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Un’“ondata di destra” attraversa impetuosamente l’Europa e l’America Latina.
Gli eventi del 3 gennaio hanno marcato un “prima” e un “dopo” nella storia recente della Repubblica Bolivariana del Venezuela e, per le modalità con le quali si sono svolti, un “prima” e un “dopo” nella vicenda politica complessiva, di questa fase storica, del continente latinoamericano. Questa fase – sia, in termini militanti, in relazione alla prosecuzione delle mobilitazioni e delle lotte, che pure, in contesti sempre più complessi e problematici e sotto la sferza del neo-autoritarismo e della repressione, vengono organizzate e vanno avanti, sia, in termini analitici, in relazione alla riedizione, in forme nuove e diverse, del Plan Condor, entro le coordinate definite dal Corollario Trump della Dottrina Monroe e della nuova Strategia di Sicurezza Nazionale degli Stati Uniti – vede infatti il ritorno di governi di destra e, segnatamente, di estrema destra, in vasta parte del continente latinoamericano, registra lo spostamento a destra del baricentro complessivo degli equilibri politici del subcontinente e, più in generale, assiste a una rinnovata aggressività dell’imperialismo statunitense nell’emisfero occidentale e, in particolare, nel continente americano.
Un’“ondata di destra” attraversa impetuosamente l’Europa e l’America Latina
Consapevole dei fondamenti strutturali e organici della propria crisi (che è, al tempo stesso, crisi produttiva, commerciale e debitoria) e preso atto della relativa perdita di egemonia su scala globale (di fronte ai nuovi equilibri attestati dal ruolo decisivo della Cina socialista e dalla progressiva affermazione, non senza distinzioni e contraddizioni interne, del mondo multipolare), gli Stati Uniti rafforzano dunque la propria proiezione di potenza e la propria affermazione di dominio nello spazio di prossimità, in particolare il continente americano, oggetto nella sua interezza, dalla Groenlandia alla Terra del Fuoco, talvolta di manifestazioni puramente retoriche (la proposta di acquisire la Groenlandia ne è l’esempio più lampante), talaltra di iniziative violentemente aggressive (dall’aggressione militare contro il Venezuela, alle ripetute minacce contro il Nicaragua, alla prosecuzione del blocco genocida e delle misure di asfissia economica ed energetica contro Cuba).
Se il disegno statunitense è quello di ridurre l’America Latina alla dimensione di proprio “cortile di casa”, anche grazie alla garanzie offerte dai governi collaborazionisti di estrema destra del subcontinente (da Kast in Cile a Milei in Argentina, da Keiko Fujimori in Perù ad Abelardo de la Espriella in Colombia, fino ai casi di Asfura in Honduras e Bukele in Salvador, tutti espressione di destre ultrareazionarie e violente), sempre più duro diventa il quadro politico e sempre più complessa la mobilitazione popolare per riguadagnare alla democrazia, all’antimperialismo e alla pace la centralità che meritano negli equilibri generali del subcontinente. La tornata elettorale in corso in Brasile, con la vittoria al primo turno della destra di Bolsonaro contro il PT e l’alleanza progressista di Lula, è, a suo modo, ulteriormente indicativa di questa tendenza reazionaria in atto.
Questo quadro, ampiamente corrispondente alle indicazioni strategiche segnalate nella nuova Strategia di Sicurezza Nazionale degli Stati Uniti, si traduce quindi in un rilancio dell’imperialismo, in una vera e propria controffensiva dell’imperialismo nella regione, evidenzia il carattere profondamente contraddittorio e intrinsecamente dialettico della dinamica di fase internazionale, con un’“ondata di destra” che attraversa impetuosamente l’Europa e l’America Latina e forze della resistenza che invece, dall’Asia occidentale all’Africa subsahariana, rilanciano le ragioni dell’autodeterminazione, della dignità e della sovranità, e si svolge attraverso tutti gli strumenti dell’arsenale imperialista, sulla base del paradigma della guerra multidimensionale o di “quarta generazione”, sviluppata e concretizzata, in maniera particolarmente aggressiva, utilizzando tutte le leve della macchina imperialista, dalla guerra economica (con blocchi, assedi e misure coercitive unilaterali) alla guerra diplomatica, dalla guerra mediatica (con uno straordinario apparato di menzogne, false narrazioni e ‘fake news’) alla guerra psicologica, dalla guerra giudiziaria (con le diverse modulazioni della strategia di ‘lawfare’, a partire dai casi particolarmente eclatanti di Cristina Kirchner, Pedro Castillo, Lula, e oggi, pur con una modulazione peculiare, dello stesso Maduro) sino alla guerra elettorale, a suon di brogli e manipolazioni.
È in questo scenario che anche la vicenda, particolarmente complessa e intrinsecamente contradditoria, del Venezuela post-3 gennaio, viene a iscriversi. Si commetterebbe un errore nell’astrarre tale vicenda dal contesto regionale e internazionale più complessivo e dalla dinamica di fase che attraversa non solo il subcontinente ma anche il panorama internazionale contemporaneo, e altrettanto un errore sarebbe avventarsi in giudizi emotivi o affrettati, esprimendo, ad esempio, anatemi e scomuniche in relazione a quanto sta accadendo in Venezuela, o entrando in maniera scomposta nella dialettica e nelle contraddizioni interne di un processo storico e sociale complesso, quale il processo bolivariano in questa fase storica.
D’altra parte, com’è noto, compito dei comunisti non è quello di alimentare le contraddizioni nel campo dei movimenti di progresso; compito dei comunisti, viceversa, è quello di comprendere, a partire dall’analisi concreta della situazione concreta, per trasformare, a fianco di quanti lottano per la trasformazione e la giustizia sociale. Tutti i processi storici e sociali complessi possono attraversare, ed effettivamente attraversano, momenti e circostanze diverse, fasi di avanzamento e di ripiegamento, contraddizioni interne e passaggi di fase che possono essere attraversati solo a partire dall’analisi concreta materialistica e dialettica, in ragione degli effettivi rapporti di forza che si esprimono nella società, e sulla base delle condizioni oggettive a partire dalle quali, con la forza della mobilitazione e l’esercizio della soggettività, determinare le possibilità del superamento e della trasformazione, in senso rivoluzionario, dello stato di cose presenti.
Occorre tuttavia, al tempo stesso, leggere e comprendere, in maniera quanto più possibile lucida e disincantata, il merito delle politiche e dei provvedimenti intrapresi dalle autorità venezuelane all’indomani del 3 gennaio e sino a oggi, leggerli sullo sfondo del contesto strategico e del panorama internazionale, almeno in relazione alla dinamica geopolitica che interessa l’emisfero occidentale e il continente americano, individuarne i tratti ricorrenti e, a partire da lì, individuare la direzione di marcia maggiormente caratterizzante.
Gli eventi del 3 gennaio e la dura realtà dei rapporti di forza
Lo scorso 3 gennaio, com’è noto, gli Stati Uniti, con una criminale aggressione militare, hanno scatenato un bombardamento ad ampia scala contro strutture e infrastrutture civili e militari del Venezuela, in primo luogo nella capitale, Caracas, ma anche nei territori di Miranda, Aragua, La Guaira, e hanno sequestrato ‘manu militari’ il capo di stato costituzionale, legittimamente eletto, nell’esercizio delle proprie funzioni, il presidente Nicolás Maduro, insieme con la consorte, la giurista e deputata Cilia Flores. L’obiettivo, dichiarato nelle prime ore dagli stessi funzionari statunitensi, era di provocare un colpo di stato, e, attraverso il rapimento del presidente legittimo, indurre un cambio di governo violento nel Paese. La posta in gioco era dunque duplice: da un lato, impadronirsi delle straordinarie ricchezze minerali, energetiche e petrolifere del Paese; dall’altro, porre fine al processo bolivariano, marcatamente all’insegna della sovranità e della giustizia sociale.
Subito dopo il 3 gennaio, la Camera Costituzionale del Tribunale Supremo di Giustizia del Venezuela ha ordinato che Delcy Rodríguez, in qualità di vicepresidente esecutiva, assumesse ed esercitasse, come facente funzione, in qualità di presidente incaricata, “tutti i poteri inerenti alla carica di Presidente della Repubblica, al fine di garantire la continuità amministrativa e la difesa integrale della nazione”. L’intero quadro politico, esperendo tutti i passaggi in linea con quanto prescritto dalla Costituzione bolivariana, ha garantito la formazione di un governo e assicurato la continuità di tutte le articolazioni dei cinque poteri costituzionali del Venezuela, non solo l’esecutivo, ma anche il legislativo, il giudiziario, il civico e l’elettorale. Il sistema politico complessivo resta dunque espressione del PSUV, il Partito Socialista Unito del Venezuela, e trova le sue figure apicali nella direzione di vertice dell’attuale quadro politico, con Delcy Rodríguez, presidente incaricata della Repubblica Bolivariana del Venezuela, Jorge Rodríguez, presidente dell’Assemblea Nazionale, e Diosdado Cabello, Ministro dell’Interno, della Giustizia e della Pace e segretario generale, dal 2011, del Partito Socialista Unito del Venezuela.
Sarebbe sbagliato pensare che gli eventi del 3 gennaio siano stati scatenati “come un fulmine a ciel sereno” contro le autorità e il popolo della Repubblica Bolivariana del Venezuela. Nessuno dimentica le continue minacce di aggressione da parte dell’amministrazione Trump; le ripetute minacce di un cambio violento nell’assetto politico e di un’appropriazione violenta delle risorse petrolifere; il pesante dispiegamento militare nel mar dei Caraibi (tuttora in corso), accompagnato dalla propaganda di guerra della “lotta al narcotraffico” e del “cartello dei soli” (propaganda poi scioltasi come neve al sole); la guerra mediatica contro il Venezuela, il suo gruppo dirigente e le sue iniziative politiche; la pesantissima guerra economica, con oltre mille misure coercitive criminali arbitrariamente imposte dagli Stati Uniti (anche queste, peraltro, tuttora in vigore e attive).
Il tutto nel quadro definito dalla nuova Strategia di Sicurezza Nazionale degli Stati Uniti (novembre 2025) e di fronte ai timori dell’imperialismo, e in primo luogo degli Stati Uniti stessi, in merito alla irreversibilità della propria “crisi a fattori multipli”, alla progressiva erosione della centralità del dollaro come valuta di riserva internazionale, alla crisi energetica e petrolifera ampiamente deflagrata soprattutto alla luce delle campagne imperialistiche in Europa orientale e in Asia occidentale, e alla costante ascesa dei Brics, del Sud globale e del mondo multipolare, trainato, con grande lungimiranza strategica e senza alcuna pretesa di dominio, di primato o di egemonia, dalla Repubblica popolare cinese e dal socialismo con caratteri cinesi.
L’aggressione statunitense del 3 gennaio, per la evidente sproporzione delle forze in campo, non ha trovato una resistenza significativa da parte della FANB, la Forza Armata Nazionale Bolivariana, mentre ha trovato una eroica resistenza nei militari cubani presenti a difesa delle istituzioni venezuelane, con un bilancio di 32 militari cubani eroicamente caduti a difesa del Venezuela bolivariano. Se la fermezza e la preparazione del personale cubano, formato e forgiato in oltre sessant’anni di rivoluzione socialista a Cuba e di una rivoluzione che ha fatto della giustizia, dell’etica e dell’internazionalismo, sulla scorta della lezione gloriosa di Fidel e del Che, i propri pilastri, ci forniscono l’ennesima conferma della grandezza degli uomini e delle donne di Cuba nel loro incrollabile impegno a difesa delle cause più giuste dell’umanità, chi può esprimere invece altrettanta certezza circa le ragioni dell’inefficacia della difesa posta in essere dalla FANB? Una ritirata tattica per evitare un vero e proprio bagno di sangue? Una deliberata strategia per consentire la possibilità di mantenere la continuità dell’assetto politico-istituzionale? O addirittura un vero e proprio, silenzioso e strisciante, tradimento?
Ciò che è certo è che gli eventi del 3 gennaio hanno reso evidenti i rapporti di forza reali: il processo rivoluzionario bolivariano ha storicamente determinato una trasformazione reale in Venezuela, estendendo l’area del potere pubblico e il ruolo statale, disegnando un’inedita e innovativa architettura politica e istituzionale (la nuova Costituzione Bolivariana e i Cinque Poteri), ridefinendo l’articolazione e la complessità sociale del Paese (il sistema dei Consejos comunales e delle Comunas socialistas e l’articolazione delle Missioni e delle Grandi Missioni), espandendo l’area della direzione statale dell’economia, innovando strutture sociali e culturali, giungendo a costruire un compiuto «stato democratico e sociale di diritto e di giustizia» ma non un sistema propriamente socialista, facendo del potere popolare in azione il motore della grande trasformazione sociale e politica, ma preservando la via elettorale e la configurazione multipartitica con una storica presenza della destra economica e della destra politica all’interno del Paese, il cui consenso, peraltro, ha sempre oscillato intorno a valori non irrilevanti (nelle varie tornate, tra il 30% e il 48%). Com’è stato da più parti ribadito, il Venezuela non è Cuba e non è l’Iran e il successo dell’aggressione statunitense del 3 gennaio lo ha drammaticamente confermato.
Dopo il 3 gennaio: tra “stato di necessità” e inedite contraddizioni
Sin dai giorni immediatamente successivi la criminale aggressione e l’ignominioso sequestro del presidente costituzionale Nicolás Maduro, la Repubblica Bolivariana del Venezuela, con la presidente incaricata Delcy Rodriguez e la direzione politico-istituzionale espressa dal PSUV, ha avviato il programma di ricostruzione, ridefinito la cornice istituzionale del comparto della difesa e della sicurezza, e avviato alcune riforme il cui tratto ricorrente muove in due direzioni strategiche: la prima, garantire la stabilità e la pace in Venezuela, in primo luogo approfondendo il dialogo istituzionale con i settori delle opposizioni costituzionali (le opposizioni anticostituzionali e le destre eversive sono escluse dal meccanismo di dialogo), opposizioni costituzionali con le quali, sebbene in una modalità e con una cadenza diverse, il tavolo di dialogo e di confronto era aperto sin dal precedente mandato presidenziale del presidente Nicolás Maduro; la seconda, avviare una interlocuzione diretta e un dialogo approfondito con gli Stati Uniti, a partire dalla politica energetica e dall’utilizzo delle risorse energetiche che rappresentano gli interessi fondamentali al centro di tale dialogo.
Questo riorientamento nelle relazioni bilaterali era stato annunciato, già il 7 gennaio, dunque all’indomani degli eventi del 3, dalla stessa presidente incaricata: “Le nostre mani sono tese a tutti i Paesi del mondo per le relazioni e la cooperazione economica, commerciale, energetica”. Il Venezuela è aperto a relazioni in cui “tutte le parti traggano beneficio, in cui la cooperazione economica sia chiaramente definita nei contratti commerciali”. Si tratta di un cambio di passo assai rilevante nelle relazioni bilaterali: da questo momento in avanti, e sino ad oggi, il Venezuela include gli Stati Uniti nel novero dei propri partner internazionali e avvia con gli Stati Uniti un dialogo di carattere strategico e un partenariato di ampia portata in primo luogo in materia energetica.
La dinamica di tale processo ha in sé un nucleo dialettico e si espone a potenzialità e contraddizioni, come tutti i processi complessi nella loro natura intrinsecamente dialettica: sotto costante e diretta minaccia, determinato da fattori esogeni prima ancora che endogeni, il Venezuela acconsente a tale dialogo di portata strategica; gli accordi, in primo luogo sul versante petrolifero ed energetico, rafforzano la presenza e il ruolo degli Stati Uniti nello scacchiere latinoamericano e in proiezione internazionale; il Venezuela riduce il suo protagonismo come attore del Sud globale e del mondo nuovo che avanza, e rafforza, indirettamente, la presenza e il ruolo degli Stati Uniti nello scacchiere regionale e in chiave globale; al tempo stesso, il Venezuela riorienta la panoramica del quadro complessivo delle proprie relazioni internazionali, cercando di mantenere le relazioni tradizionali ma evidentemente inaugurando nuove relazioni con le principali potenze occidentali e imperialistiche, e perfino con lo Stato di Israele con cui le relazioni diplomatiche si ristabiliscono a partire dallo scorso 11 agosto; definisce tuttavia, al tempo stesso, un quadro normativo interno ancorato alla Costituzione bolivariana, aperto alle influenze e agli interessi del mercato capitalistico occidentale, ma anche orientato e teso alla più ampia difesa possibile della propria sovranità nazionale. Detto in estrema sintesi, la massima tutela possibile della sovranità e della continuità dello stato e delle istituzioni, a fronte di un arretramento molto consistente e decisamente significativo sul fronte della proiezione internazionale.
Tale panorama è evidentemente condizionato dalla situazione di necessità conseguente agli eventi del 3 gennaio e dettata dalla costante minaccia di aggressione e di ‘regime change’ da parte degli Stati Uniti. Nel loro profilo specifico tali accordi generano benefici, di carattere economico, anche per il Venezuela, in primo luogo in termini di riattivazione economica e di consolidamento del sistema delle missioni e delle grandi missioni sociali, che pure sono fattori costitutivi e identitari del processo bolivariano. Nella loro portata generale, tuttavia, essi determinano, pur mantenendo il ruolo chiave dello stato nella proprietà delle risorse fondamentali e degli asset strategici, un arretramento della presenza statale e pubblica nella determinazione dei fattori economici complessivi e, più ancora, una battuta d’arresto nella dinamica progressiva del mondo multipolare, quella tesa a fare arretrare il ruolo degli Stati Uniti sulla scena internazionale, erodere il primato del dollaro come moneta di riferimento in primo luogo nel mercato energetico, e fare avanzare, viceversa, il sistema di relazioni e di accordi che vedono nei Brics, e nella Cina socialista, il perno fondamentale. Una battuta d’arresto pesante, dunque, con implicazioni che vanno al di là del Venezuela e dell’America Latina.
Leggere le carte e orientare il giudizio “a ragion veduta”
La lettura dei principali provvedimenti, in primo luogo in materia energetica, adottati dal Venezuela, conferma tali indicazioni e mostra un panorama di luci e ombre in cui elementi oggettivi di arretramento si uniscono a risultati non scontati in termini di difesa della Costituzione bolivariana e della sovranità nazionale.
La nuova Legge organica sugli idrocarburi (gennaio 2026) garantisce allo Stato la proprietà e, in riferimento alle società miste, il controllo azionario delle società, mentre estende la realizzazione delle attività primarie (prima riservate allo Stato, alle sue società e alle società miste) anche alle società private registrate nel Paese. La precedente Legge Antibloqueo (ottobre 2020) interveniva sul funzionamento dell’economia venezuelana a livello nazionale e internazionale, nonché le sue relazioni commerciali, finanziarie e con gli investitori esteri, sotto l’influenza delle misure coercitive unilaterali e di altre misure restrittive o punitive che incidono sul normale sviluppo dello Stato venezuelano, attraverso il sostegno agli investimenti, sia nazionali sia esteri, e la dinamizzazione del mercato interno, anche sostenendo l’attività economica privata. La nuova Legge sugli Idrocarburi, confermando la proprietà esclusiva dello Stato sulle risorse energetiche, amplia ed estende il ruolo degli attori privati, in relazione sia ai soggetti nazionali, sia ai fattori internazionali. Se da una parte, dunque, non vi è alcuna “privatizzazione” delle risorse energetiche, dall’altra vi è una significativa apertura al capitale privato che può aprire il mercato interno a non poche contraddizioni e squilibri.
La nuova Legge organica delle miniere (aprile 2026) a sua volta si muove lungo la medesima falsariga e si basa su tre pilastri: la sovranità mineraria, con lo Stato che mantiene la proprietà di tutti i giacimenti e il diritto di prelazione tramite la Banca Centrale per l’acquisto dell’oro estratto; l’apertura al mercato, con un sistema di concessioni e condizioni della durata massima di 30 anni, prorogabile per ulteriori due periodi di 10 anni, al capitale privato, sia nazionale sia internazionale; un nuovo meccanismo di tassazione, con royalty fino al 13% del valore lordo della produzione e un’ulteriore imposta del 6% sulle attività primarie delle società coinvolte. Anche in questo caso, dunque, non una “privatizzazione” delle risorse, bensì una vasta apertura al capitale privato e ai suoi attori, anche qui aprendo alle potenze occidentali e al loro ingresso nel mercato venezuelano.
Il recente accordo petrolifero strategico con gli Stati Uniti (agosto 2026) conferma queste ambivalenze. Il nucleo dell’accordo prevede che, prendendo come riferimento un prezzo di 65 dollari al barile, il Venezuela riceverà 209 miliardi di dollari di entrate nell’arco di durata dell’accordo. L’accordo conferma che tutte le risorse del sottosuolo sono inalienabili, intrasferibili e di proprietà sovrana del Venezuela; rispetto alla IV Repubblica pre- Chávez, dove le multinazionali pagavano una vergognosa royalty dell’1%, l’accordo garantisce una royalty minima del 16% e un’imposta sul reddito del 34%, assicurando 100 miliardi di investimenti; individua come strumento operativo dell’accordo la North American Blue Energy Partners (NABEP), una joint venture nella quale gli Usa hanno una quota di minoranza bloccata pari al 35% nella società controllante, ma con diritto di veto sulle nomine del CdA; impone un prezzo del petrolio del tutto vantaggioso per gli Stati Uniti, con un valore fuori mercato di 65 dollari al barile, laddove il costo del barile è oggi superiore ai 90 dollari; consente altresì al Paese di mantenere la proprietà dei giacimenti, senza cessioni di territorio e rispettando le disposizioni pertinenti della Costituzione e della Legge sugli Idrocarburi. La stessa nuova dottrina petrolifera della Repubblica Bolivariana del Venezuela (settembre 2026) conferma e sistematizza tali orientamenti.
È possibile dunque, alla luce di tale riflessione, trarre un bilancio sia in ordine agli ultimi provvedimenti approvati sia in merito al profilo specifico del nuovo corso disegnato, in questa fase storica, dalla dirigenza del PSUV e del governo venezuelano. L’accordo sul petrolio conserva molti elementi discutibili, ingiusti, e perfino alcuni tratti neocoloniali; con un Presidente costituzionale sotto sequestro e un Paese aggredito il 3 gennaio e sotto costante minaccia di aggressione, l’accordo va letto in parallelo con il tentativo, anch’esso dagli esiti non scontati, di preservare le istituzioni, garantire la continuità dello Stato e delle sue articolazioni politiche e sociali, difendere il processo bolivariano e le sue conquiste, di tipo politico (a partire dalla nuova geometria del potere basata nei Consejos Comunales e nelle Comunas Socialistas) e di carattere sociale (con le Missioni e le Grandi Missioni bolivariane e in genere con una politica di forte orientamento sociale).
«Sono i popoli che scrivono la storia»
Di fronte al panorama della contraddizione in atto, come soggetti della politica, tocca dunque assumere una postura: come spettatori e giudici, o come soggetti attivi nella dinamica del processo, come attori, nelle diverse e mutevoli condizioni storiche e sociali, degli avanzamenti possibili nel senso non della contemplazione bensì della trasformazione complessiva dello stato di cose presente. Una postura dialettica e proattiva richiede di ascoltare e comprendere, in primo luogo dai compagni e dalle compagne venezuelane, ciò che sta realmente accadendo, l’articolazione del dibattito interno, le finalità delle misure intraprese, il dibattito che attraversa le diverse articolazioni del movimento bolivariano, i comitati bolivariani, i Consejos comunales, le Comunas socialistas, il Partito, il sindacato. Le stesse realtà rivoluzionarie, in Venezuela, discutono, talvolta critiche verso il corso attuale delle cose, talaltra a sostegno degli sforzi del gruppo dirigente. Non serve e non aiuta nascondere i – talvolta anche rilevanti – arretramenti di questa fase storica e politica, come non aiuta e non serve la mera lettura dei titoli. Sono i popoli che scrivono la storia ed è la lotta tra le classi, e i suoi esiti, a determinarne gli sviluppi. Comprendere per trasformare, dare il nostro contributo, a partire dal nostro Paese, per la trasformazione in senso socialista, all’insegna del movimento reale che abolisce lo stato presente delle cose.

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