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lunedì 27 giugno 2022

La nuova prospettiva dell’allargamento della UE

 
Xavier Häpe, European flag outside the Commission -
www.flickr.com/photos/vier/192493917/, CC BY 2.0,
commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=2462938


È stata pubblicata, lo scorso 22 giugno, la bozza di relazione della Commissione Affari Esteri del Parlamento Europeo che dovrebbe costituire la base per una raccomandazione del Parlamento stesso al Consiglio, alla Commissione Europea e all’Alto Rappresentante per la politica estera e di sicurezza comune per la definizione della nuova strategia per l’allargamento dell’Unione Europea. Si tratta di un documento di notevole interesse: enuclea gli elementi fondamentali che dovrebbero caratterizzare la strategia europea in questione e, prima ancora, la possibilità di rilanciare questo elemento della costruzione comunitaria, a lungo considerato caratterizzante per la prospettiva strategica dell’Unione e che si è rivelato invece sostanzialmente fallimentare, da molti anni ormai in “stallo”. Non solo: serve ad indicare anche il “nuovo volto” assunto dalla prospettiva europea sullo sfondo del conflitto tra la Russia e la NATO in Ucraina, e della contraddizione strategica, per la quale, se da un lato l’UE sarebbe chiamata a svolgere un ruolo di fronte alle crisi che si sviluppano sul continente, dall’altro la stessa UE si mostra sempre più complementare, quando non subalterna, all’impostazione strategica degli USA e della NATO.

Le politiche di allargamento della UE in crisi

La prospettiva dell’allargamento rischia, alla lettura del documento, di essere piegata a questa impostazione: la strategia dell’allargamento rischia cioè di diventare un improprio strumento politico al servizio dello scontro che contrappone lo “schieramento occidentale” e la NATO alla Federazione Russa e alla prospettiva, da quest’ultima delineata, di consolidare i contesti multilaterali, a partire dall’alleanza con la Cina, dall’Unione Economica Eurasiatica, dall’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai e dal sistema BRICS, variamente alternativi ai blocchi politico-militari occidentali. Del resto, la strategia globale dell’UE del 2016, richiamata nella bozza, non senza enfasi ideologica, «specifica che una politica di allargamento credibile rappresenta un investimento strategico per la sicurezza e la prosperità dell’Europa e ha già contribuito notevolmente alla pace in aree un tempo dilaniate dalla guerra». La bozza di risoluzione, se, da una parte, ribadisce che «l’allargamento è lo strumento di politica estera dell’Unione Europea più efficace ed una delle politiche di maggior successo della UE e rimane un investimento strategico per la stabilità e la prosperità nel continente europeo», dall’altra non può fare a meno di osservare che «è necessario un nuovo slancio per rilanciare il processo di allargamento». L’allargamento è, cioè, da tempo, in crisi, e le recenti domande di adesione da parte di Ucraina, Georgia e Moldova hanno squadernato paradossalmente la contraddizione con i Paesi della regione dei Balcani occidentali, già da tempo nella lista dei candidati all’adesione all’Unione e la cui prospettiva europea pare, al contrario, allontanarsi sempre di più.

Democrazie che la pensano allo stesso modo

La bozza di risoluzione propone di inscrivere la strategia per l’allargamento all’interno di quattro coordinate: il contesto geopolitico, il processo di adesione, le condizionalità all’adesione e la «trasformazione democratica e socio-economica». Quanto al contesto geopolitico, il documento apre alla prospettiva di «necessarie riforme istituzionali» per rafforzare la strategia dell’allargamento e conferma questo pilastro come essenziale ai fini della credibilità stessa dell’UE. Tuttavia, si accoglie la prospettiva di una crescente militarizzazione, proponendo di rafforzare «l’integrazione nei settori delle politiche estere, di sicurezza e di difesa comuni», e di un ulteriore compattamento, richiamando l’esigenza di sviluppare l’allargamento attraverso «l’adesione di democrazie che la pensano allo stesso modo, condividendo valori e interessi comuni». Aspetto, quest’ultimo, ribadito anche nella impostazione del processo di adesione, laddove, ad esempio, si specifica che occorre «accelerare l’integrazione dei Paesi che dimostrano un orientamento strategico ed un impegno stabile per le riforme relative all’UE, il consolidamento democratico e l’allineamento della politica estera». Si tratta di un elemento discutibile, che spinge il documento a vere e proprie forzature, quando, ad esempio, chiede di «privilegiare l’allineamento alla politica estera e di sicurezza comune dell’UE da parte dei Paesi candidati e proseguire i negoziati di adesione con la Serbia solo se il Paese si allinea alle sanzioni della UE contro la Russia»; o quando, contraddicendo la premessa per la quale «ogni Paese coinvolto nel processo dell’allargamento dovrebbe essere giudicato in base ai propri meriti», arriva a chiedere di «concedere immediatamente all’Ucraina lo status di candidato e continuare a fornire supporto ... a Moldova e Georgia al fine di consentire loro di raggiungere questo importante traguardo il prima possibile».

Politiche di allargamento e Balcani occidentali

Per quello che riguarda, in particolare, i Balcani occidentali, il documento chiede di aprire «colloqui di adesione ... con l’Albania e la Macedonia del Nord, concedendo senza indugio la liberalizzazione dei visti al Kosovo»; di «assistere la Bosnia-Erzegovina nell’affrontare quattordici priorità chiave, come pre-requisito per ottenere lo status di candidato»; di «incoraggiare l’accelerazione del processo di adesione del Montenegro»; e di «intensificare l’impegno costruttivo della UE con le autorità sia della Serbia sia del Kosovo per raggiungere un accordo globale di normalizzazione giuridicamente vincolante tra i due nel quadro del dialogo Belgrado-Pristina», avanzando, al contempo, la proposta di avviare «partenariati speciali per i Paesi che non intendono aderire alla UE o non soddisfano i criteri di adesione». Si conferma, in particolare, la prospettiva di un impegno ad un «accordo di normalizzazione giuridicamente vincolante» tra la Serbia e l’autogoverno kosovaro.

Un uso politico dei diritti umani?

Un altro elemento di novità del documento è rappresentato dallo spostamento del baricentro delle cosiddette “condizionalità” all’adesione dalla sfera economica (libero mercato e criteri economici) alla sfera politica (democrazia liberale e diritti umani), segnalando, in particolare, l’esigenza, ai fini dell’adesione, di mettere «la trasformazione democratica e lo stato di diritto al centro del processo di adesione alla UE, dando priorità alla indipendenza della magistratura, alla lotta alla corruzione e alla criminalità organizzata, al buon governo, ai diritti umani, alle libertà fondamentali e alla libertà dei media», perfino, come pure indica la bozza, «istituendo un meccanismo di monitoraggio, dialogo e allerta per correggere gravi carenze dello stato di diritto, innescando condizionalità negative, sotto forma di sospensione dei negoziati di adesione e dei fondi di pre-adesione e consentendo la possibilità di riaprire i capitoli negoziali con clausole di reversibilità». Il documento pare cioè confermare la tendenza ad un approccio politico e selettivo nei confronti del tema dei diritti umani, ai quali non ci si riferisce per garantirne l’integrità, con gli strumenti giuridici internazionali del sistema delle Nazioni Unite, in termini di universalità e indivisibilità di “tutti i diritti umani per tutti e per tutte”, bensì per farne metro di valutazione politica, a giudizio esclusivo della UE, ai fini dell’adesione dei Paesi candidati.

L’orizzonte di un’Unione Europea sempre più “atlantica”

Approccio che pare trovare conferma alla luce della quarta coordinata, la cosiddetta “trasformazione democratica e socio-economica”, dove, tra l’altro, si chiede non solo di «rafforzare la cultura del pluralismo politico e del dialogo politico costruttivo», ma addirittura di «promuovere riforme elettorali, ... democrazia all’interno dei partiti, trasparenza del finanziamento dei partiti». Senza dimenticare la “coerenza” con le politiche del mainstream europeo della transizione verde e digitale, con il compito di «promuovere efficienza energetica, connettività e transizione verso le energie rinnovabili, aumentando la diversificazione e la sicurezza dell’approvvigionamento energetico», sempre, evidentemente, con un occhio rivolto alla guerra in Ucraina e alla controversa politica delle sanzioni. In definitiva, la bozza è un ulteriore salto di qualità nella ridefinizione del posizionamento strategico della UE “in asse” con analoghe indicazioni di provenienza USA e NATO; non solo un’Unione Europea sempre più “atlantica” e sempre meno “mediterranea”, ma anche sempre più convintamente a difesa dell’ordine unipolare, contro la prospettiva, ben più promettente, di uno spazio di relazioni internazionali policentrico, multipolare, orientato alla pace positiva e alla cooperazione internazionale. 
 

lunedì 21 settembre 2015

Cosa ci insegna la terza vittoria (in nove mesi) della Sinistra in Grecia

Elections 2012, SYRIZA Rally, Tsipras, flickr: photos/asterios/7000627690


Nessuna intenzione di bypassare analisi articolate e valutazioni rigorose, quanto mai opportune e necessarie con i tempi che corrono, all’insegna della ricomposizione della sinistra, almeno in Italia, della rigenerazione di una cultura politica all’altezza della sfida e della fase, per una sinistra, al contempo, non riformista e non socialdemocratica, ma solida e di governo, e della elaborazione di un pensiero e di una pratica innovativi, radicati nella storia ma lanciati verso il futuro. Affrontata su questo terreno, la (terza in nove mesi) vittoria di Syriza, ci parla di molte questioni, del nostro presente e del nostro futuro, molto più che del nostro passato, e, al tempo stesso, della nostra capacità ri-costruttiva e ri-generativa, per almeno dieci questioni:

1. la sinistra radicale greca è la forza maggioritaria: se la vittoria del 25 gennaio aveva consegnato a Syriza oltre il 36% dei voti, la vittoria del 20 settembre conferma a Syriza il voto di circa il 35% degli elettori; la proposta politica di Syriza rimane, dunque, la più credibile e la più efficace;

2. così come non c’era la maggioranza assoluta il 25 gennaio, così non c’è una maggioranza assoluta nel nuovo parlamento eletto il 20 settembre: il compito di fase di Syriza, al di là della formazione di una nuova maggioranza parlamentare, è quello di potenziare ed estendere la rete del suo insediamento civico e sociale, fatto di una diffusa rete di presidi sociali, di solidarismo e di mutualismo;

3. la maturità delle masse popolari greche, come di tutti i soggetti collettivi alle prese con lotte di progresso e giustizia, delle quali sono artefici e protagonisti, ha offerto una significativa prova di sé, premiando il partito che più coerentemente ha lottato contro l’austerità ed il neo-liberismo e più efficacemente ha indicato le tappe delle nuove battaglie contro le degenerazioni del memorandum, per attutirne l’impatto sociale, per tutelare le misure sociali intraprese dal governo, per rinegoziare il debito;

4. più precisamente, non c’è dubbio che la firma del nuovo memorandum abbia generato disillusione e frustrazione (l’affluenza alle urne è intorno al 55%), ugualmente non c’è dubbio che avere perso una battaglia, combattuta soli contro tutti in Europa, e avere dovuto fronteggiare un tentativo di golpe, ordito dalla oligo-finanza internazionale, non significa essere dei “venduti” o dei “traditori”;

5. diffidare quindi, a proposito dei giudizi contro il presunto “venduto” e “traditore”, di chi fa del massimalismo la propria bandiera (tutta ideologica), al punto di rompere il fronte della comune battaglia di governo contro il neo-liberismo: la sinistra scissionista di Unità Popolare è ferma al 3%;

6. è proprio questa vittoria di Syriza, giunta dopo il memorandum e sette mesi di governo della Grecia, a sconfiggere il golpe prolungato tentato dalle oligo-finanze e da Shäuble, e a preparare il terreno per una nuova iniziativa, per rimettere in piedi la Grecia in una prospettiva di giustizia e di solidarietà;

7. ed è ancora questa vittoria di Syriza a segnare uno spartiacque e fare da apripista in Europa: la prima forza politica della sinistra di alternativa che vince, riesce anche a confermarsi al governo; da una parte, quella che Tsipras ha definito la “sinistra che scappa”, una ridotta testimoniale; dall’altra, la “sinistra di governo”, non riformista né socialdemocratica, che si assume le proprie responsabilità e la sfida del governo;

8. occorre quindi rompere il silenzio: quanti, tra i sostenitori più accesi dell’OXI, assistono oggi da spettatori silenti al nuovo successo di Syriza? Non si vince sempre come vorremmo noi, e non sempre le scelte sono fatte a nostra immagine e somiglianza. Individuare il prevalente. Esplorare e fare esplodere le contraddizioni. Non abbandonarsi ai facili entusiasmi ed ai ripiegamenti deprimenti. Forse questa nuova vittoria di Syriza è anche un esame di maturità (per loro, forse; per noi, sicuramente);

9. “preso il governo, non ancora il potere”, ripetevano i compagni greci prima, durante, e, soprattutto, subito dopo, la vittoria referendaria dell’OXI; sappiamo bene che non basta entrare nella stanza dei bottoni, anche perché oggi, soprattutto nel contesto dell’Unione Europea, alcuni di quei bottoni non sono neanche ad Atene (o a Roma, e così via); semmai, occorre continuare a lottare contro “questa” Unione Europea;

10. infine, Alba Dorata è il terzo partito e consolida le sue posizioni presso disoccupati e sotto-proletariato; tocca ancora una volta alla sinistra ed ai comunisti la ricostruzione, al fondo di una egemonia reale, di un blocco storico e sociale, di una unità delle masse popolari, che sappia respingere ogni infiltrazione ed ogni provocazione della destra fascista e razzista, anche – e soprattutto – quando si presenta nella sua tenuta di “legge ed ordine”.

A queste latitudini, che pullulano di populisti e di demagoghi, di destre nazionalitarie e neo-fasciste, un “avviso ai naviganti” di grande attualità.

martedì 14 luglio 2015

Non si chiama capitolazione; si chiama golpe.

Bundesarchiv, Bild 101I-164-0368-14A / Jesse / CC-BY-SA

“Preparati” dall'Euro-gruppo sabato 11 luglio, i lavori dell'Euro-summit, durato 18 ore, a cavallo tra il pomeriggio di domenica 12 luglio e lunedì 13 luglio, nel sostanziale accordo di tutti i governi dell'area euro, hanno imposto alla Grecia la linea neoliberista più ottusa, sostanzialmente eversiva, ispirata dal governo tedesco e dalla Bundesbank. Nel documento dell'Euro-gruppo, vale a dire della riunione dei Ministri delle Finanze dei 19 Paesi della moneta unica (Euro-zona), vengono imposte condizioni radicali alla Grecia, del tutto inaccettabili ed inattuabili, pena una autentica catastrofe politica e sociale, con una violenta recrudescenza dell'austerità, che si sarebbe, ancora una volta, scaricata sui ceti deboli e le classi popolari, e una vera svendita del patrimonio pubblico del Paese.

Vi si prevede, a garanzia della nuova linea di finanziamento e della copertura delle rate debitorie, la collocazione separata di asset pubblici greci, per un valore non inferiore agli 80 miliardi di euro, in un fondo separato, fuori dal territorio nazionale (Lussemburgo); l'imposizione di misure draconiane e di un ferreo controllo internazionale, da parte delle istituzioni finanziarie, su tutte le misure intraprese dal governo greco, anche con effetto retroattivo; e, infine, la possibilità, formalmente regolata, in caso di inadempienza anche parziale nel conseguimento dei risultati previsti, di imporre l'uscita unilaterale ed esclusiva della Grecia dall'area euro per un periodo di cinque anni. Su tale documento, tuttavia, non è stato conseguito l'accordo, dal momento che non si è registrata l'unanimità tra i ministri finanziari dell'area euro, e questo è il motivo per il quale il documento è stato sottoposto, in bozza, ai lavori del successivo Euro-summit.

A quest'altezza, dunque, al netto del fatto che tali imposizioni eversive non abbiano conseguito l'unanimità dell'area euro, è importante sottolineare il mandato politico che esse hanno istruito: la posta in gioco era chiaramente messa nei termini, dettati in primo luogo dalla Germania e dai suoi più stretti alleati, gravitanti nell'area nominale del marco tedesco e in quella che era e resta l'area di mercato tedesca (Slovacchia, Polonia, Repubbliche Baltiche, Olanda e Finlandia, il cui parlamento ha addirittura, con voto finale, negato al governo finlandese la autorizzazione a negoziare un nuovo piano di finanziamento per la Grecia, il che implicherà, nelle prossime settimane, un nuovo ricorso al voto parlamentare, per nulla scontato) della svendita del patrimonio greco, della limitazione della sovranità politico-economica del Paese e della più stretta morsa monetaristica e liberistica sul Paese, pena la sua unilaterale e rovinosa fuoriuscita dall'euro.

Questo è il punto di partenza e il contesto di riferimento all'interno del quale si svolge il negoziato, che, come si è detto, è durato 18 ore, nell'ambito dell'Euro-summit, vale a dire il vertice dei capi di governo di Paesi Euro. Le 18 ore di negoziato e la strenua resistenza da parte delle autorità greche producono un testo che è, evidentemente, molto peggiore del “piano Tsipras”, ma anche molto diverso da quel vero e proprio documento di “capitolazione unilaterale” che le istituzioni avevano prodotto in sede di Euro-gruppo. Nel documento finale del Summit, approvato all'unanimità e con il quale si avviano le procedure parlamentari e si gettano le basi per una nuova linea di finanziamento per la Grecia, vengono sostanzialmente radicalizzate tutte le proposte, contenute nel piano Juncker, in merito alla revisione del sistema pensionistico, alla riforma dell'IVA, alla ridefinizione del sistema del lavoro (contratti e licenziamenti), e alle privatizzazioni, con la collocazione di asset pubblici in un fondo nazionale, che sarà tuttavia sotto il controllo del governo greco e il monitoraggio delle autorità internazionali, basato in Grecia, per una valore totale non di 80 ma di 50 miliardi di euro (25 per la ricapitalizzazione del sistema bancario, 12.5 per il debito e 12.5 per gli investimenti).

Viene inoltre imposto un crono-programma di approvazione parlamentare, con le quattro misure prioritarie da approvare entro il 15 luglio e il successivo stock di misure entro il 22 luglio, quale presupposto all'erogazione di un nuovo, canale di finanziamento, pari a 82 miliardi in tre anni, per alleggerire l'onere debitorio e rilanciare gli investimenti produttivi. Si tratta, in sostanza, di un “terzo memorandum”, che non ha nulla a che vedere con il Programma di Salonicco, si situa in piena continuità con le misure odiose del precedente governo Samaras, ma evita alla Grecia sia la strozzatura economica e finanziaria (che avrebbe determinato il crollo dell'intero sistema bancario e l'abbattimento dell'intero welfare state), sia la capitolazione politica e istituzionale (che, a ben vedere, rappresentava il vero obiettivo, soprattutto della Germania). Ora, se le misure economiche del piano rappresentano una radicalizzazione delle proposte negoziali, il carattere eversivo del pacchetto imposto alla Grecia si mostra in due passaggi del testo: il ritorno del monitoraggio da parte delle istituzioni finanziarie sulle misure in discussione e il ripristino della legislazione concordata, con le autorità europee e il FMI, anche in campo pubblico e sociale. Si è consumato, insomma, in sede europea, un vero e proprio golpe bianco, attraverso l'asfissia economica della Grecia, ispirato dalle autorità tedesche, ma a cui nessun Paese europeo s'è opposto.

Lo scenario che adesso si apre assume pertanto caratteri ultimativi: la radicalizzazione dello scontro imposta alla Grecia è anche una risposta politica al referendum greco e segna un vero e proprio salto di qualità nella strategia eversiva dei poteri forti del neoliberismo finanziario; questo salto di qualità mette profondamente in discussione la possibilità di una relazione paritaria tra Paesi sovrani all'interno della Euro-zona e indica la sostanziale impossibilità di politiche socialmente avanzate o adeguatamente redistributive all'interno della Euro-zona vigente; lo stesso diktat della Germania apre malumori e contraddizioni, riconsegnando questo Paese ad alcune delle pagine più tragiche della sua storia e riaprendo la porta a spettri catastrofici del passato. Per Syriza si apre ora lo scenario plausibile, con il mandato istituzionale all'approvazione delle misure indicate, di salvaguardare, quanto più sia possibile, l'unità del partito e delle masse popolari e consolidare tutte quelle misure che possano alleggerire le pesanti condizioni di vita delle classi popolari e del proletariato greco e, in conseguenza del mutato scenario interno e, soprattutto, internazionale, indire elezioni anticipate, consolidando la propria egemonia ed inibendo le strumentalizzazioni e lo sciacallaggio, interno e internazionale (da Alba Dorata al Front National, dalla Lega Nord ai Cinque Stelle, in Italia), imbastiti sulla vicenda. Nella ridda di dichiarazione, spesso sconclusionate, delle ultime ore, vale la pena riprendere le note di Pierre Laurent, Presidente della Sinistra Europea:

«Un accordo che è un compromesso è stato trovato … dai capi di stato della zona euro. Questo accordo scarta lo scenario della “Grexit” e l'asfissia finanziaria della Grecia, voluti da Schaeuble e Merkel, che fino all'ultimo hanno tentato la messa sotto tutela integrale della Grecia, la negazione della sua sovranità, la sua sottomissione alle potenze finanziarie, la sua vendita pezzo per pezzo. Se è stato firmato un accordo, è grazie al coraggio del primo ministro greco. Per la prima volta, un capo di governo ha avuto il coraggio di affrontare le potenze dominanti che pensano che tutto gli è permesso in Europa. Il sostegno del suo popolo non ha cessato di aumentare da gennaio per questa ragione... Alcune delle concessioni fatte sono state imposte all'ultimo minuto. Non dimentichiamoci che questo è avvenuto sotto la minaccia e dopo due settimane di chiusura delle banche.

Il governo greco ha fatto una scelta responsabile, quella di permettere prima di tutto la stabilità finanziaria sostenibile del Paese e l'investimento per l'occupazione e la riconversione produttiva del Paese. Il debito sarà riscaglionato e i tassi di interessi rinegoziati. Alexis Tsipras ha confermato l'intenzione di addossare gli sforzi maggiori sui greci più ricchi e di proteggere le classi popolari. La BCE deve immediatamente decidere la riapertura dei rubinetti per le banche greche. L'Europa vive momenti storici. Le pressioni e le umiliazioni subite da Alexis Tsipras e dal popolo greco durante tutto il week-end sollevano delle difficili questioni per tutti noi, per il futuro stesso della cooperazione nella zona euro. La lotta per l'uguaglianza, il rispetto della democrazia, la solidarietà, la riconquista del potere sulla finanza deve proseguire. Si tratta di una questione essenziale per un futuro solidale nell'Unione Europea. Tutti gli Europei hanno interesse ad amplificare il loro sostegno a questa battaglia e le loro lotte contro l'austerity nel proprio Paese. Invito tutte le forze democratiche e di sinistra a lavorare insieme ad un progetto comune per fare uscire l'Europa della tempesta liberista».