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lunedì 21 settembre 2015

Cosa ci insegna la terza vittoria (in nove mesi) della Sinistra in Grecia

Elections 2012, SYRIZA Rally, Tsipras, flickr: photos/asterios/7000627690


Nessuna intenzione di bypassare analisi articolate e valutazioni rigorose, quanto mai opportune e necessarie con i tempi che corrono, all’insegna della ricomposizione della sinistra, almeno in Italia, della rigenerazione di una cultura politica all’altezza della sfida e della fase, per una sinistra, al contempo, non riformista e non socialdemocratica, ma solida e di governo, e della elaborazione di un pensiero e di una pratica innovativi, radicati nella storia ma lanciati verso il futuro. Affrontata su questo terreno, la (terza in nove mesi) vittoria di Syriza, ci parla di molte questioni, del nostro presente e del nostro futuro, molto più che del nostro passato, e, al tempo stesso, della nostra capacità ri-costruttiva e ri-generativa, per almeno dieci questioni:

1. la sinistra radicale greca è la forza maggioritaria: se la vittoria del 25 gennaio aveva consegnato a Syriza oltre il 36% dei voti, la vittoria del 20 settembre conferma a Syriza il voto di circa il 35% degli elettori; la proposta politica di Syriza rimane, dunque, la più credibile e la più efficace;

2. così come non c’era la maggioranza assoluta il 25 gennaio, così non c’è una maggioranza assoluta nel nuovo parlamento eletto il 20 settembre: il compito di fase di Syriza, al di là della formazione di una nuova maggioranza parlamentare, è quello di potenziare ed estendere la rete del suo insediamento civico e sociale, fatto di una diffusa rete di presidi sociali, di solidarismo e di mutualismo;

3. la maturità delle masse popolari greche, come di tutti i soggetti collettivi alle prese con lotte di progresso e giustizia, delle quali sono artefici e protagonisti, ha offerto una significativa prova di sé, premiando il partito che più coerentemente ha lottato contro l’austerità ed il neo-liberismo e più efficacemente ha indicato le tappe delle nuove battaglie contro le degenerazioni del memorandum, per attutirne l’impatto sociale, per tutelare le misure sociali intraprese dal governo, per rinegoziare il debito;

4. più precisamente, non c’è dubbio che la firma del nuovo memorandum abbia generato disillusione e frustrazione (l’affluenza alle urne è intorno al 55%), ugualmente non c’è dubbio che avere perso una battaglia, combattuta soli contro tutti in Europa, e avere dovuto fronteggiare un tentativo di golpe, ordito dalla oligo-finanza internazionale, non significa essere dei “venduti” o dei “traditori”;

5. diffidare quindi, a proposito dei giudizi contro il presunto “venduto” e “traditore”, di chi fa del massimalismo la propria bandiera (tutta ideologica), al punto di rompere il fronte della comune battaglia di governo contro il neo-liberismo: la sinistra scissionista di Unità Popolare è ferma al 3%;

6. è proprio questa vittoria di Syriza, giunta dopo il memorandum e sette mesi di governo della Grecia, a sconfiggere il golpe prolungato tentato dalle oligo-finanze e da Shäuble, e a preparare il terreno per una nuova iniziativa, per rimettere in piedi la Grecia in una prospettiva di giustizia e di solidarietà;

7. ed è ancora questa vittoria di Syriza a segnare uno spartiacque e fare da apripista in Europa: la prima forza politica della sinistra di alternativa che vince, riesce anche a confermarsi al governo; da una parte, quella che Tsipras ha definito la “sinistra che scappa”, una ridotta testimoniale; dall’altra, la “sinistra di governo”, non riformista né socialdemocratica, che si assume le proprie responsabilità e la sfida del governo;

8. occorre quindi rompere il silenzio: quanti, tra i sostenitori più accesi dell’OXI, assistono oggi da spettatori silenti al nuovo successo di Syriza? Non si vince sempre come vorremmo noi, e non sempre le scelte sono fatte a nostra immagine e somiglianza. Individuare il prevalente. Esplorare e fare esplodere le contraddizioni. Non abbandonarsi ai facili entusiasmi ed ai ripiegamenti deprimenti. Forse questa nuova vittoria di Syriza è anche un esame di maturità (per loro, forse; per noi, sicuramente);

9. “preso il governo, non ancora il potere”, ripetevano i compagni greci prima, durante, e, soprattutto, subito dopo, la vittoria referendaria dell’OXI; sappiamo bene che non basta entrare nella stanza dei bottoni, anche perché oggi, soprattutto nel contesto dell’Unione Europea, alcuni di quei bottoni non sono neanche ad Atene (o a Roma, e così via); semmai, occorre continuare a lottare contro “questa” Unione Europea;

10. infine, Alba Dorata è il terzo partito e consolida le sue posizioni presso disoccupati e sotto-proletariato; tocca ancora una volta alla sinistra ed ai comunisti la ricostruzione, al fondo di una egemonia reale, di un blocco storico e sociale, di una unità delle masse popolari, che sappia respingere ogni infiltrazione ed ogni provocazione della destra fascista e razzista, anche – e soprattutto – quando si presenta nella sua tenuta di “legge ed ordine”.

A queste latitudini, che pullulano di populisti e di demagoghi, di destre nazionalitarie e neo-fasciste, un “avviso ai naviganti” di grande attualità.

sabato 18 luglio 2015

Venezuela e Grecia: sulla stessa barricata

www.rifondazione.it

Il Presidente della Repubblica Bolivariana del Venezuela, Nicolas Maduro, ha tenuto la puntata n. 34 del programma “Contacto con Maduro”, presso il Liceo Andres Bello, a Caracas. Mi è molto cara questa annotazione, avendo avuto l'occasione e l'onore, nell'ambito di una missione di solidarietà e di interscambio nel Venezuela Bolivariano e Socialista, nel 2010, di incontrare e stringere un protocollo di intesa proprio con questo, prestigioso e pionieristico, liceo. 

Durante la trasmissione del programma radiofonico e televisivo, Nicolas Maduro ha tirato le conclusioni del II Congresso Nazionale dell'Organizzazione Bolivariana degli Studenti e delle Studentesse (OBE), al quale più di un migliaio di portavoce degli studenti e delle studentesse delle scuole superiori a livello nazionale hanno partecipato, condividendo e scambiando idee e pratiche, sulle problematiche della scuola, le condizioni degli studenti e delle studentesse, il contributo, innovativo e originale, delle forze studentesche all'avanzamento della Rivoluzione Bolivariana.

Questo evento, così significativo, partecipato, importante, si è svolto a cavallo tra il 12 e il 14 luglio, anniversario della presa della Bastiglia e della Rivoluzione Francese in Europa, momento in cui gli studenti delle scuole superiori hanno presentato le proposte da loro condivise e formulate per contribuire allo sviluppo e all'avanzamento del Venezuela. Nell'occasione, con il proprio discorso alla platea studentesca e giovanile, Nicolas Maduro non si è soffermato, tuttavia, solo sulla vicenda nazionale, ma ha immediatamente allargato la prospettiva all'intera situazione internazionale, in particolare europea, con un riferimento assai significativo ed estremamente pertinente alla Grecia.

“Tutta la nostra solidarietà al popolo greco: è terribile quello che l'Unione Europea ha fatto. Tutta la nostra solidarietà al primo ministro Alexis Tsipras, che è stato sottoposto a una pressione brutale; si dovrebbe solo essere nei panni di Alexis Tsipras per sapere quali sembianze abbia il volto del nuovo fascismo finanziario che ha ricattato la Grecia dicendo: "Firma, o ti uccido". Ciò che hanno fatto la Banca Centrale Europea e il Fondo Monetario Internazionale, non ha nome, e noi non possiamo stare in silenzio, siamo a fianco della Grecia, il Venezuela Bolivariano è al fianco del popolo greco”.

“Il capitale finanziario europeo ha imposto una dittatura feroce e misure insopportabili per la Grecia. Hanno punito la Grecia perché la Grecia ha votato NO al neoliberismo”. Perciò, Maduro ha espresso “tutta la nostra comprensione e tutta la nostra vicinanza al premier Tsipras, nel bene e nel male, siamo con Tsipras e con il popolo greco”. Le misure imposte “cercano di saccheggiare la Grecia, depredarla, annullare i diritti sociali, devastarla e succhiarle il sangue, per cinque anni. Nessuno ricorda che alla Germania è stato condonato il debito di guerra, una guerra di cui è stata responsabile e che ha distrutto l'Europa, mentre oggi non intende condonare il debito della Grecia”.

Maduro ha poi proseguito: “Ciò che viene deciso oggi in Grecia, non riguarda solo la Grecia, si sta decidendo il futuro dell'Europa stessa e di gran parte di ciò che accadrà all'umanità nei prossimi 10, 20, 30 anni, in questo modo lo vediamo dal Venezuela”. Questo dimostra che il modello capitalista e predatorio “è esaurito, è alla fine del suo tempo, lo diciamo dalla America Latina”. Ed oggi il Venezuela, insieme con i Paesi dell'ALBA, continua la propria battaglia contro il modello neo-liberale e la guerriglia economica, la devastazione, il sabotaggio, la sottrazione criminale di generi di prima necessità, nel tentativo di affamare il popolo, la guerriglia mediatica di bugie e dis-informazione contro le autorità e contro il popolo del Venezuela, gli argomenti di quella medesima dittatura, oligarchica e finanziaria, che il neoliberismo, statunitense ed europeo, cerca di imporre ai popoli che alzano la testa ed oppongono la propria dignità al ricatto del capitalismo finanziario.

Venezuela e Grecia, oggi, sulla stessa barricata. 

martedì 14 luglio 2015

Non si chiama capitolazione; si chiama golpe.

Bundesarchiv, Bild 101I-164-0368-14A / Jesse / CC-BY-SA

“Preparati” dall'Euro-gruppo sabato 11 luglio, i lavori dell'Euro-summit, durato 18 ore, a cavallo tra il pomeriggio di domenica 12 luglio e lunedì 13 luglio, nel sostanziale accordo di tutti i governi dell'area euro, hanno imposto alla Grecia la linea neoliberista più ottusa, sostanzialmente eversiva, ispirata dal governo tedesco e dalla Bundesbank. Nel documento dell'Euro-gruppo, vale a dire della riunione dei Ministri delle Finanze dei 19 Paesi della moneta unica (Euro-zona), vengono imposte condizioni radicali alla Grecia, del tutto inaccettabili ed inattuabili, pena una autentica catastrofe politica e sociale, con una violenta recrudescenza dell'austerità, che si sarebbe, ancora una volta, scaricata sui ceti deboli e le classi popolari, e una vera svendita del patrimonio pubblico del Paese.

Vi si prevede, a garanzia della nuova linea di finanziamento e della copertura delle rate debitorie, la collocazione separata di asset pubblici greci, per un valore non inferiore agli 80 miliardi di euro, in un fondo separato, fuori dal territorio nazionale (Lussemburgo); l'imposizione di misure draconiane e di un ferreo controllo internazionale, da parte delle istituzioni finanziarie, su tutte le misure intraprese dal governo greco, anche con effetto retroattivo; e, infine, la possibilità, formalmente regolata, in caso di inadempienza anche parziale nel conseguimento dei risultati previsti, di imporre l'uscita unilaterale ed esclusiva della Grecia dall'area euro per un periodo di cinque anni. Su tale documento, tuttavia, non è stato conseguito l'accordo, dal momento che non si è registrata l'unanimità tra i ministri finanziari dell'area euro, e questo è il motivo per il quale il documento è stato sottoposto, in bozza, ai lavori del successivo Euro-summit.

A quest'altezza, dunque, al netto del fatto che tali imposizioni eversive non abbiano conseguito l'unanimità dell'area euro, è importante sottolineare il mandato politico che esse hanno istruito: la posta in gioco era chiaramente messa nei termini, dettati in primo luogo dalla Germania e dai suoi più stretti alleati, gravitanti nell'area nominale del marco tedesco e in quella che era e resta l'area di mercato tedesca (Slovacchia, Polonia, Repubbliche Baltiche, Olanda e Finlandia, il cui parlamento ha addirittura, con voto finale, negato al governo finlandese la autorizzazione a negoziare un nuovo piano di finanziamento per la Grecia, il che implicherà, nelle prossime settimane, un nuovo ricorso al voto parlamentare, per nulla scontato) della svendita del patrimonio greco, della limitazione della sovranità politico-economica del Paese e della più stretta morsa monetaristica e liberistica sul Paese, pena la sua unilaterale e rovinosa fuoriuscita dall'euro.

Questo è il punto di partenza e il contesto di riferimento all'interno del quale si svolge il negoziato, che, come si è detto, è durato 18 ore, nell'ambito dell'Euro-summit, vale a dire il vertice dei capi di governo di Paesi Euro. Le 18 ore di negoziato e la strenua resistenza da parte delle autorità greche producono un testo che è, evidentemente, molto peggiore del “piano Tsipras”, ma anche molto diverso da quel vero e proprio documento di “capitolazione unilaterale” che le istituzioni avevano prodotto in sede di Euro-gruppo. Nel documento finale del Summit, approvato all'unanimità e con il quale si avviano le procedure parlamentari e si gettano le basi per una nuova linea di finanziamento per la Grecia, vengono sostanzialmente radicalizzate tutte le proposte, contenute nel piano Juncker, in merito alla revisione del sistema pensionistico, alla riforma dell'IVA, alla ridefinizione del sistema del lavoro (contratti e licenziamenti), e alle privatizzazioni, con la collocazione di asset pubblici in un fondo nazionale, che sarà tuttavia sotto il controllo del governo greco e il monitoraggio delle autorità internazionali, basato in Grecia, per una valore totale non di 80 ma di 50 miliardi di euro (25 per la ricapitalizzazione del sistema bancario, 12.5 per il debito e 12.5 per gli investimenti).

Viene inoltre imposto un crono-programma di approvazione parlamentare, con le quattro misure prioritarie da approvare entro il 15 luglio e il successivo stock di misure entro il 22 luglio, quale presupposto all'erogazione di un nuovo, canale di finanziamento, pari a 82 miliardi in tre anni, per alleggerire l'onere debitorio e rilanciare gli investimenti produttivi. Si tratta, in sostanza, di un “terzo memorandum”, che non ha nulla a che vedere con il Programma di Salonicco, si situa in piena continuità con le misure odiose del precedente governo Samaras, ma evita alla Grecia sia la strozzatura economica e finanziaria (che avrebbe determinato il crollo dell'intero sistema bancario e l'abbattimento dell'intero welfare state), sia la capitolazione politica e istituzionale (che, a ben vedere, rappresentava il vero obiettivo, soprattutto della Germania). Ora, se le misure economiche del piano rappresentano una radicalizzazione delle proposte negoziali, il carattere eversivo del pacchetto imposto alla Grecia si mostra in due passaggi del testo: il ritorno del monitoraggio da parte delle istituzioni finanziarie sulle misure in discussione e il ripristino della legislazione concordata, con le autorità europee e il FMI, anche in campo pubblico e sociale. Si è consumato, insomma, in sede europea, un vero e proprio golpe bianco, attraverso l'asfissia economica della Grecia, ispirato dalle autorità tedesche, ma a cui nessun Paese europeo s'è opposto.

Lo scenario che adesso si apre assume pertanto caratteri ultimativi: la radicalizzazione dello scontro imposta alla Grecia è anche una risposta politica al referendum greco e segna un vero e proprio salto di qualità nella strategia eversiva dei poteri forti del neoliberismo finanziario; questo salto di qualità mette profondamente in discussione la possibilità di una relazione paritaria tra Paesi sovrani all'interno della Euro-zona e indica la sostanziale impossibilità di politiche socialmente avanzate o adeguatamente redistributive all'interno della Euro-zona vigente; lo stesso diktat della Germania apre malumori e contraddizioni, riconsegnando questo Paese ad alcune delle pagine più tragiche della sua storia e riaprendo la porta a spettri catastrofici del passato. Per Syriza si apre ora lo scenario plausibile, con il mandato istituzionale all'approvazione delle misure indicate, di salvaguardare, quanto più sia possibile, l'unità del partito e delle masse popolari e consolidare tutte quelle misure che possano alleggerire le pesanti condizioni di vita delle classi popolari e del proletariato greco e, in conseguenza del mutato scenario interno e, soprattutto, internazionale, indire elezioni anticipate, consolidando la propria egemonia ed inibendo le strumentalizzazioni e lo sciacallaggio, interno e internazionale (da Alba Dorata al Front National, dalla Lega Nord ai Cinque Stelle, in Italia), imbastiti sulla vicenda. Nella ridda di dichiarazione, spesso sconclusionate, delle ultime ore, vale la pena riprendere le note di Pierre Laurent, Presidente della Sinistra Europea:

«Un accordo che è un compromesso è stato trovato … dai capi di stato della zona euro. Questo accordo scarta lo scenario della “Grexit” e l'asfissia finanziaria della Grecia, voluti da Schaeuble e Merkel, che fino all'ultimo hanno tentato la messa sotto tutela integrale della Grecia, la negazione della sua sovranità, la sua sottomissione alle potenze finanziarie, la sua vendita pezzo per pezzo. Se è stato firmato un accordo, è grazie al coraggio del primo ministro greco. Per la prima volta, un capo di governo ha avuto il coraggio di affrontare le potenze dominanti che pensano che tutto gli è permesso in Europa. Il sostegno del suo popolo non ha cessato di aumentare da gennaio per questa ragione... Alcune delle concessioni fatte sono state imposte all'ultimo minuto. Non dimentichiamoci che questo è avvenuto sotto la minaccia e dopo due settimane di chiusura delle banche.

Il governo greco ha fatto una scelta responsabile, quella di permettere prima di tutto la stabilità finanziaria sostenibile del Paese e l'investimento per l'occupazione e la riconversione produttiva del Paese. Il debito sarà riscaglionato e i tassi di interessi rinegoziati. Alexis Tsipras ha confermato l'intenzione di addossare gli sforzi maggiori sui greci più ricchi e di proteggere le classi popolari. La BCE deve immediatamente decidere la riapertura dei rubinetti per le banche greche. L'Europa vive momenti storici. Le pressioni e le umiliazioni subite da Alexis Tsipras e dal popolo greco durante tutto il week-end sollevano delle difficili questioni per tutti noi, per il futuro stesso della cooperazione nella zona euro. La lotta per l'uguaglianza, il rispetto della democrazia, la solidarietà, la riconquista del potere sulla finanza deve proseguire. Si tratta di una questione essenziale per un futuro solidale nell'Unione Europea. Tutti gli Europei hanno interesse ad amplificare il loro sostegno a questa battaglia e le loro lotte contro l'austerity nel proprio Paese. Invito tutte le forze democratiche e di sinistra a lavorare insieme ad un progetto comune per fare uscire l'Europa della tempesta liberista».

mercoledì 8 luglio 2015

Fidel Castro ad Alexis Tsipras

Foto di Antônio Milena/ABr - Agência Brasil. Licenza CC BY 3.0. WC 




Mi congratulo calorosamente per la sua brillante vittoria politica, i cui dettagli mi sono noti grazie al canale TeleSur.
 
La Grecia è molto familiare tra i Cubani. Ci ha insegnato la Filosofia, l'Arte e le Scienze dell'età antica, al tempo dei nostri studi scolastici, e, insieme con quelle, la più complessa tra tutte le attività umane: l'arte e la scienza della politica.
 
Il suo Paese, specialmente il valore che ha dimostrato nella situazione attuale, suscita ammirazione tra tutti i popoli dell'America Latina e del Caribe, di questo emisfero del mondo, al vedere come la Grecia, di fronte alle aggressioni provenienti dall'estero, difende la sua identità e la sua cultura.
 
Noi non dimentichiamo che, un anno dopo l'attacco di Hitler alla Polonia, Mussolini ordinò alle sue truppe di invadere la Grecia, e che questo coraggioso Paese ha respinto l'aggressione e ha fatto retrocedere gli invasori, costringendo al dispiegamento dei blindati tedeschi in direzione proprio della Grecia, deviandoli dal loro iniziale obiettivo.
 
Cuba conosce il valore e il coraggio delle truppe russe che, unite alle forze del potente alleato, la Repubblica Popolare Cinese, e le altre nazioni del Medio Oriente e dell'Asia, provano sempre ad evitare la guerra, e non permetteranno mai alcuna aggressione militare, senza che segua una risposta puntuale e contundente.
 
Nell'attuale situazione politica del pianeta, quando la pace e la sopravvivenza della nostra specie sembrano appese ad un filo, ogni decisione deve essere accuratamente ponderata ed applicata, in modo che nessuno possa dubitare dell'onestà e della serietà con la quale i dirigenti più responsabili e seri lottano oggi per affrontare le calamità che minacciano il nostro mondo.
 
Le auguriamo - stimato compagno Alexis Tsipras - il più grande dei successi.

 
Fraternamente,

Fidel Castro Ruz

5 luglio 2015

lunedì 6 luglio 2015

Cinque cose che ci insegna il NO della Grecia

facebook.com/napolicontsipras

In queste ore, all'indomani dello strepitoso successo dell'OXI - NO - al referendum greco contro l'austerity neoliberista e le ricette delle autorità finanziarie, fiumi d'inchiostro vengono versati per “leggere” il risultato, tradurlo nelle proprie “lingue” nazionali, interpretarne le conseguenze.

Molte analisi, di parte democratica e progressista, “da sinistra”, sono convergenti e convincenti: la linea, del resto, è stata tracciata proprio da Tsipras e da Syriza, che non solo hanno ispirato la rotta del governo greco, ma anche fornito la chiave di lettura, per quello che si è mosso sinora e, in prospettiva, per quello che si muoverà nei prossimi giorni. Non si è trattato di un referendum contro l'Unione Europea (da non confondere con l'Europa, per piacere) o contro l'Euro, anzi, semmai, di un referendum per un'altra Unione Europea, non dominata dalle oligarchie finanziarie e dall'egemonia tedesca, ma come vera unione dei popoli europei, basata su una democrazia effettiva e operante.

Si è trattato di un referendum contro l'ultimatum imposto dai cosiddetti “creditori internazionali” al governo greco; vale dire, un referendum contro le misure, imposte alla Grecia, in primo luogo, dal Fondo Monetario, dall'Eurogruppo e dal governo tedesco (conservatori e socialdemocratici, in Germania, governano insieme, bene ricordarlo), tutte coerenti con l'approccio monetaristico, tecnocratico e neo-liberista dell'attuale direzione politica dell'Unione Europea. In Grecia, il 65% degli aventi diritto si è presentato alle urne e l'OXI - NO - ha vinto “a valanga”, sfiorando il 62%, con punte superiori al 70% nelle regioni a più forte insediamento popolare e di classe, più povere. Da Maastricht in avanti, la prima sconfitta “sul campo” del neo-liberismo europeo. Un NO storico.

Un NO che insegna, se è vero ciò che abbiamo richiamato sin qui, almeno (ma soprattutto) 5 cose:

1. L'ordine neo-liberale imposto dai Trattati e dall'egemonia tedesca e delle oligarchie finanziare, si può sconfiggere. Il “neo-liberismo” non è un destino naturale, un compimento auto-evidente, un esito della storia; né tanto meno la “fine della storia”. La vulgata neo-liberista che ci hanno imposto come una vera e propria cappa ideologica, cornice dominante, espressione dell'odierna articolazione dei rapporti di forza e dell'attuale composizione delle classi dirigenti europee, può essere sconfitta. In Grecia, con il NO, È Stata Sconfitta. Si apre la strada impervia della prospettiva dell'altra Europa.

2. Le masse popolari possono fare la storia: anzi, fanno la storia. Partecipazione ai seggi, esito del voto, risultato persino al di là delle previsioni, propaganda attiva per il sì non solo della Germania, ma addirittura della Commissione Europea e di tutte (tutte) le tecnocrazie comunitarie, terrorismo psicologico, politico e mediatico e manipolazione delle informazioni e, perfino, dei sondaggi, non hanno prodotto l'esito da “lorsignori” auspicato. Le masse popolari e le forze progressive hanno resistito e hanno vinto. È un passaggio storico che apre una prospettiva inedita, segnata dalle masse.

3. La “sinistra” si ri-appropria della sua “parola”. La vittoria del NO segna infatti uno spartiacque chiaro: intanto tra europeismo democratico ed anti-europeismo demagogico (non si votava contro l'Unione Europea e contro l'Euro) e quindi più profondamente tra la sinistra della democrazia, della solidarietà tra i popoli e della giustizia sociale in Europa e la destra del razzismo, della divisione tra i popoli e dell'egoismo individuale. È evidente la differenza tra chi ha condiviso, sin dall'inizio, la battaglia di Syriza in Grecia (e, domani, di Podemos in Spagna) e chi ha cercato solo di trarne beneficio nella politichetta nazionale. Contro le destre e le socialdemocrazie, rinasce la Sinistra.

4. Il mondo è molto più ampio del suo margine europeo. Dal primo momento, e a maggior ragione nel corso delle trattative, Syriza ha aperto porte e finestre ad un europeismo ed un internazionalismo di tipo nuovo: rifiutando le imposizioni della Trojka, ripudiando le sanzioni europee contro la Russia, aprendo un dialogo inedito con la Russia e la Cina, ridando freschezza e spessore alla parola “Mediterraneo”, dialogando con Venezuela e LatinAmerica, ispiratori di progresso e giustizia sociale.

5. Eppoi Tsipras è un “ragazzo di Genova”, si è venuto formando, politicamente, come tanti di noi, anche con il movimento dei Social Forum e l'altermondialismo, rappresenta per la mia generazione la conquista del campo della politica delle istanze della trasformazione. Siamo come ad un nuovo inizio.

sabato 4 luglio 2015

Mille piazze per la democrazia: un grande OXI

"Atene chiama, Napoli risponde": www.facebook.com/napolicontsipras

Qualcuno sottolinea i richiami “storici” del suo discorso, quelli che rimandano alla Grecia dov'è nata la democrazia, dove la “polis” si è formata, dove una forma di “potere del popolo” è stata, per la prima volta, sperimentata. Ed oggi gli occhi di tutta Europa tornano sulla Grecia e la Grecia, con il suo referendum, ha già conseguita la sua vittoria, perché la decisione del popolo, in un senso o nell'altro, non potrà essere ignorata, se non al prezzo di una violazione del patto democratico europeo, troppo grave per passare sotto silenzio e troppo lacerante per immaginare, anche soltanto, che non produca conseguenze, distruttive, destabilizzanti.

Qualche altro rimarca i richiami al “coraggio”, alla “determinazione”, alla “gioia”: con tutte quelle parti del suo discorso in cui invita il popolo greco a resistere, a dismettere l'abito del timore e della paura, a non cedere alle minacce e alle intimidazioni, ai ricatti e agli ultimatum, a rigettare e respingere la campagna di odio e di divisione del popolo, di paura e di vero terrorismo politico che le oligarchie, la finanza, i poteri forti del neoliberismo, interno ed europeo, hanno suscitato; segnando, al contempo, con il suo discorso, un vero e proprio spartiacque, tra la sinistra, della democrazia e della speranza, dell'Europa dei popoli e della solidarietà, e la destra, anti-solidale e anti-europea, indifferente ai destini dei popoli e dei lavoratori d'Europa, così affine, nella sua demagogia, alla propaganda delle tecnocrazie liberiste, che minacciano l'uscita della Grecia dall'euro e dalla stessa Unione Europea, in caso di vittoria dell'OXI - NO - al referendum popolare.

Qualche altro, infine, si spinge a richiamare precedenti illustri, definendo Alexis Tsipras uno “statista”, sottolineando il carattere, al tempo stesso, patriottico e solidale, mai corporativo o sovranista, del suo discorso, rievocando persino, per quel passaggio sulla democrazia da portare avanti e sulla paura da sconfiggere, la figura di Salvador Allende, colui che, con il suo tentativo di costruzione del “socialismo nella democrazia”, avrebbe suscitato panico ed eversione nel campo della destra e della oligarchia, ed avrebbe, al tempo stesso, ispirato, una generazione dopo, i percorsi di solidarietà ed emancipazione che si sarebbero incarnati nel processo per il socialismo del XXI secolo. Non a caso, dall'Ecuador, dal Venezuela, da Cuba in primo luogo, non sono mancati attestati di appoggio al popolo greco e alla sinistra al governo in quel Paese, a sostegno del NO all'ultimatum delle oligarchie, per un governo democratico dell'economia e del Paese.

Abbiamo avuto modo di seguire in diretta il discorso di Alexis Tsipras dalla storica Piazza Syntagma di Atene, davanti ad una folla di decine, centinaia di migliaia di persone, anche da Napoli, dove il corteo popolare, animato da oltre cinquemila persone, partito da Largo Enrico Berlinguer, ha concluso il suo percorso nella Piazza del Plebiscito, dove un altoparlante per gli oratori e un mega-schermo per la diretta, hanno consentito di combinare e comporre voci e colori di questa spettacolare prova di democrazia. Una occasione di partecipazione vera, entusiasta, popolare, che ha stabilito una connessione reale non solo con Piazza Syntagma, ma con le altre circa cento piazze italiane collegate in diretta, tra di loro e con Atene, e con le  decine e decine di mobilitazioni che, in tutta Europa, hanno portato migliaia e migliaia di persone in piazza, per questa vera e propria “primavera” della democrazia europea. Non c'è stato praticamente Paese in Europa, che non abbia alzato la sua voce a sostegno di Syriza, del popolo greco e del suo OXI: basta anche solo scorgere, per un'idea, la mappa interattiva.

Niente a che vedere, dunque, con le strumentalizzazioni anti-europee delle varie destre demagogiche, alla Salvini e Grillo, in Italia, all'Alba Dorata o Front Nationale, in Europa: non si tratta di un referendum “contro”, ma di un referendum “per”, un OXI  - NO - all'austerity e al neoliberismo delle tecnocrazie europee e dell'egemonismo tedesco, non contro l'euro e contro l'Europa, ma per un'altra direzione economica, per un'altra prospettiva di sviluppo e per un'Europa dei suoi popoli, della “democrazia nella solidarietà”. Nelle parole di Tsipras: «L'Europa che abbiamo conosciuto, l'Europa con i suoi valori fondativi, non ha niente a che vedere con tutto ciò che stiamo subendo. Oggi a quest'ora tutta l'Europa ha gli occhi su di voi, sul popolo greco, sui tre milioni di poveri e su tutti i disoccupati. Oggi tutto il pianeta ha gli occhi su Piazza Syntagma, sulle piccole e grandi piazze della nostra patria, sul luogo dove la democrazia è nata. Ridiamo un'altra occasione alla democrazia per farla tornare in Europa, perché l'Europa possa tornare ai suoi valori fondativi, che per tanti anni non ha applicato e ha costretto i popoli a fare scelte che vanno contro la loro volontà».

Da due giorni, campeggia, sul Palazzo del Municipio di Napoli, uno striscione con un messaggio chiaro: Napoli è con la Grecia, «l'Europa si costruisce con i suoi popoli». Ancora con Tsipras: «Nessuno ha il diritto di minacciare che taglierà la Grecia fuori dal suo luogo naturale, nessuno ha il diritto di minacciare che dividerà l'Europa. La Grecia - la nostra patria - è, è stata e rimarrà la culla della civiltà europea. Da questo luogo, qui, dice la mitologia, Zeus ha rapito Europa. Ora i tecnocrati vogliono di nuovo portare via Europa. Noi diciamo no, non lasceremo l'Europa nelle mani di quanti vogliono rapirla dal suo passato democratico, dai valori della solidarietà e del rispetto reciproco». Napoli, con tutta l'Italia e tutta l'Europa democratica, sarà ancora in piazza, domenica prossima, partecipando e condividendo la mobilitazione del popolo greco.

giovedì 2 luglio 2015

Napoli con il popolo greco, a fianco di SYRIZA



Napoli è sempre più al centro della mobilitazione con il popolo greco e a sostegno del governo di sinistra di Syriza e di Alexis Tsipras.

Raccogliendo l’appello internazionale per una settimana di mobilitazione in tutta Europa, per affermare la voce e i diritti dei popoli e degli oppressi contro le pretese e i ricatti delle oligarchie e della finanza, Napoli è scesa in piazza sin da subito, lo scorso 30 giugno, quando alcune migliaia di persone hanno animato un presidio di solidarietà presso la Piazza del Municipio del capoluogo partenopeo.

Una manifestazione ricca e plurale, in cui consistente e significativa è stata la presenza delle organizzazioni della sinistra (da Rifondazione Comunista ai Comunisti Italiani, dai comitati de l’Altra Europa a SEL, dalle associazioni politiche, tra cui “Sinistra Lavoro”, e della cittadinanza attiva, dalle forze del sindacalismo conflittuale a diverse realtà di lotta e di movimento, collettivi militanti e reti sociali, antifasciste, antirazziste), ma anche di altre forze politiche, diverse per connotazione e collocazione, che pure hanno fatto della battaglia contro il debito pubblico uno dei loro cavalli di battaglia, come, ad esempio, il Movimento 5 Stelle.

Una presenza significativa, quest’ultima, in piazza; quasi impalpabile, invece, nel successivo appuntamento della settimana di mobilitazione, convocato da reti e collettivi, e tenuto presso l’ex OPG, “Je So’ Pazzo”, a Materdei, quartiere popolare del centro partenopeo, lo scorso 1 Luglio, dove pure si sono radunate decine e decine di persone, ed in cui i compagni e le compagne dello spazio occupato e recuperato, a destinazione sociale e fruizione collettiva, hanno ben saputo introdurre i lavori, animati dalla relazione e dalle conclusioni, dopo l’intenso e appassionato dibattito, da parte di Argiris Panagopoulos, antenna italiana di Syriza.

Netto e preciso il suo messaggio, una vera e propria “lezione di politica” per le realtà del fronte democratico, progressista e rivoluzionario che, in Italia, cercano un nuovo percorso e provano una inedita convergenza.

La netta opposizione di Syrizia, in uno con il popolo greco, a subire il ricatto del debito o ad impegnare le proprie risorse nel ripagare debito e interessi anziché fare fronte alle primarie necessità e ai fondamentali bisogni della popolazione.

L’importante crescita del consenso popolare intorno a Syrizia, che non solo ha saputo connettersi, sentimentalmente e concretamente, con i bisogni sociali e le aspirazioni universali, di dignità, giustizia e autodeterminazione, del popolo greco, ma ha anche saputo fronteggiare l’assedio con cui, soprattutto, il Fondo Monetario e l’Eurogruppo, hanno tentato di spezzarne la resistenza.

L’esigenza di superare il dualismo tra il “politico” e il “sociale”, trascendendo le divisioni e le incrostazioni del passato e facendo emergere, a partire dalle mobilitazioni popolari e le pratiche di di conflitto e di mutualismo, un nuovo contesto unitario e avanzato per la sinistra politica e sociale.

Il compito di andare avanti, per un grande OXI – NO – al ricatto dell’austerity e alla morsa del debito, con cui disegnare una storia nuova per la Grecia e designare l’opposizione popolare alla costruzione monetarista di questa “Unione Europea”.

Unito a quello di fare di questa battaglia una vera, autentica, battaglia democratica e popolare, in cui ampliare la rete delle alleanze politiche e sociali sul terreno della democrazia e della giustizia sociale, ed attorno alla quale fare vivere l’obiettivo di un’altra economia e di un altro modello di sviluppo; una battaglia nella quale non c’è spazio né per pulsioni sovraniste e nazionalitarie, né per corrosioni qualunquiste o demagogiche, xenofobe o razziste.

Come ha richiamato lo stesso Panagopoulos: «Grillo, scherzi e populismo a parte, in Grecia non si vota per l’euro ma contro l’austerità e per la ricostruzione della nuova Europa dei suoi popoli, democratica, solidale e con una maggiore giustizia sociale. Il governo di Tsipras ha chiuso i CIE, ha dato la cittadinanza ai figli degli immigrati e ha votato una legge per la costruzione di una moschea ad Atene.

«Grillo, in Parlamento europeo i tuoi deputati si trovano proprio di fronte agli europarlamentari di SYRIZA. I tuoi europarlamentari si immischiano – a dir poco – con razzisti e xenofobi e tu stesso hai dimostrato ripetutamente il tuo disprezzo verso gli immigrati.

«Grillo, il popolo greco e Tsipras lottano nelle strade e nelle piazze. Non mandano mail di protesta, organizzano lotte con i lavoratori, i disoccupati, i precari, hanno fatto scioperi con le organizzazioni dei lavoratori, quei sindacati che tu odi profondamente. Tsipras e il popolo del “NO” abbiamo scelto da quale parte stare».

La mobilitazione napoletana per il popolo greco, a fianco di Syriza, continua venerdì, 3 luglio, con presidio e corteo da Largo Enrico Berlinguer (qui). Una nuova occasione democratica, popolare e moltitudinaria, per dire ancora NO al liberismo e alla austerity, e il nostro SI alla autodeterminazione, ai diritti dei popoli e alla giustizia sociale.

martedì 30 giugno 2015

Un “grande NO” per fare la storia

partitoumanista.it/3.0/images/articoli/syntagma12022012
Mai viste reazioni peggiori da parte delle cancellerie occidentali alla decisione greca di indire un referendum popolare per l'accettazione o meno dell'ultimatum dei creditori internazionali, quello la cui imposizione da parte, soprattutto, del Fondo Monetario, ha determinato la rottura del negoziato con la Grecia e la precipitazione della crisi. 

Il Presidente della Commissione Europea, Jean Claude Juncker, ha accusato il governo greco di “populismo”, arrivando a dichiarare perfino di sentirsi “tradito” dal comportamento del premier Alexis Tsipras. Il Presidente dell'Eurogruppo, Jeroen Dijsselbloem, ha lanciato un vero e proprio atto d'accusa contro Tsipras e Syriza, arrivando finanche a contraddire quello che appena tre giorni prima aveva solennemente dichiarato, vale a dire che le porte del negoziato “sono ancora aperte”. Il Presidente del Parlamento Europeo, Martin Schulz, aveva già, a suo tempo, con buon anticipo, definite “stupide” le proposte avanzate dal governo greco; infine, perfino il “piccolo premier” italiano, Matteo Renzi, ha dato man forte alla più recente e vasta controinformazione, avvelenando i pozzi con una dichiarazione palesemente falsa: che il referendum greco sarebbe un referendum “euro contro dracma”. È appena il caso di ricordare che, tra tutte queste vestali del neoliberismo e dell'austerità che ha già distrutto l'economia e impoverito la società greca, gli ultimi tre sono tra i più autorevoli esponenti della socialdemocrazia europea: oggi come – e più – di ieri, vera e propria ancella dei poteri forti, custode dell'ordine neoliberale, tutore delle classi dirigenti europee, fautrici di questa autentica tragedia. 

Allo stesso modo, in maniera del tutto simmetrica e contraria, mai sentita replica più azzeccata a questo vero e proprio assedio dei poteri forti contro la Grecia, il suo governo e il suo popolo: «Buffo - ha spiegato Yanis Varoufakis, ministro greco delle finanze - quanto suoni radicale il concetto che sia il popolo a decidere». Centra il punto della questione aperta tra i creditori e le agenzie finanziarie internazionali e uno stato sovrano, la Grecia, in merito al contenuto e alla gittata della trattativa fatta fallire dal Fondo Monetario e dai creditori: non una questione di numeri, economica, ma una questione di sostanza, politica. Come si vede dal confronto tra l'ultima proposta avanzata dal governo greco e la contro-proposta presentata dalle istituzioni internazionali, infatti, vi era il margine per una negoziazione sui “valori assoluti”: gli obiettivi di avanzo primario (surplus) erano stati fissati rispettivamente all'1%, al 2% e al 3% per gli anni fiscali 2015, 2016 e 2017; le soglie di tassazione sul valore aggiunto (IVA) erano state fissate al 6%, al 13% e al 23%, sebbene non si fosse raggiunto l'accordo sulle tipologie di servizi da collocare nelle rispettive fasce; l'innalzamento dell'età di pensione a 67 anni a partire dal 2022 e il contenimento dei prepensionamenti, su cui la trattativa verteva sulla tempistica della riformulazione; l'incremento dei contributi sanitari, l'innalzamento della tassa sulle imprese di fatturato maggiore, l'estensione della tassa sui beni di lusso, in una forma di patrimoniale rivista, la riduzione delle spese per la difesa.
 
È stato soprattutto il Fondo Monetario a determinare la rottura delle trattative: imponendo che la riforma del welfare venisse supervisionata dalle autorità internazionali, in primo luogo dalla Banca Mondiale (quando il superamento del regime di supervisione da parte della Trojka era stato posto sin dall'inizio come condizione della trattativa); imponendo una cosiddetta “modernizzazione della griglia salariale nel pubblico impiego” (che è semplicemente un modo raffinato per intendere il taglio degli stipendi e, in prospettiva, delle pensioni, nel pubblico impiego, vale a dire una delle linee rosse poste dai negoziatori greci “a monte” della trattativa); rifiutando (mai successo in precedenti analoghe trattative) tutte le proposte complementari avanzate da parte greca per il conseguimento degli obiettivi di bilancio e (perfino contro i “suggerimenti interessati” provenienti dagli Stati Uniti e da alcuni esponenti della Commissione Europea) qualsiasi ipotesi di ristrutturazione del debito greco. Nero su bianco: qui.
 
È chiaro che la traiettoria negoziale seguita dal Fondo Monetario e dai suoi più fedeli alleati (i vertici dell'Eurogruppo, della Bundesbank, del governo CDU-SPD della Germania) non intendeva portare ad un accordo, che presuppone una mediazione, bensì ad una resa dei conti tra due visioni opposte della direzione politica ed economica: pur di non darla vinta al primo governo di sinistra, progressista e anti-austerity, dentro l'Unione Europea, hanno scelto di rompere il negoziato, precipitare la crisi, isolare un Paese membro. Il Fondo Monetario e l'Unione Europea hanno finalmente fatto cadere la loro maschera, di agenti politici e, perfino, ideologici del “sistema”, piuttosto che “istituzioni condivise”. Nella loro propaganda raccontano di panico ai bancomat di Atene (che non c'è mai stato) e nascondono le manifestazioni popolari di massa a sostegno dell'OXI al referendum (con decine di migliaia di persone di fronte al Parlamento di Atene).

La storia greca, patria della democrazia europea e ispiratrice di grandi momenti di coscienza e autodeterminazione, è segnata dal NO: ogni anno si festeggiano le Giornate del NO (OXI, in greco) in ricordo della grande opposizione del popolo greco all'ultimatum di guerra, inizio della resistenza greca contro l'invasione nazi-fascista (28 ottobre 1940). Il fascismo aveva promesso di “spezzare le reni” ad Atene; il suo “μεγάλο Oχι”, il “grande NO” segnò l'inizio di una resistenza che avrebbe consegnato al fascismo una sconfitta bruciante. Il 29 giugno, in Piazza Syntagma, ad Atene, si sono raccolte 20 mila persone; lo stesso Alexis Tsipras, la sera stessa, ha spiegato che la vittoria del NO riguarda lo svolgimento della trattativa e il piano dei creditori, non, evidentemente, l’uscita della Grecia dalla Unione Europea. È chiaro che la vittoria del NO rappresenterebbe la prima manifestazione esplicita, popolare e democratica, di opposizione all'ordine neo-liberista imposto dall'Unione Europea e dalle autorità internazionali. Sarebbe, per la prima volta in Europa, una sconfitta “sul campo” per il neoliberismo e una spinta propulsiva a rivedere l'attuale costruzione dell'Unione Europea stessa.
 
Un “grande NO”, come 75 anni fa, per fare la storia.

giovedì 26 febbraio 2015

Syrizia, il governo della sinistra e la scommessa per la democrazia

anticapitalistes.net
Come sempre, quando si viene a capo di una lunga e problematica mediazione, è nelle limature dei testi e nelle reazioni del giorno dopo che è possibile individuare “i vincitori e i vinti”: il carattere eventualmente progressivo della mediazione raggiunta, l’equilibrio più avanzato intanto conseguito, la rinnovata occasione per una ulteriore iniziativa.
Nella negoziazione che ha visto “l’un contro l’altra” l’Eurogruppo, vale a dire l’insieme dei ministri economici e finanziari degli Stati membri dell’Unione Europea che hanno adottato l’euro come moneta comune (18 su 28 membri UE, la cosiddetta “Eurozona”), e la Grecia, attraverso il suo brillante ministro delle finanze, il marxista “impenitente ed eccentrico” Yanis Varoufakis, era evidente la assoluta sproporzione di forze in campo.
Il paragone di “Davide contro Golia” è fin troppo abusato per essere ripercorso in questa sede; d’altro canto, che, al di là delle marcate sfumature tra la posizione francese e quella tedesca e l’inedito oltranzismo rigorista di alcuni tra i Paesi più indebitati dell’area euro, Spagna, Irlanda e Portogallo in primo luogo, la cosiddetta Eurozona si sia mossa come un vero e proprio “fronte” a difesa del rigore monetaristico e della cappa neoliberista, è risultato chiaro, in maniera persino troppo lampante.
D’altra parte, il rifiuto dell’OCSE (l’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico) ad accompagnare, richiesta dalla Grecia in tal senso, le autorità finanziarie della ex Trojka, vale a dire l’Unione Europea (nelle sue articolazioni economico-finanziarie), la Banca Centrale Europea ed il Fondo Monetario Internazionale, nella definizione della trattativa e nella supervisione del nuovo programma proposto dalla Grecia, è a suo modo indicativo non solo dello schieramento di forze (e di interessi) in campo, ma anche della portata (e delle finalità) della posta in palio.
Di questo, il nuovo governo della sinistra greca, di Syriza, di Alexis Tsipras (già candidato presidente della Commissione UE per la Sinistra Europea, vale a dire l’insieme delle forze della sinistra riformatrice, ecologista e comunista del continente europeo, a sinistra della “sinistra tradizionale”, rappresentata dal PSE), ha mostrato subito di essere consapevole, rendendo esplicita, per bocca dello stesso premier, tale consapevolezza, nella dichiarazione del 7 febbraio scorso: «La Grecia vuole pagare il suo debito e raggiungere un’intesa con i partner per l’interesse di tutti: il problema del debito greco non è economico ma politico».
Non si è trattato infatti, semplicemente, di raggiungere un’intesa in merito al coordinamento delle politiche economiche e finanziarie né di perseguire un mero compromesso tra esigenze di bilancio, ristrutturazione del debito e politiche di crescita. Si è trattato, come l’andamento e l’esito stesso della trattativa hanno confermato, di verificare la possibilità di una pratica politica non-omologata nel quadro di una Unione Europea, oggi, ad egemonia neo-liberista e di assicurare uno spazio alla democrazia all’interno di quella stessa Unione Europea in cui la combinazione di egemonia neo-liberista ed austerità monetaria rischia di stringere un cappio mortale alla gola della democrazia (perfino quella più banalmente rappresentativa) e della auto-determinazione (fino a mettere in discussione elementari istanze di sovranità popolare e di autonomia decisionale).
Non è solo per fortuita coincidenza che, lo stesso 7 febbraio, si è fatta sentire anche la voce del presidente venezuelano, Nicolas Maduro, il quale, memore della presenza ai funerali di Hugo Chavez, l’8 marzo 2013, dell’attuale premier ellenico, ha ricordato «tutte le pressioni alle quali è sottoposto a causa del neoliberismo selvaggio applicato in Grecia» e rivendicato che «il Venezuela Bolivariano e la Grecia sono uniti nella comune battaglia contro il neoliberismo e per la dignità». Dignità, emancipazione e giustizia sociale non sono solo degli slogan nell’esperienza rivoluzionaria del Venezuela Bolivariano, e l’ALBA (Alleanza Bolivariana per i Popoli della Nostra America) è un modello di integrazione, politica e solidale, molto lontano dagli egemonismi e dai monetarismi della odierna Unione Europea.
Se, ad oggi, è ancora presto per dire se la mediazione conseguita frutterà l’apertura di nuovi spazi ed opportunità democratiche nell’Europa ristretta rappresentata dalla Unione Europea, fino a prefigurare, come da più parti si auspica, una vera e propria “rifondazione democratica” dell’Unione stessa, è tuttavia già tempo di cogliere l’elemento di avanzamento che la mediazione conseguita istruisce: ci sono, allo scopo, le quattro cartelle e le quattordici proposte che il piano greco, infine accettato dall’Eurogruppo, avanza, che rappresentano, a partire dal 23 febbraio scorso, la base per rinnovare il quadro pattizio tra la Grecia e l’Unione Monetaria e per avanzare lungo la strada delle riforme.
Da una parte, il fatto che le misure di base siano “fiscalmente neutre”, vale a dire a impatto zero sulle finanze statali, viene imposto come pre-condizione, per potere assicurare entrate sufficienti a liberare l’ultima quota del piano di rifinanziamento da parte delle istituzioni internazionali (7 miliardi). D’altra parte, tuttavia, il piano avanzato dalla Grecia riesce, superato una volta per tutte il vecchio “Memorandum”, ad impostare i termini del nuovo piano per il rientro del debito e la stabilizzazione economica, imponendo sin da subito all’Eurogruppo tre misure di rilievo: la copertura alimentare, sanitaria ed energetica per le fasce più povere della popolazione, garantendo «il controllo della spesa e il miglioramento dei servizi e, contemporaneamente, l’accesso universale»; la sostituzione di determinate agevolazioni fiscali con nuovi sussidi sociali e l’introduzione della tassazione patrimoniale finalizzata a far sì «che tutti i settori della società, specialmente le fasce di popolazione più ricca, contribuiscano in modo adeguato al finanziamento delle politiche pubbliche»; l’avvio del programma di estensione del salario minimo.
C’è indubbiamente la conferma delle privatizzazioni già ultimate, con la revisione di quelle ancora in corso di definizione; e c’è una riduzione delle spese improduttive, insieme con un piano di rilancio della contrattazione collettiva, che era stata sbaragliata, insieme con i tagli ai salari e alle pensioni ed il massacro sociale foriero di una vera e propria crisi umanitaria, dal governo greco precedente, quello delle destre e del neoliberismo.
Le componenti più radicali del quadro politico greco (anche quelle interne o collaterali a Syriza), insieme con le tendenze estremistiche e i fautori dell’uscita unilaterale dalla moneta europea, sono state, non a caso, i censori più severi di Tsipras e Varoufakis, i più munifici cantori delle “promesse tradite” e delle “speranze deluse” da parte di Syriza e della sua “capitolazione”: in singolare convergenza, su questo, con i falchi dell’austerity e settori rilevanti dell’establishment neo-liberale (tra cui la filiera lunga di opinionisti ed economisti collaterali alla socialdemocrazia riformista e alla sinistra borghese).
Valga per tutti, ragionando per “contrari”, il giudizio sul Piano Syriza espresso dal Fondo Monetario Internazionale: «in vari settori» mancano rassicurazioni sulle riforme previste dal Memorandum. Qualcuno spieghi loro che, dal 23 febbraio, quel Memorandum non esiste più.

domenica 27 aprile 2014

Alla prova della controrivoluzione: le basi marxiste del “socialismo del XXI secolo”

Un aspetto che riveste rinnovata importanza nello scenario attuale del Venezuela Bolivariano è senza dubbio l'economia nazionale. Sebbene il peggioramento delle condizioni economiche sia prevalentemente dovuto a motivi “artificiali”, come l'aggressione speculativa contro la moneta nazionale, l'accaparramento ed il sabotaggio economico da parte dei gruppi privati e degli speculatori nazionali e internazionali, in una parola, una vera e propria “offensiva di classe”, in cui la guerra di classe è sviluppata dai “ricchi” contro i “poveri”, è altrettanto vero che, dopo mesi di destabilizzazione, proprio la “congiuntura economica” sembra oggi essere la debolezza maggiore del governo bolivariano, almeno nella percezione di settori popolari, al punto che nei sondaggi sembra essere diventata, comprensibilmente, la preoccupazione maggiore dei venezuelani. Ad avere precipitato, oltre alle “cause scatenanti” sopra richiamate, il Paese nella situazione attuale è, poi, l'effetto combinato di due fenomeni macro-economici ben noti alla letteratura e alla prassi: l'inflazione e la carenza di beni. 
Oggi, questa situazione rischia di rappresentare la contraddizione saliente per la continuità stessa del progetto bolivariano: non tanto per le conquiste della rivoluzione, quanto soprattutto per la continuità dei progressi sin qui realizzati proprio in campo economico e sociale. In tal senso, è opportuno richiamare alcuni degli “insegnamenti” della esperienza chavista: che la rivoluzione non è una formulazione teorica astratta sulla felicità, né è un'astrazione utopica o un “sogno delle élite rivoluzionarie”, né, tanto meno, la promessa aerea di un paradiso presunto. La rivoluzione (in particolare, la rivoluzione bolivariana tra le altre rivoluzioni socialiste del passato e del futuro) è un processo storico e sociale, all'interno del quale giungono a maturazione le condizioni per abrogare lo sfruttamento dell'uomo sull'uomo, per realizzare la proprietà sociale della produzione, anche attraverso l'espropriazione della proprietà privata delle élite, per coniugare, infine, libertà, giustizia sociale e diritti umani. La società civile ha sempre, almeno da quando Karl Marx ha reso tutti consapevoli di questo fondamentale, l'economia alla base: e Wall Street rappresenta - anche simbolicamente - la contraddizione tra l'1% e il 99%. 
Quando, nel Venezuela di oggi, si parla di accaparramento e di speculazione, e, in particolare, di carenza di beni, si tende, spesso strumentalmente e maliziosamente, a confondere i “consumi” e il “consumismo”. Il consumismo è un'aberrazione derivata dal capitalismo, vale a dire dal modo di produzione capitalistico, che tende inevitabilmente (per le ragioni stesse dell'accumulazione capitalistica) alla sovrapproduzione ed alla massimizzazione del profitto e che si verifica quando i capitalisti, attraverso vari mezzi, creano nelle masse bisogni falsi (indotti) verso beni superflui (inutili). È bene osservare il fenomeno, eminentemente di natura economica, anche da un altro punto di vista, soprattutto sociale: si tratta, infatti, di un altro modo per espropriare i lavoratori, attraverso il quale non solo si sottrae il plusvalore prodotto, ma si sottrae anche una quota di valore-lavoro che, incorporato nel salario, finisce per volatilizzarsi nella ricerca di beni superflui e nell'appagamento di bisogni indotti. Il circuito pubblicitario e la guerra di classe attraverso la “comunicazione” (altra forma della “guerra di quarta generazione”, come pure la si definisce) partecipano attivamente a questo stato di cose, al punto che oggi il terreno mediatico è uno dei fronti dello scontro sociale. Il consumo, in quanto tale, è invece, piuttosto, la manifestazione del diritto di ottenere ciò che serve per vivere o, in altri termini, per riprodurre, attraverso il salario, la propria forza-lavoro (alloggio, vitto, vestiario, salute, istruzione, arte, spettacolo, cultura, informazione, insomma, tutto quanto concorre alla vita degna). 
Se le ristrettezze limitano la possibilità delle persone di ottenere tali beni, il governo rivoluzionario deve intervenire per affrontare il problema. Non a caso, Nicolas Maduro ha ripetutamente affermato che l'economia è il tema prioritario di quest'anno politico, conseguenza delle guarimbas economiche, cavalcate dai settori della borghesia più violenta, radicale e squadrista, e da una decelerazione del processo economico legato al socialismo bolivariano, probabilmente inevitabile e, per altri aspetti prevedibile, ma su cui si può e si deve intervenire. Dopo l'offensiva rivoluzionaria contro l'accaparramento e la speculazione, Nicolas Maduro, a margine dei Dialoghi di Pace con l'opposizione, ha annunciato una nuova offensiva: "Produrre tutto ciò che serve... Qualsiasi persona che produce qualcosa deve sentirsi chiamata in causa in questo sforzo... Chiamo tutti i cittadini a diventare produttori"; ciò anche allo scopo di superare la dipendenza dalle entrate petrolifere e risolvere le inevitabili distorsioni da questa prodotte nei meccanismi di produzione di beni e servizi. Ancora Nicolas Maduro: "L'offensiva economica ha il carattere di una grande rettifica... Il passo da intraprendere sarà quindi più completo, più profondo e più strutturale rispetto ai mesi scorsi". È necessario diversificare la produzione e allargare le cosiddette “basi materiali” della produzione stessa, superando la dipendenza dal petrolio, anche con una maggiore capacità di sviluppare investimenti, e migliorare il potenziale tecnologico della produzione nazionale, con un atteggiamento aperto, anti-dogmatico, creativo, coraggioso, innovativo, come sempre in tutte le pagine migliori del “Socialismo del XXI secolo”, non disdegnando di aprire un confronto costruttivo con i settori più aperti della borghesia nazionale ed internazionale. 
Chiaramente, tutto ciò richiede accortezza e strategia. Non è una cosa facile, perché questo programma si scontra con gli attacchi sia da destra, conservatori, neo-liberali, che pretendono il dominio dell'economia di mercato, sia dall'ultrasinistra, utopistici, dogmatici, che accusano di “consumismo” tutte le istanze dei “consumatori”. Per affrontare una questione così complessa, Nicolas Maduro ha annunciato diverse misure, tra cui la Conferenza Economica nell'ambito della Conferenza di Pace, con un incontro tra rappresentanti del gabinetto economico e settori produttivi, sia dell'economia pubblica sia dell'economia privata. Al contempo, la Conferenza serve a confermare l'orientamento socialista dell'economia nazionale, per rendere chiaro che lo Stato conserva il suo potere di controllo e di direzione, come dimostra anche la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale della legge che definisce il meccanismo pubblico dei prezzi equi: "Sarà una Autorità di Controllo dei Prezzi, attraverso gli ordini e i contratti, quella incaricata di stabilire il giusto prezzo di ogni articolo, mantenendo i prodotti al giusto prezzo e a pari condizioni". Nicolas Maduro ha inoltre confermato che questa fase della offensiva economica si sviluppa intorno a undici assi: l'industria del petrolio, l'industria chimica, le costruzioni, la manifattura, la meccanica, il tessile, il calzaturiero, l'agricoltura, il turismo, le comunicazioni e la tecnologia. Una strategia adeguata da articolare con cura. 
 

domenica 16 febbraio 2014

Spazio e condizioni politiche: una sinistra unita e plurale

Una recente riflessione sulla sinistra in Europa e in Italia, e, al suo interno, sulle forze di ispirazione marxista, a firma di Jacopo Rosatelli, contribuisce a tener aperto un interrogativo importante: sul perché la sinistra in molti Paesi europei riesce a intercettare il bisogno sociale e la domanda di trasformazione che la crisi economica e finanziaria ha reso ancora più acuta e drammatica; e, allo stesso modo, sul perché, in alcuni Paesi dell'Europa orientale, ed in Italia, la sinistra fallisce invece, clamorosamente, questo obiettivo, ritirandosi in un minoritarismo ideologico, autoreferenziale ed escludente, e lasciando terreno alla esplosione di forze nazionalitarie, demagogiche o populistiche.

Le mille ragioni per le quali ci troviamo di fronte a questo scoraggiante stato di cose sono tutte innanzi a noi, e troppo spesso si cede alla tentazione di metterle in fila o enumerarle in ordine sparso, senza invece tirarle, quelle fila, delineare, cioè, un quadro meglio definito e più articolato della situazione reale: lo stato della sinistra italiana, il capolinea dei fallimenti organizzativi ed elettorali, le prospettive di una sua radicale ri-configurazione e di un suo possibile rilancio. Messa così la questione, la priorità non è più nemmeno quella dell'unificazione dei frammenti della sinistra diffusa, impreparata ed atomizzata, con cui abbiamo a che fare; la priorità diventa semmai quella di ridefinire il perimetro al cui interno la sinistra può spendere una sua proposta ed una sua iniziativa. Avendo smarrito persino le coordinate, il lavoro della ricostruzione è ancora, se possibile, più arduo.

L'impresa è scoraggiante? Certo, non è semplice, ma anche qui occorre forse rovesciare il piano di lavoro. Messa in altri termini, l'impresa rischia piuttosto di diventare “entusiasmante”. Ci si può limitare a tre punti di riflessione. Abituata a viversi come centro propulsore dell'elaborazione inter-nazionale dell'iniziativa politica “a sinistra”, la sinistra europea, in particolare la sinistra italiana, oggi difficilmente è in grado di rilanciarsi - e laddove è più forte e credibile ha già saputo far propri questi orientamenti - senza l'ancoraggio alle esperienze rivoluzionarie più avanzate oltre-oceano, a partire dall'elaborazione plurale del socialismo del XXI secolo e dalle intriganti ri-letture marxiane e gramsciane che provengono dai contesti post-coloniali. Nel “bagno” dell'elaborazione, della ricerca politica e culturale, dell'iniziativa costante di mobilitazione e di conflitto, la sinistra italiana, come nei casi migliori delle esperienze europee a partire proprio da quella di Syriza in Grecia, potrebbe e dovrebbe “ri-generarsi”, prendendo, finalmente e sinceramente, atto della propria inconsistenza ed insufficienza, della debolezza della propria credibilità e dei limiti della propria autorevolezza. Mettere il meglio di ciò che residua a disposizione di un progetto di ri-generazione e di ri-nascita.

A proposito di Syriza. È un fatto che l'esperienza di “Rivoluzione Civile”, che oggi si nomina perfino con reticenza ed imbarazzo, abbia rappresentato, dopo le già numerose debacle precedenti, l'ultima spiaggia per le formazioni politiche che vi hanno partecipato. E' un fatto che l'iniziativa diretta, con l'appello per una “lista autonoma di società civile” a sostegno di Alexis Tsipras per le prossime elezioni europee, dei sei intellettuali più lo stesso Tsipras, rappresenti un commissariamento di fatto per quelle formazioni politiche che, altrimenti, ben difficilmente avrebbero potuto o saputo rendere comunicabile o condivisibile a livello di massa il profilo del candidato e l'impianto della sua proposta. E' ancora un fatto, poi, che nessuno, a parte quello di SEL, tra i congressi recenti delle formazioni politiche a sinistra del PD, sia stato, al tempo stesso, un congresso vero, democratico ed innovativo, e basta rivederne, di volta in volta, lo svolgimento, i contenuti o gli esiti, per rendersene facilmente conto. Tutto ciò consegna il pallino dell'iniziativa ben più saldamente nelle mani dei comitati promotori della lista Tsipras, radunati intorno al testo dell'appello, che in quelle dei partiti.

Resta dunque l'annoso “che fare”. Forse una sola cosa: non mandare distorta o dispersa la grande opportunità. Per le elezioni europee e, soprattutto, per quello che verrà dopo, con la definizione, in questo perimetro, di uno spazio politico della sinistra di progresso, finalmente in sintonia con la domanda reale di trasformazione. Lavorando di rete e di convergenza. Ridefinendo le coordinate dell'agire politico e sociale. Abbandonando presunzioni inconsistenti e ragionando di sinistra e di unità. Per una Sinistra Unita e Plurale.

mercoledì 5 febbraio 2014

Lettera Aperta per una lista unitaria per Alexis Tsipras alle Elezioni Europee 2014

Tsipras
Il testo che segue è il frutto di un'iniziativa maturata tra compagni/e del centro storico di Napoli, nella forma di una lettera aperta per un'unica lista della sinistra a sostegno dell'importante candidatura di Alexis Tsipras a presidente della Commissione Europea alle prossime elezioni europee del 25 maggio. L'iniziativa intende rilanciare la mobilitazione per scongiurare il rischio di un'ulteriore frammentazione a sinistra, con la presentazione di più liste a sostegno di Tsipras, e per traguardare percorsi possibili di ricomposizione a sinistra, nel senso della massima apertura, convergenza ed unità.


L'appello per una lista politica di società civile a sostegno della candidatura di Alexis Tsipras, leader della sinistra greca di Syriza, alla carica di presidente della Commissione Europea, in vista delle elezioni per il rinnovo del Parlamento Europeo, a firma, tra gli altri, di Andrea Camilleri, Paolo Flores, Luciano Gallino, Marco Revelli, Barbara Spinelli e Guido Viale, è un contributo utile nella direzione giusta.

Si tratta di una piattaforma impegnativa, sia sotto il profilo analitico, sia sul versante della proposta. L'appello ha il merito di segnalare i guasti dell'attuale profilo neo-monetarista dell'Unione Europea, di cui le politiche del rigore costituiscono la prosecuzione naturale e lo slogan dell'Europa “delle banche” rappresenta la manifestazione plastica; e di indicare le linee di tendenza per un'inversione strategica, fondata sul primato dei beni comuni, la centralità del modello di welfare, le ragioni della solidarietà sociale, la politica della programmazione democratica e della partecipazione pubblica, il valore dell'apertura anziché della chiusura, sia in relazione alle politiche di accoglienza dei migranti, sia in funzione del carattere multilaterale della sua proiezione internazionale ed euro-mediterranea.

La sintesi offre anche un'indicazione di massima per un programma: per passare dall'Europa “delle banche”, che troppo spesso finisce per proiettarsi nello spettro della “Europa fortezza”, alla Europa “dei popoli”, per la messa a valore dell'idea e della pratica di una Europa meno atlantica e più mediterranea, consapevole del ruolo progressivo che può svolgere nel suo più complesso scenario di prossimità, il Mediterraneo, mare di popoli e di culture, ricco del suo patrimonio umano e culturale e delle mille controversie e conflitti che agitano le sue sponde, dai fermenti delle “primavere arabe” con le trasformazioni che attraversano, in particolare, Tunisia ed Egitto, a guerre recenti ed antiche, da quella in Siria, col suo corollario di distruzione ed ingerenze, alla Palestina e la sua autodeterminazione.

Infine l'appello ha il merito di affrontare il problema delle modalità con cui costruire questa opzione politica, del tutto nuova e radicalmente innovativa, carica di senso, nella misura in cui non si riduca ad un'operazione di ceti politici o di élite intellettuali, ma si configuri come espressione naturale di lotte e conflitti, di saperi e territori. Non è all'ordine del giorno alcuna illusione di “depotenziare” la carica della proposta di Tsipras, di Syriza, della Sinistra Europea e delle forze della sinistra e del lavoro. Se infatti vi fosse uno spazio politico collaterale o mediabile con le proposte dei liberali o dei socialdemocratici, non si sarebbe posta l'urgenza di una prospettiva di alternativa radicale, di trasformazione creativa e, insieme con queste, di radicale messa in discussione dei trattati europei e dei vincoli monetari che sanciscono le politiche di austerità, a partire da Fiscal Compact e Six Pack.

Il centro della questione è il bisogno di rendere la proposta di alternativa, al tempo stesso, una proposta di egemonia: un programma che sia radicalmente innovativo e potenzialmente rivoluzionario, in grado di guadagnare all'Europa una prospettiva stabile di pace, democrazia e giustizia, e capace di coinvolgere tutti e tutte, sia nelle modalità di articolazione, che auspichiamo possano vedere insieme, in maniera “unitaria e plurale”, soggetti politici e organizzazioni sociali, in primo luogo impegnate sui terreni del lavoro, della giustizia sociale, dei beni pubblici, della difesa dell'ambiente e della costruzione della pace, sia nelle forme della sua costituzione, in un cimento politico ed un cantiere aperto, che, in forma libera e partecipata, costruiscano, contro la logica dei veti incrociati e diffidenti, occasioni di incontro e cooperazione, fin dentro e ben oltre la scadenza elettorale stessa.