Visualizzazione post con etichetta Grecia. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Grecia. Mostra tutti i post

lunedì 21 settembre 2015

Cosa ci insegna la terza vittoria (in nove mesi) della Sinistra in Grecia

Elections 2012, SYRIZA Rally, Tsipras, flickr: photos/asterios/7000627690


Nessuna intenzione di bypassare analisi articolate e valutazioni rigorose, quanto mai opportune e necessarie con i tempi che corrono, all’insegna della ricomposizione della sinistra, almeno in Italia, della rigenerazione di una cultura politica all’altezza della sfida e della fase, per una sinistra, al contempo, non riformista e non socialdemocratica, ma solida e di governo, e della elaborazione di un pensiero e di una pratica innovativi, radicati nella storia ma lanciati verso il futuro. Affrontata su questo terreno, la (terza in nove mesi) vittoria di Syriza, ci parla di molte questioni, del nostro presente e del nostro futuro, molto più che del nostro passato, e, al tempo stesso, della nostra capacità ri-costruttiva e ri-generativa, per almeno dieci questioni:

1. la sinistra radicale greca è la forza maggioritaria: se la vittoria del 25 gennaio aveva consegnato a Syriza oltre il 36% dei voti, la vittoria del 20 settembre conferma a Syriza il voto di circa il 35% degli elettori; la proposta politica di Syriza rimane, dunque, la più credibile e la più efficace;

2. così come non c’era la maggioranza assoluta il 25 gennaio, così non c’è una maggioranza assoluta nel nuovo parlamento eletto il 20 settembre: il compito di fase di Syriza, al di là della formazione di una nuova maggioranza parlamentare, è quello di potenziare ed estendere la rete del suo insediamento civico e sociale, fatto di una diffusa rete di presidi sociali, di solidarismo e di mutualismo;

3. la maturità delle masse popolari greche, come di tutti i soggetti collettivi alle prese con lotte di progresso e giustizia, delle quali sono artefici e protagonisti, ha offerto una significativa prova di sé, premiando il partito che più coerentemente ha lottato contro l’austerità ed il neo-liberismo e più efficacemente ha indicato le tappe delle nuove battaglie contro le degenerazioni del memorandum, per attutirne l’impatto sociale, per tutelare le misure sociali intraprese dal governo, per rinegoziare il debito;

4. più precisamente, non c’è dubbio che la firma del nuovo memorandum abbia generato disillusione e frustrazione (l’affluenza alle urne è intorno al 55%), ugualmente non c’è dubbio che avere perso una battaglia, combattuta soli contro tutti in Europa, e avere dovuto fronteggiare un tentativo di golpe, ordito dalla oligo-finanza internazionale, non significa essere dei “venduti” o dei “traditori”;

5. diffidare quindi, a proposito dei giudizi contro il presunto “venduto” e “traditore”, di chi fa del massimalismo la propria bandiera (tutta ideologica), al punto di rompere il fronte della comune battaglia di governo contro il neo-liberismo: la sinistra scissionista di Unità Popolare è ferma al 3%;

6. è proprio questa vittoria di Syriza, giunta dopo il memorandum e sette mesi di governo della Grecia, a sconfiggere il golpe prolungato tentato dalle oligo-finanze e da Shäuble, e a preparare il terreno per una nuova iniziativa, per rimettere in piedi la Grecia in una prospettiva di giustizia e di solidarietà;

7. ed è ancora questa vittoria di Syriza a segnare uno spartiacque e fare da apripista in Europa: la prima forza politica della sinistra di alternativa che vince, riesce anche a confermarsi al governo; da una parte, quella che Tsipras ha definito la “sinistra che scappa”, una ridotta testimoniale; dall’altra, la “sinistra di governo”, non riformista né socialdemocratica, che si assume le proprie responsabilità e la sfida del governo;

8. occorre quindi rompere il silenzio: quanti, tra i sostenitori più accesi dell’OXI, assistono oggi da spettatori silenti al nuovo successo di Syriza? Non si vince sempre come vorremmo noi, e non sempre le scelte sono fatte a nostra immagine e somiglianza. Individuare il prevalente. Esplorare e fare esplodere le contraddizioni. Non abbandonarsi ai facili entusiasmi ed ai ripiegamenti deprimenti. Forse questa nuova vittoria di Syriza è anche un esame di maturità (per loro, forse; per noi, sicuramente);

9. “preso il governo, non ancora il potere”, ripetevano i compagni greci prima, durante, e, soprattutto, subito dopo, la vittoria referendaria dell’OXI; sappiamo bene che non basta entrare nella stanza dei bottoni, anche perché oggi, soprattutto nel contesto dell’Unione Europea, alcuni di quei bottoni non sono neanche ad Atene (o a Roma, e così via); semmai, occorre continuare a lottare contro “questa” Unione Europea;

10. infine, Alba Dorata è il terzo partito e consolida le sue posizioni presso disoccupati e sotto-proletariato; tocca ancora una volta alla sinistra ed ai comunisti la ricostruzione, al fondo di una egemonia reale, di un blocco storico e sociale, di una unità delle masse popolari, che sappia respingere ogni infiltrazione ed ogni provocazione della destra fascista e razzista, anche – e soprattutto – quando si presenta nella sua tenuta di “legge ed ordine”.

A queste latitudini, che pullulano di populisti e di demagoghi, di destre nazionalitarie e neo-fasciste, un “avviso ai naviganti” di grande attualità.

domenica 23 agosto 2015

Conflitto e Consenso: Appunti per la Sinistra

Verificare la risonanza mediatica prodotta da una iniziativa politica è un esercizio accattivante: se non altro, può servire a fare luce sulla qualità della seconda - l'iniziativa politica - quando non sugli artefici della prima - la risonanza mediatica. Nell'epoca della comunicazione globale, virtuale, interattiva, social, 
qualunque valutazione politica condivisa tende a finire nella sfera pubblica ed alimentare, di conseguenza, il circuito mediatico. L'onda di impatto prodotta dal discorso televisivo con il quale Alexis Tsipras ha annunciato le dimissioni del suo governo e le elezioni anticipate (settembre) ha avuto un effetto di smottamento forse persino maggiore di quello che si sarebbe potuto immaginare.
Soprattutto tra i compagni, a sinistra; o, per meglio dire, in quel campo aperto, vero e proprio cantiere in movimento, dentro il quale si raccolgono le molteplici aggregazioni sociali e politiche che riconoscono il proprio punto di riferimento nei valori della sinistra (eguaglianza e giustizia sociale, centralità del lavoro, vocazione, nazionale e internazionale, alla pace, alla convivenza pacifica, alla amicizia tra i popoli) ed in cui si muovono progetti ed iniziative per riguadagnare alla sinistra il “terreno perduto”, quello dell'organizzazione unitaria e della presenza di massa.
Qui, tra i compagni, scorrendo post e mail, blog e social, le reazioni, visibilmente disparate (e, in qualche caso, disperate), si raccolgono sommariamente in due categorie macro: quella dei “traditi” e quella dei “disillusi”. Da una parte, si rispolvera con banale (e preoccupante) rapidità una categoria che sembrava essere bandita, se non dalla storia, per lo meno dal lessico del movimento operaio, quella del tradimento. La tesi, cioè, che, dopo il varo del programma di Salonicco, la vittoria elettorale del 25 gennaio e l'insediamento del primo governo della sinistra nella storia recente della Grecia, Syriza abbia tradito: abiurato il programma elettorale, svenduto il profilo ideologico formando il governo con il sostegno della destra nazionalitaria, tradito il mandato referendario (lo storico OXI del 5 luglio) con la stipula del terzo, pessimo, Memorandum con le istituzioni europee ultimato appena poche settimane fa (lunedi 10 agosto).
Dall'altra, si precipita con noncuranza (e approssimazione) l'intera azione politica di Syriza al rango della sinistra moderata, una socialdemocrazia tra le altre, uno Tsipras degno di andare a braccetto con un Renzi, o poco ci manca. In questa versione, la scissione da Syriza della sua Piattaforma di Sinistra, che si presenterà alle elezioni di settembre con una propria formazione politica (Unità Popolare), della quale però non faranno parte, da quanto si apprende, né Yannis Varoufakis, né Zoe Kostantopolou, non solo viene salutata con entusiasmo, ma persino proposta come la strada maestra, per la purezza ideologica, contro le nefandezze della mediazione e via computando. Ovviamente, la vicenda politica greca è complessa e difficile, è naturale, di conseguenza, che le onde del riverbero siano molteplici e variegate, e possano perfino sommarsi e rifrangersi.
Sorprende, con amarezza, tuttavia, non tanto la protervia massimalista di chi antepone la purezza ideologica alla sfida politica sul terreno di massa (cioè, detto diversamente, la lettera scarlatta al difficile binomio di “conflitto” e “consenso”, l'uno insieme con l'altro), quanto soprattutto l'incapacità, per dirla in termini letterari, di leggere il “testo” (il fatto politico del Memorandum e l'esito dei negoziati con i cosiddetti “creditori internazionali”) prescindendo completamente dal “contesto” (rappresentato dall'egemonia tedesca sulla unione monetaria e dalla moneta unica, con la sua regolazione politica, come vero e proprio dispositivo mercantilista di comando).
Il contesto è quello che aveva prodotto le condizioni per, nell'ordine: l'uscita della Grecia dall'euro alle condizioni imposte da Shaeuble e dall'establishment tedesco (il tracollo sistemico della Grecia); il prestito-ponte ed una nuova negoziazione europea al posto del piano di ri-finanziamento triennale da 86 miliardi (il collasso economico della Grecia); un volume di almeno 80 miliardi, quasi la metà dell'intera ricchezza della Grecia, di asset da privatizzare allocati in Lussemburgo (la svendita del Paese senza colpo ferire). Ora, è chiaro che il Memorandum è pessimo e l'esito del negoziato ha rappresentato una sconfitta per la sinistra greca; è altresì evidente, alla lettura del testo sullo sfondo del suo contesto (quello vero, non quello che avremmo voluto), che non vi erano alternative praticabili (praticabili) molto migliori, ma molte sicuramente peggiori.
Nelle stesse parole di Tsipras, con estrema e sincera sintesi: "Non abbiamo avuto l’accordo che abbiamo voluto prima delle elezioni di gennaio. Non abbiamo neppure affrontato, però, la reazione che ci eravamo aspettati. In questa battaglia abbiamo fatto concessioni. Ma abbiamo raggiunto un accordo che, date le circostanze prevalentemente negative in Europa, e dato che abbiamo ereditato dal governo precedente l’assoluto aggancio del paese alle condizioni dei memorandum, era il migliore che si poteva ottenere. Ora, siamo obbligati a rispettare l'accordo sottoscritto, ma, contemporaneamente, a dare la battaglia per ridurre al minimo le conseguenze negative".
D'altro canto, un'azione di governo è un'azione di sistema: può cambiare il volto di un Paese, può orientarne la rotta in senso conforme agli interessi, ai desideri e ai bisogni delle masse popolari, può modificarne la collocazione nello scenario regionale, continentale e internazionale. Il governo di Syriza, è bene ricordarlo, non è solo quello di un golpe subito del quale sono state evitate le precipitazioni più catastrofiche; ma è anche quello di un disegno riformatore, non rivoluzionario, diverso e avanzato. Ancora con Tsipras: "Ci avevano chiesto l'abolizione immediata delle pensioni EKAS, la privatizzazione della rete elettrica e della “DEH - Enel”. Queste cose non le abbiamo accettate.
"Avevano chiesto l'applicazione immediata della clausola per il deficit zero per i fondi integrativi dei pensionati. Nell'accordo vi è un riferimento esplicito alla ricerca di misure equivalenti e siamo pronti a questa battaglia. Anche il ritorno dei contratti collettivi e la fine dei licenziamenti collettivi nel settore privato sono tra i nostri obiettivi e penso che raggiungeremo anche questi. I licenziamenti nel settore pubblico sono ormai alle spalle e sono tornati i custodi nelle scuole, le donne delle pulizie e il personale amministrativo nelle università. Negli ospedali non c'è più il ticket dei 5 euro, mentre va avanti la procedura per assumere 4.500 medici ed infermieri, assolutamente necessari, attraverso un concorso pubblico. Non dimentichiamo che abbiamo concordato avanzi primari ampiamente inferiori di quelli del governo precedente".
È questa una lezione per la sinistra? Sicuramente sì, ma non nel senso di chi predica rivoluzioni in casa d'altri, senza intanto fornire risposte e strumenti praticabili (praticabili) al proletariato in casa propria per migliorare le proprie condizioni di vita e di lavoro; semmai, nel senso di attrezzare un percorso, insieme politico e sociale, anche in vista delle scadenze dell'autunno, per riguadagnare alla sinistra italiana il terreno di massa su cui sperimentare la rinnovata dialettica di "conflitto e consenso".

sabato 18 luglio 2015

Venezuela e Grecia: sulla stessa barricata

www.rifondazione.it

Il Presidente della Repubblica Bolivariana del Venezuela, Nicolas Maduro, ha tenuto la puntata n. 34 del programma “Contacto con Maduro”, presso il Liceo Andres Bello, a Caracas. Mi è molto cara questa annotazione, avendo avuto l'occasione e l'onore, nell'ambito di una missione di solidarietà e di interscambio nel Venezuela Bolivariano e Socialista, nel 2010, di incontrare e stringere un protocollo di intesa proprio con questo, prestigioso e pionieristico, liceo. 

Durante la trasmissione del programma radiofonico e televisivo, Nicolas Maduro ha tirato le conclusioni del II Congresso Nazionale dell'Organizzazione Bolivariana degli Studenti e delle Studentesse (OBE), al quale più di un migliaio di portavoce degli studenti e delle studentesse delle scuole superiori a livello nazionale hanno partecipato, condividendo e scambiando idee e pratiche, sulle problematiche della scuola, le condizioni degli studenti e delle studentesse, il contributo, innovativo e originale, delle forze studentesche all'avanzamento della Rivoluzione Bolivariana.

Questo evento, così significativo, partecipato, importante, si è svolto a cavallo tra il 12 e il 14 luglio, anniversario della presa della Bastiglia e della Rivoluzione Francese in Europa, momento in cui gli studenti delle scuole superiori hanno presentato le proposte da loro condivise e formulate per contribuire allo sviluppo e all'avanzamento del Venezuela. Nell'occasione, con il proprio discorso alla platea studentesca e giovanile, Nicolas Maduro non si è soffermato, tuttavia, solo sulla vicenda nazionale, ma ha immediatamente allargato la prospettiva all'intera situazione internazionale, in particolare europea, con un riferimento assai significativo ed estremamente pertinente alla Grecia.

“Tutta la nostra solidarietà al popolo greco: è terribile quello che l'Unione Europea ha fatto. Tutta la nostra solidarietà al primo ministro Alexis Tsipras, che è stato sottoposto a una pressione brutale; si dovrebbe solo essere nei panni di Alexis Tsipras per sapere quali sembianze abbia il volto del nuovo fascismo finanziario che ha ricattato la Grecia dicendo: "Firma, o ti uccido". Ciò che hanno fatto la Banca Centrale Europea e il Fondo Monetario Internazionale, non ha nome, e noi non possiamo stare in silenzio, siamo a fianco della Grecia, il Venezuela Bolivariano è al fianco del popolo greco”.

“Il capitale finanziario europeo ha imposto una dittatura feroce e misure insopportabili per la Grecia. Hanno punito la Grecia perché la Grecia ha votato NO al neoliberismo”. Perciò, Maduro ha espresso “tutta la nostra comprensione e tutta la nostra vicinanza al premier Tsipras, nel bene e nel male, siamo con Tsipras e con il popolo greco”. Le misure imposte “cercano di saccheggiare la Grecia, depredarla, annullare i diritti sociali, devastarla e succhiarle il sangue, per cinque anni. Nessuno ricorda che alla Germania è stato condonato il debito di guerra, una guerra di cui è stata responsabile e che ha distrutto l'Europa, mentre oggi non intende condonare il debito della Grecia”.

Maduro ha poi proseguito: “Ciò che viene deciso oggi in Grecia, non riguarda solo la Grecia, si sta decidendo il futuro dell'Europa stessa e di gran parte di ciò che accadrà all'umanità nei prossimi 10, 20, 30 anni, in questo modo lo vediamo dal Venezuela”. Questo dimostra che il modello capitalista e predatorio “è esaurito, è alla fine del suo tempo, lo diciamo dalla America Latina”. Ed oggi il Venezuela, insieme con i Paesi dell'ALBA, continua la propria battaglia contro il modello neo-liberale e la guerriglia economica, la devastazione, il sabotaggio, la sottrazione criminale di generi di prima necessità, nel tentativo di affamare il popolo, la guerriglia mediatica di bugie e dis-informazione contro le autorità e contro il popolo del Venezuela, gli argomenti di quella medesima dittatura, oligarchica e finanziaria, che il neoliberismo, statunitense ed europeo, cerca di imporre ai popoli che alzano la testa ed oppongono la propria dignità al ricatto del capitalismo finanziario.

Venezuela e Grecia, oggi, sulla stessa barricata. 

martedì 14 luglio 2015

Non si chiama capitolazione; si chiama golpe.

Bundesarchiv, Bild 101I-164-0368-14A / Jesse / CC-BY-SA

“Preparati” dall'Euro-gruppo sabato 11 luglio, i lavori dell'Euro-summit, durato 18 ore, a cavallo tra il pomeriggio di domenica 12 luglio e lunedì 13 luglio, nel sostanziale accordo di tutti i governi dell'area euro, hanno imposto alla Grecia la linea neoliberista più ottusa, sostanzialmente eversiva, ispirata dal governo tedesco e dalla Bundesbank. Nel documento dell'Euro-gruppo, vale a dire della riunione dei Ministri delle Finanze dei 19 Paesi della moneta unica (Euro-zona), vengono imposte condizioni radicali alla Grecia, del tutto inaccettabili ed inattuabili, pena una autentica catastrofe politica e sociale, con una violenta recrudescenza dell'austerità, che si sarebbe, ancora una volta, scaricata sui ceti deboli e le classi popolari, e una vera svendita del patrimonio pubblico del Paese.

Vi si prevede, a garanzia della nuova linea di finanziamento e della copertura delle rate debitorie, la collocazione separata di asset pubblici greci, per un valore non inferiore agli 80 miliardi di euro, in un fondo separato, fuori dal territorio nazionale (Lussemburgo); l'imposizione di misure draconiane e di un ferreo controllo internazionale, da parte delle istituzioni finanziarie, su tutte le misure intraprese dal governo greco, anche con effetto retroattivo; e, infine, la possibilità, formalmente regolata, in caso di inadempienza anche parziale nel conseguimento dei risultati previsti, di imporre l'uscita unilaterale ed esclusiva della Grecia dall'area euro per un periodo di cinque anni. Su tale documento, tuttavia, non è stato conseguito l'accordo, dal momento che non si è registrata l'unanimità tra i ministri finanziari dell'area euro, e questo è il motivo per il quale il documento è stato sottoposto, in bozza, ai lavori del successivo Euro-summit.

A quest'altezza, dunque, al netto del fatto che tali imposizioni eversive non abbiano conseguito l'unanimità dell'area euro, è importante sottolineare il mandato politico che esse hanno istruito: la posta in gioco era chiaramente messa nei termini, dettati in primo luogo dalla Germania e dai suoi più stretti alleati, gravitanti nell'area nominale del marco tedesco e in quella che era e resta l'area di mercato tedesca (Slovacchia, Polonia, Repubbliche Baltiche, Olanda e Finlandia, il cui parlamento ha addirittura, con voto finale, negato al governo finlandese la autorizzazione a negoziare un nuovo piano di finanziamento per la Grecia, il che implicherà, nelle prossime settimane, un nuovo ricorso al voto parlamentare, per nulla scontato) della svendita del patrimonio greco, della limitazione della sovranità politico-economica del Paese e della più stretta morsa monetaristica e liberistica sul Paese, pena la sua unilaterale e rovinosa fuoriuscita dall'euro.

Questo è il punto di partenza e il contesto di riferimento all'interno del quale si svolge il negoziato, che, come si è detto, è durato 18 ore, nell'ambito dell'Euro-summit, vale a dire il vertice dei capi di governo di Paesi Euro. Le 18 ore di negoziato e la strenua resistenza da parte delle autorità greche producono un testo che è, evidentemente, molto peggiore del “piano Tsipras”, ma anche molto diverso da quel vero e proprio documento di “capitolazione unilaterale” che le istituzioni avevano prodotto in sede di Euro-gruppo. Nel documento finale del Summit, approvato all'unanimità e con il quale si avviano le procedure parlamentari e si gettano le basi per una nuova linea di finanziamento per la Grecia, vengono sostanzialmente radicalizzate tutte le proposte, contenute nel piano Juncker, in merito alla revisione del sistema pensionistico, alla riforma dell'IVA, alla ridefinizione del sistema del lavoro (contratti e licenziamenti), e alle privatizzazioni, con la collocazione di asset pubblici in un fondo nazionale, che sarà tuttavia sotto il controllo del governo greco e il monitoraggio delle autorità internazionali, basato in Grecia, per una valore totale non di 80 ma di 50 miliardi di euro (25 per la ricapitalizzazione del sistema bancario, 12.5 per il debito e 12.5 per gli investimenti).

Viene inoltre imposto un crono-programma di approvazione parlamentare, con le quattro misure prioritarie da approvare entro il 15 luglio e il successivo stock di misure entro il 22 luglio, quale presupposto all'erogazione di un nuovo, canale di finanziamento, pari a 82 miliardi in tre anni, per alleggerire l'onere debitorio e rilanciare gli investimenti produttivi. Si tratta, in sostanza, di un “terzo memorandum”, che non ha nulla a che vedere con il Programma di Salonicco, si situa in piena continuità con le misure odiose del precedente governo Samaras, ma evita alla Grecia sia la strozzatura economica e finanziaria (che avrebbe determinato il crollo dell'intero sistema bancario e l'abbattimento dell'intero welfare state), sia la capitolazione politica e istituzionale (che, a ben vedere, rappresentava il vero obiettivo, soprattutto della Germania). Ora, se le misure economiche del piano rappresentano una radicalizzazione delle proposte negoziali, il carattere eversivo del pacchetto imposto alla Grecia si mostra in due passaggi del testo: il ritorno del monitoraggio da parte delle istituzioni finanziarie sulle misure in discussione e il ripristino della legislazione concordata, con le autorità europee e il FMI, anche in campo pubblico e sociale. Si è consumato, insomma, in sede europea, un vero e proprio golpe bianco, attraverso l'asfissia economica della Grecia, ispirato dalle autorità tedesche, ma a cui nessun Paese europeo s'è opposto.

Lo scenario che adesso si apre assume pertanto caratteri ultimativi: la radicalizzazione dello scontro imposta alla Grecia è anche una risposta politica al referendum greco e segna un vero e proprio salto di qualità nella strategia eversiva dei poteri forti del neoliberismo finanziario; questo salto di qualità mette profondamente in discussione la possibilità di una relazione paritaria tra Paesi sovrani all'interno della Euro-zona e indica la sostanziale impossibilità di politiche socialmente avanzate o adeguatamente redistributive all'interno della Euro-zona vigente; lo stesso diktat della Germania apre malumori e contraddizioni, riconsegnando questo Paese ad alcune delle pagine più tragiche della sua storia e riaprendo la porta a spettri catastrofici del passato. Per Syriza si apre ora lo scenario plausibile, con il mandato istituzionale all'approvazione delle misure indicate, di salvaguardare, quanto più sia possibile, l'unità del partito e delle masse popolari e consolidare tutte quelle misure che possano alleggerire le pesanti condizioni di vita delle classi popolari e del proletariato greco e, in conseguenza del mutato scenario interno e, soprattutto, internazionale, indire elezioni anticipate, consolidando la propria egemonia ed inibendo le strumentalizzazioni e lo sciacallaggio, interno e internazionale (da Alba Dorata al Front National, dalla Lega Nord ai Cinque Stelle, in Italia), imbastiti sulla vicenda. Nella ridda di dichiarazione, spesso sconclusionate, delle ultime ore, vale la pena riprendere le note di Pierre Laurent, Presidente della Sinistra Europea:

«Un accordo che è un compromesso è stato trovato … dai capi di stato della zona euro. Questo accordo scarta lo scenario della “Grexit” e l'asfissia finanziaria della Grecia, voluti da Schaeuble e Merkel, che fino all'ultimo hanno tentato la messa sotto tutela integrale della Grecia, la negazione della sua sovranità, la sua sottomissione alle potenze finanziarie, la sua vendita pezzo per pezzo. Se è stato firmato un accordo, è grazie al coraggio del primo ministro greco. Per la prima volta, un capo di governo ha avuto il coraggio di affrontare le potenze dominanti che pensano che tutto gli è permesso in Europa. Il sostegno del suo popolo non ha cessato di aumentare da gennaio per questa ragione... Alcune delle concessioni fatte sono state imposte all'ultimo minuto. Non dimentichiamoci che questo è avvenuto sotto la minaccia e dopo due settimane di chiusura delle banche.

Il governo greco ha fatto una scelta responsabile, quella di permettere prima di tutto la stabilità finanziaria sostenibile del Paese e l'investimento per l'occupazione e la riconversione produttiva del Paese. Il debito sarà riscaglionato e i tassi di interessi rinegoziati. Alexis Tsipras ha confermato l'intenzione di addossare gli sforzi maggiori sui greci più ricchi e di proteggere le classi popolari. La BCE deve immediatamente decidere la riapertura dei rubinetti per le banche greche. L'Europa vive momenti storici. Le pressioni e le umiliazioni subite da Alexis Tsipras e dal popolo greco durante tutto il week-end sollevano delle difficili questioni per tutti noi, per il futuro stesso della cooperazione nella zona euro. La lotta per l'uguaglianza, il rispetto della democrazia, la solidarietà, la riconquista del potere sulla finanza deve proseguire. Si tratta di una questione essenziale per un futuro solidale nell'Unione Europea. Tutti gli Europei hanno interesse ad amplificare il loro sostegno a questa battaglia e le loro lotte contro l'austerity nel proprio Paese. Invito tutte le forze democratiche e di sinistra a lavorare insieme ad un progetto comune per fare uscire l'Europa della tempesta liberista».

mercoledì 8 luglio 2015

Fidel Castro ad Alexis Tsipras

Foto di Antônio Milena/ABr - Agência Brasil. Licenza CC BY 3.0. WC 




Mi congratulo calorosamente per la sua brillante vittoria politica, i cui dettagli mi sono noti grazie al canale TeleSur.
 
La Grecia è molto familiare tra i Cubani. Ci ha insegnato la Filosofia, l'Arte e le Scienze dell'età antica, al tempo dei nostri studi scolastici, e, insieme con quelle, la più complessa tra tutte le attività umane: l'arte e la scienza della politica.
 
Il suo Paese, specialmente il valore che ha dimostrato nella situazione attuale, suscita ammirazione tra tutti i popoli dell'America Latina e del Caribe, di questo emisfero del mondo, al vedere come la Grecia, di fronte alle aggressioni provenienti dall'estero, difende la sua identità e la sua cultura.
 
Noi non dimentichiamo che, un anno dopo l'attacco di Hitler alla Polonia, Mussolini ordinò alle sue truppe di invadere la Grecia, e che questo coraggioso Paese ha respinto l'aggressione e ha fatto retrocedere gli invasori, costringendo al dispiegamento dei blindati tedeschi in direzione proprio della Grecia, deviandoli dal loro iniziale obiettivo.
 
Cuba conosce il valore e il coraggio delle truppe russe che, unite alle forze del potente alleato, la Repubblica Popolare Cinese, e le altre nazioni del Medio Oriente e dell'Asia, provano sempre ad evitare la guerra, e non permetteranno mai alcuna aggressione militare, senza che segua una risposta puntuale e contundente.
 
Nell'attuale situazione politica del pianeta, quando la pace e la sopravvivenza della nostra specie sembrano appese ad un filo, ogni decisione deve essere accuratamente ponderata ed applicata, in modo che nessuno possa dubitare dell'onestà e della serietà con la quale i dirigenti più responsabili e seri lottano oggi per affrontare le calamità che minacciano il nostro mondo.
 
Le auguriamo - stimato compagno Alexis Tsipras - il più grande dei successi.

 
Fraternamente,

Fidel Castro Ruz

5 luglio 2015

sabato 4 luglio 2015

Mille piazze per la democrazia: un grande OXI

"Atene chiama, Napoli risponde": www.facebook.com/napolicontsipras

Qualcuno sottolinea i richiami “storici” del suo discorso, quelli che rimandano alla Grecia dov'è nata la democrazia, dove la “polis” si è formata, dove una forma di “potere del popolo” è stata, per la prima volta, sperimentata. Ed oggi gli occhi di tutta Europa tornano sulla Grecia e la Grecia, con il suo referendum, ha già conseguita la sua vittoria, perché la decisione del popolo, in un senso o nell'altro, non potrà essere ignorata, se non al prezzo di una violazione del patto democratico europeo, troppo grave per passare sotto silenzio e troppo lacerante per immaginare, anche soltanto, che non produca conseguenze, distruttive, destabilizzanti.

Qualche altro rimarca i richiami al “coraggio”, alla “determinazione”, alla “gioia”: con tutte quelle parti del suo discorso in cui invita il popolo greco a resistere, a dismettere l'abito del timore e della paura, a non cedere alle minacce e alle intimidazioni, ai ricatti e agli ultimatum, a rigettare e respingere la campagna di odio e di divisione del popolo, di paura e di vero terrorismo politico che le oligarchie, la finanza, i poteri forti del neoliberismo, interno ed europeo, hanno suscitato; segnando, al contempo, con il suo discorso, un vero e proprio spartiacque, tra la sinistra, della democrazia e della speranza, dell'Europa dei popoli e della solidarietà, e la destra, anti-solidale e anti-europea, indifferente ai destini dei popoli e dei lavoratori d'Europa, così affine, nella sua demagogia, alla propaganda delle tecnocrazie liberiste, che minacciano l'uscita della Grecia dall'euro e dalla stessa Unione Europea, in caso di vittoria dell'OXI - NO - al referendum popolare.

Qualche altro, infine, si spinge a richiamare precedenti illustri, definendo Alexis Tsipras uno “statista”, sottolineando il carattere, al tempo stesso, patriottico e solidale, mai corporativo o sovranista, del suo discorso, rievocando persino, per quel passaggio sulla democrazia da portare avanti e sulla paura da sconfiggere, la figura di Salvador Allende, colui che, con il suo tentativo di costruzione del “socialismo nella democrazia”, avrebbe suscitato panico ed eversione nel campo della destra e della oligarchia, ed avrebbe, al tempo stesso, ispirato, una generazione dopo, i percorsi di solidarietà ed emancipazione che si sarebbero incarnati nel processo per il socialismo del XXI secolo. Non a caso, dall'Ecuador, dal Venezuela, da Cuba in primo luogo, non sono mancati attestati di appoggio al popolo greco e alla sinistra al governo in quel Paese, a sostegno del NO all'ultimatum delle oligarchie, per un governo democratico dell'economia e del Paese.

Abbiamo avuto modo di seguire in diretta il discorso di Alexis Tsipras dalla storica Piazza Syntagma di Atene, davanti ad una folla di decine, centinaia di migliaia di persone, anche da Napoli, dove il corteo popolare, animato da oltre cinquemila persone, partito da Largo Enrico Berlinguer, ha concluso il suo percorso nella Piazza del Plebiscito, dove un altoparlante per gli oratori e un mega-schermo per la diretta, hanno consentito di combinare e comporre voci e colori di questa spettacolare prova di democrazia. Una occasione di partecipazione vera, entusiasta, popolare, che ha stabilito una connessione reale non solo con Piazza Syntagma, ma con le altre circa cento piazze italiane collegate in diretta, tra di loro e con Atene, e con le  decine e decine di mobilitazioni che, in tutta Europa, hanno portato migliaia e migliaia di persone in piazza, per questa vera e propria “primavera” della democrazia europea. Non c'è stato praticamente Paese in Europa, che non abbia alzato la sua voce a sostegno di Syriza, del popolo greco e del suo OXI: basta anche solo scorgere, per un'idea, la mappa interattiva.

Niente a che vedere, dunque, con le strumentalizzazioni anti-europee delle varie destre demagogiche, alla Salvini e Grillo, in Italia, all'Alba Dorata o Front Nationale, in Europa: non si tratta di un referendum “contro”, ma di un referendum “per”, un OXI  - NO - all'austerity e al neoliberismo delle tecnocrazie europee e dell'egemonismo tedesco, non contro l'euro e contro l'Europa, ma per un'altra direzione economica, per un'altra prospettiva di sviluppo e per un'Europa dei suoi popoli, della “democrazia nella solidarietà”. Nelle parole di Tsipras: «L'Europa che abbiamo conosciuto, l'Europa con i suoi valori fondativi, non ha niente a che vedere con tutto ciò che stiamo subendo. Oggi a quest'ora tutta l'Europa ha gli occhi su di voi, sul popolo greco, sui tre milioni di poveri e su tutti i disoccupati. Oggi tutto il pianeta ha gli occhi su Piazza Syntagma, sulle piccole e grandi piazze della nostra patria, sul luogo dove la democrazia è nata. Ridiamo un'altra occasione alla democrazia per farla tornare in Europa, perché l'Europa possa tornare ai suoi valori fondativi, che per tanti anni non ha applicato e ha costretto i popoli a fare scelte che vanno contro la loro volontà».

Da due giorni, campeggia, sul Palazzo del Municipio di Napoli, uno striscione con un messaggio chiaro: Napoli è con la Grecia, «l'Europa si costruisce con i suoi popoli». Ancora con Tsipras: «Nessuno ha il diritto di minacciare che taglierà la Grecia fuori dal suo luogo naturale, nessuno ha il diritto di minacciare che dividerà l'Europa. La Grecia - la nostra patria - è, è stata e rimarrà la culla della civiltà europea. Da questo luogo, qui, dice la mitologia, Zeus ha rapito Europa. Ora i tecnocrati vogliono di nuovo portare via Europa. Noi diciamo no, non lasceremo l'Europa nelle mani di quanti vogliono rapirla dal suo passato democratico, dai valori della solidarietà e del rispetto reciproco». Napoli, con tutta l'Italia e tutta l'Europa democratica, sarà ancora in piazza, domenica prossima, partecipando e condividendo la mobilitazione del popolo greco.

martedì 30 giugno 2015

Un “grande NO” per fare la storia

partitoumanista.it/3.0/images/articoli/syntagma12022012
Mai viste reazioni peggiori da parte delle cancellerie occidentali alla decisione greca di indire un referendum popolare per l'accettazione o meno dell'ultimatum dei creditori internazionali, quello la cui imposizione da parte, soprattutto, del Fondo Monetario, ha determinato la rottura del negoziato con la Grecia e la precipitazione della crisi. 

Il Presidente della Commissione Europea, Jean Claude Juncker, ha accusato il governo greco di “populismo”, arrivando a dichiarare perfino di sentirsi “tradito” dal comportamento del premier Alexis Tsipras. Il Presidente dell'Eurogruppo, Jeroen Dijsselbloem, ha lanciato un vero e proprio atto d'accusa contro Tsipras e Syriza, arrivando finanche a contraddire quello che appena tre giorni prima aveva solennemente dichiarato, vale a dire che le porte del negoziato “sono ancora aperte”. Il Presidente del Parlamento Europeo, Martin Schulz, aveva già, a suo tempo, con buon anticipo, definite “stupide” le proposte avanzate dal governo greco; infine, perfino il “piccolo premier” italiano, Matteo Renzi, ha dato man forte alla più recente e vasta controinformazione, avvelenando i pozzi con una dichiarazione palesemente falsa: che il referendum greco sarebbe un referendum “euro contro dracma”. È appena il caso di ricordare che, tra tutte queste vestali del neoliberismo e dell'austerità che ha già distrutto l'economia e impoverito la società greca, gli ultimi tre sono tra i più autorevoli esponenti della socialdemocrazia europea: oggi come – e più – di ieri, vera e propria ancella dei poteri forti, custode dell'ordine neoliberale, tutore delle classi dirigenti europee, fautrici di questa autentica tragedia. 

Allo stesso modo, in maniera del tutto simmetrica e contraria, mai sentita replica più azzeccata a questo vero e proprio assedio dei poteri forti contro la Grecia, il suo governo e il suo popolo: «Buffo - ha spiegato Yanis Varoufakis, ministro greco delle finanze - quanto suoni radicale il concetto che sia il popolo a decidere». Centra il punto della questione aperta tra i creditori e le agenzie finanziarie internazionali e uno stato sovrano, la Grecia, in merito al contenuto e alla gittata della trattativa fatta fallire dal Fondo Monetario e dai creditori: non una questione di numeri, economica, ma una questione di sostanza, politica. Come si vede dal confronto tra l'ultima proposta avanzata dal governo greco e la contro-proposta presentata dalle istituzioni internazionali, infatti, vi era il margine per una negoziazione sui “valori assoluti”: gli obiettivi di avanzo primario (surplus) erano stati fissati rispettivamente all'1%, al 2% e al 3% per gli anni fiscali 2015, 2016 e 2017; le soglie di tassazione sul valore aggiunto (IVA) erano state fissate al 6%, al 13% e al 23%, sebbene non si fosse raggiunto l'accordo sulle tipologie di servizi da collocare nelle rispettive fasce; l'innalzamento dell'età di pensione a 67 anni a partire dal 2022 e il contenimento dei prepensionamenti, su cui la trattativa verteva sulla tempistica della riformulazione; l'incremento dei contributi sanitari, l'innalzamento della tassa sulle imprese di fatturato maggiore, l'estensione della tassa sui beni di lusso, in una forma di patrimoniale rivista, la riduzione delle spese per la difesa.
 
È stato soprattutto il Fondo Monetario a determinare la rottura delle trattative: imponendo che la riforma del welfare venisse supervisionata dalle autorità internazionali, in primo luogo dalla Banca Mondiale (quando il superamento del regime di supervisione da parte della Trojka era stato posto sin dall'inizio come condizione della trattativa); imponendo una cosiddetta “modernizzazione della griglia salariale nel pubblico impiego” (che è semplicemente un modo raffinato per intendere il taglio degli stipendi e, in prospettiva, delle pensioni, nel pubblico impiego, vale a dire una delle linee rosse poste dai negoziatori greci “a monte” della trattativa); rifiutando (mai successo in precedenti analoghe trattative) tutte le proposte complementari avanzate da parte greca per il conseguimento degli obiettivi di bilancio e (perfino contro i “suggerimenti interessati” provenienti dagli Stati Uniti e da alcuni esponenti della Commissione Europea) qualsiasi ipotesi di ristrutturazione del debito greco. Nero su bianco: qui.
 
È chiaro che la traiettoria negoziale seguita dal Fondo Monetario e dai suoi più fedeli alleati (i vertici dell'Eurogruppo, della Bundesbank, del governo CDU-SPD della Germania) non intendeva portare ad un accordo, che presuppone una mediazione, bensì ad una resa dei conti tra due visioni opposte della direzione politica ed economica: pur di non darla vinta al primo governo di sinistra, progressista e anti-austerity, dentro l'Unione Europea, hanno scelto di rompere il negoziato, precipitare la crisi, isolare un Paese membro. Il Fondo Monetario e l'Unione Europea hanno finalmente fatto cadere la loro maschera, di agenti politici e, perfino, ideologici del “sistema”, piuttosto che “istituzioni condivise”. Nella loro propaganda raccontano di panico ai bancomat di Atene (che non c'è mai stato) e nascondono le manifestazioni popolari di massa a sostegno dell'OXI al referendum (con decine di migliaia di persone di fronte al Parlamento di Atene).

La storia greca, patria della democrazia europea e ispiratrice di grandi momenti di coscienza e autodeterminazione, è segnata dal NO: ogni anno si festeggiano le Giornate del NO (OXI, in greco) in ricordo della grande opposizione del popolo greco all'ultimatum di guerra, inizio della resistenza greca contro l'invasione nazi-fascista (28 ottobre 1940). Il fascismo aveva promesso di “spezzare le reni” ad Atene; il suo “μεγάλο Oχι”, il “grande NO” segnò l'inizio di una resistenza che avrebbe consegnato al fascismo una sconfitta bruciante. Il 29 giugno, in Piazza Syntagma, ad Atene, si sono raccolte 20 mila persone; lo stesso Alexis Tsipras, la sera stessa, ha spiegato che la vittoria del NO riguarda lo svolgimento della trattativa e il piano dei creditori, non, evidentemente, l’uscita della Grecia dalla Unione Europea. È chiaro che la vittoria del NO rappresenterebbe la prima manifestazione esplicita, popolare e democratica, di opposizione all'ordine neo-liberista imposto dall'Unione Europea e dalle autorità internazionali. Sarebbe, per la prima volta in Europa, una sconfitta “sul campo” per il neoliberismo e una spinta propulsiva a rivedere l'attuale costruzione dell'Unione Europea stessa.
 
Un “grande NO”, come 75 anni fa, per fare la storia.

giovedì 26 febbraio 2015

Syrizia, il governo della sinistra e la scommessa per la democrazia

anticapitalistes.net
Come sempre, quando si viene a capo di una lunga e problematica mediazione, è nelle limature dei testi e nelle reazioni del giorno dopo che è possibile individuare “i vincitori e i vinti”: il carattere eventualmente progressivo della mediazione raggiunta, l’equilibrio più avanzato intanto conseguito, la rinnovata occasione per una ulteriore iniziativa.
Nella negoziazione che ha visto “l’un contro l’altra” l’Eurogruppo, vale a dire l’insieme dei ministri economici e finanziari degli Stati membri dell’Unione Europea che hanno adottato l’euro come moneta comune (18 su 28 membri UE, la cosiddetta “Eurozona”), e la Grecia, attraverso il suo brillante ministro delle finanze, il marxista “impenitente ed eccentrico” Yanis Varoufakis, era evidente la assoluta sproporzione di forze in campo.
Il paragone di “Davide contro Golia” è fin troppo abusato per essere ripercorso in questa sede; d’altro canto, che, al di là delle marcate sfumature tra la posizione francese e quella tedesca e l’inedito oltranzismo rigorista di alcuni tra i Paesi più indebitati dell’area euro, Spagna, Irlanda e Portogallo in primo luogo, la cosiddetta Eurozona si sia mossa come un vero e proprio “fronte” a difesa del rigore monetaristico e della cappa neoliberista, è risultato chiaro, in maniera persino troppo lampante.
D’altra parte, il rifiuto dell’OCSE (l’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico) ad accompagnare, richiesta dalla Grecia in tal senso, le autorità finanziarie della ex Trojka, vale a dire l’Unione Europea (nelle sue articolazioni economico-finanziarie), la Banca Centrale Europea ed il Fondo Monetario Internazionale, nella definizione della trattativa e nella supervisione del nuovo programma proposto dalla Grecia, è a suo modo indicativo non solo dello schieramento di forze (e di interessi) in campo, ma anche della portata (e delle finalità) della posta in palio.
Di questo, il nuovo governo della sinistra greca, di Syriza, di Alexis Tsipras (già candidato presidente della Commissione UE per la Sinistra Europea, vale a dire l’insieme delle forze della sinistra riformatrice, ecologista e comunista del continente europeo, a sinistra della “sinistra tradizionale”, rappresentata dal PSE), ha mostrato subito di essere consapevole, rendendo esplicita, per bocca dello stesso premier, tale consapevolezza, nella dichiarazione del 7 febbraio scorso: «La Grecia vuole pagare il suo debito e raggiungere un’intesa con i partner per l’interesse di tutti: il problema del debito greco non è economico ma politico».
Non si è trattato infatti, semplicemente, di raggiungere un’intesa in merito al coordinamento delle politiche economiche e finanziarie né di perseguire un mero compromesso tra esigenze di bilancio, ristrutturazione del debito e politiche di crescita. Si è trattato, come l’andamento e l’esito stesso della trattativa hanno confermato, di verificare la possibilità di una pratica politica non-omologata nel quadro di una Unione Europea, oggi, ad egemonia neo-liberista e di assicurare uno spazio alla democrazia all’interno di quella stessa Unione Europea in cui la combinazione di egemonia neo-liberista ed austerità monetaria rischia di stringere un cappio mortale alla gola della democrazia (perfino quella più banalmente rappresentativa) e della auto-determinazione (fino a mettere in discussione elementari istanze di sovranità popolare e di autonomia decisionale).
Non è solo per fortuita coincidenza che, lo stesso 7 febbraio, si è fatta sentire anche la voce del presidente venezuelano, Nicolas Maduro, il quale, memore della presenza ai funerali di Hugo Chavez, l’8 marzo 2013, dell’attuale premier ellenico, ha ricordato «tutte le pressioni alle quali è sottoposto a causa del neoliberismo selvaggio applicato in Grecia» e rivendicato che «il Venezuela Bolivariano e la Grecia sono uniti nella comune battaglia contro il neoliberismo e per la dignità». Dignità, emancipazione e giustizia sociale non sono solo degli slogan nell’esperienza rivoluzionaria del Venezuela Bolivariano, e l’ALBA (Alleanza Bolivariana per i Popoli della Nostra America) è un modello di integrazione, politica e solidale, molto lontano dagli egemonismi e dai monetarismi della odierna Unione Europea.
Se, ad oggi, è ancora presto per dire se la mediazione conseguita frutterà l’apertura di nuovi spazi ed opportunità democratiche nell’Europa ristretta rappresentata dalla Unione Europea, fino a prefigurare, come da più parti si auspica, una vera e propria “rifondazione democratica” dell’Unione stessa, è tuttavia già tempo di cogliere l’elemento di avanzamento che la mediazione conseguita istruisce: ci sono, allo scopo, le quattro cartelle e le quattordici proposte che il piano greco, infine accettato dall’Eurogruppo, avanza, che rappresentano, a partire dal 23 febbraio scorso, la base per rinnovare il quadro pattizio tra la Grecia e l’Unione Monetaria e per avanzare lungo la strada delle riforme.
Da una parte, il fatto che le misure di base siano “fiscalmente neutre”, vale a dire a impatto zero sulle finanze statali, viene imposto come pre-condizione, per potere assicurare entrate sufficienti a liberare l’ultima quota del piano di rifinanziamento da parte delle istituzioni internazionali (7 miliardi). D’altra parte, tuttavia, il piano avanzato dalla Grecia riesce, superato una volta per tutte il vecchio “Memorandum”, ad impostare i termini del nuovo piano per il rientro del debito e la stabilizzazione economica, imponendo sin da subito all’Eurogruppo tre misure di rilievo: la copertura alimentare, sanitaria ed energetica per le fasce più povere della popolazione, garantendo «il controllo della spesa e il miglioramento dei servizi e, contemporaneamente, l’accesso universale»; la sostituzione di determinate agevolazioni fiscali con nuovi sussidi sociali e l’introduzione della tassazione patrimoniale finalizzata a far sì «che tutti i settori della società, specialmente le fasce di popolazione più ricca, contribuiscano in modo adeguato al finanziamento delle politiche pubbliche»; l’avvio del programma di estensione del salario minimo.
C’è indubbiamente la conferma delle privatizzazioni già ultimate, con la revisione di quelle ancora in corso di definizione; e c’è una riduzione delle spese improduttive, insieme con un piano di rilancio della contrattazione collettiva, che era stata sbaragliata, insieme con i tagli ai salari e alle pensioni ed il massacro sociale foriero di una vera e propria crisi umanitaria, dal governo greco precedente, quello delle destre e del neoliberismo.
Le componenti più radicali del quadro politico greco (anche quelle interne o collaterali a Syriza), insieme con le tendenze estremistiche e i fautori dell’uscita unilaterale dalla moneta europea, sono state, non a caso, i censori più severi di Tsipras e Varoufakis, i più munifici cantori delle “promesse tradite” e delle “speranze deluse” da parte di Syriza e della sua “capitolazione”: in singolare convergenza, su questo, con i falchi dell’austerity e settori rilevanti dell’establishment neo-liberale (tra cui la filiera lunga di opinionisti ed economisti collaterali alla socialdemocrazia riformista e alla sinistra borghese).
Valga per tutti, ragionando per “contrari”, il giudizio sul Piano Syriza espresso dal Fondo Monetario Internazionale: «in vari settori» mancano rassicurazioni sulle riforme previste dal Memorandum. Qualcuno spieghi loro che, dal 23 febbraio, quel Memorandum non esiste più.