte, un'istanza di auto-determinazione che, a differenza del caso kosovaro, non si è concretizzata sulle armi dell'imperialismo (nessuna KFOR-NATO da queste parti) e che pure, di conseguenza, sembra possibile comporre sul terreno negoziale, alla luce degli Accordi di Misk-2; dall'altra, un nuovo tentativo per la NATO, dopo gli eventi balcanici, di ridefinire la sua capacità di proiezione e condizionamento e di aggiornare la nota teoria del “containment” e del “roll-back”, in chiave anti-russa, di antica memoria.
 
Oggi, a un anno di distanza dagli eventi di Majdan e alla vigilia degli svolgimenti attesi degli Accordi di Minsk-2, una prestigiosa conferenza internazionale, ospitata a Napoli, offre l'occasione per una riflessione puntuale ed un approfondimento di merito. Il convegno, dal titolo «Ucraina: ieri, oggi e ...domani? Per una proposta democratica e antifascista», promosso dalla Associazione “Russkoe Pole” con il supporto del CSV Napoli e del Comune di Napoli, è in programma giovedì 12 marzo, alle ore 16.00, presso la Sala “Giorgio Nugnes” nel Palazzo di Via Verdi del Comune di Napoli, alla presenza di Irina Marchenko, Ekaterina Kornilkova, Svetlana Mazur, Gianmarco Pisa (IPRI-Rete CCP), Francesco Santoianni (Rete Nowar Napoli), Carmine Zaccaria (WARP) ed Arnaldo Maurino, presidente della Commissione Educazione del Comune.