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sabato 14 novembre 2020

Nagorno-Karabakh, alla prova del cessate il fuoco.

George Alexanian, CC BY SA 4.0, Wikimedia Commons

È stato il presidente russo, secondo quanto riferito dai media, ad annunciare i termini del cessate il fuoco duraturo, con clausole che delineano il percorso per una vera e propria cessazione delle ostilità e il congelamento della situazione come si è delineata sul campo, accordo mediato, con il ruolo decisivo della Turchia, nel conflitto tra Armenia e Azerbaijan per il Nagorno-Karabakh. L’accordo prevede l’entrata in vigore del cessate il fuoco alla mezzanotte (ora di Mosca) del 10 novembre, allo scoccare della quale, Armenia e Azerbaijan rimarranno nelle loro posizioni attuali. L’accordo prevede lo scambio dei prigionieri e insiste sulla demarcazione delle linee, quindi la definizione del perimetro dello status quo territoriale e del dislocamento delle truppe russe di peace-keeping, nonché sull’apertura delle vie di collegamento. Lungo la linea di contatto e lungo i corridoi di collegamento tra Armenia e Nagorno-Karabakh sarà dislocata la missione di peace-keeping militare della Russia, con la previsione di un dispiegamento di 1960 effettivi con armi leggere, 90 mezzi corazzati e 380 ulteriori veicoli ed equipaggiamenti. Le modalità di dispiegamento prevedono che i peace-keeper militari russi saranno dislocati «parallelamente» al ritiro delle truppe armene. A propria volta, il contingente militare russo rimarrà in Nagorno-Karabakh per i prossimi cinque anni, con la possibilità di una estensione automatica del periodo di stazionamento di questo dispositivo nel caso in cui nessuna delle parti ne chiederà il ritiro entro sei mesi prima della scadenza del mandato di dispiegamento. 

La responsabilità militare del monitoraggio degli accordi è dunque in capo alla missione di peace-keeping della Russia, ma un ulteriore punto dell’accordo precisa che «al fine di garantire l’effettiva implementazione di tutto quanto concordato, la missione di peace-keeping costituirà un centro di monitoraggio, per monitorare il rispetto effettivo del cessate il fuoco». I punti successivi, legati alle ripartizioni territoriali e alle linee di transito, forniscono un’indicazione piuttosto chiara dei vincitori e vinti “sul campo”. È stabilito infatti che l’Armenia restituirà la regione di Kelbajar all’Azerbaijan entro il 15 novembre e Lachin entro il 1° dicembre, mentre il corridoio di Lachin resterà sotto controllo armeno, allo scopo di garantire il collegamento tra Armenia e Nagorno-Karabakh, senza tuttavia pregiudicare lo status di Shusha. L’Armenia cederà inoltre Agdam e parte della regione di Gazi entro il 20 novembre. Per quanto riguarda la situazione dei rifugiati, è scritto che «i rifugiati faranno ritorno alle loro case in Nagorno-Karabakh, sotto il controllo dell’Alto Rappresentante delle Nazioni Unite per i Rifugiati». 

Le clausole legate alle infrastrutture, come accennato, si soffermano eminentemente sull’apertura dei corridoi di accesso e di transito, dal momento che «nei prossimi tre anni sarà sviluppato un piano per la costruzione di una nuova strada lungo il corridoio di Lachin, che consentirà un collegamento tra Stepanakert (capitale de facto del Nagorno-Karabakh) e l’Armenia, e vi sarà inoltre dislocato un contingente russo. L’Azerbaijan garantirà la sicurezza dei trasporti nel corridoio di Lachin per i civili». I collegamenti economici e le vie di traffico nella regione dovranno quindi essere liberati. L’Armenia provvederà ai collegamenti stradali tra le zone occidentali dell’Azerbaijan e la Repubblica Autonoma di Nakhchivan (il Nakhichevan, exclave azera in territorio armeno) con l’obiettivo di consentire il libero transito di persone, beni, merci e servizi in tutte le direzioni. Anche in questo caso, il controllo sarà effettuato dalle truppe di confine della Russia. È prevista, infine, la costruzione di nuove strade tra le zone occidentali dell’Azerbaijan e la stessa Repubblica Autonoma di Nakhchivan. 

Si comprende dunque il senso delle reazioni, dell’una e dell’altra parte, alla stipula dell’accordo. Da una parte, a Erevan, capitale dell’Armenia, manifestanti provavano a dare l’assalto alla sede del Parlamento (alcuni sono riusciti a fare irruzione in Parlamento, altri si stringevano in protesta sotto le sedi del Governo), mentre il primo ministro armeno, Nikol Pashinyan, con un ardito esercizio retorico, dichiarava che «Questa non è vittoria, ma non esiste sconfitta finché non ti consideri sconfitto; e noi non ci sentiremo sconfitti, e questo sarà l’inizio di una nuova era». Dall’altra parte, a Baku, capitale dell’Azerbaijan, si registravano manifestazioni di esultanza in piazza e il presidente azero, Ilham Aliyev, annunciava la “vittoria” del proprio Paese dichiarando di avere «costretto alla pace» la controparte. Sono dichiarazioni che, peraltro, oltre a mettere in luce il rapporto di forza militare che la situazione sul campo aveva delineato e gli accordi di cessate il fuoco avevano registrato, rimandano anche al significato politico del conflitto, alle lunghe radici e al profondo retroterra di uno dei «conflitti congelati», tornato ad essere caldissimo, che si trascina da decenni e che era tornato alla ribalta accompagnando la dissoluzione dell’Unione Sovietica, con tutto il carico di violenze e di conflitti che la fine dell’esperienza plurinazionale sovietica aveva portato con sé. 

Enclave armena in territorio azero, il Nagorno-Karabakh è una repubblica de facto, il cui status è regolato dall’Accordo di Biškek (5 maggio 1994) e dai cosiddetti «Principi di Madrid» (29-30 novembre 2007), che prevedono il progressivo ritiro delle truppe armene dai territori azeri sul confine del Nagorno-Karabakh, con disposizioni specifiche per i due ulteriori distretti azeri (Kelbajar e Lachin) che separano la regione dall’Armenia; la smilitarizzazione dei territori; il dispiegamento di una forza di peace-keeping; lo sminamento; la ricostruzione; il ritorno dei profughi e degli sfollati; la risoluzione dello status attraverso un referendum popolare o una consultazione popolare sullo status finale del Nagorno-Karabakh. Ciò che preme di più, dunque, al di là dei “vincitori” e degli “sconfitti” sul campo (e del ruolo delle potenze regionali, con la Russia che conferma il suo ruolo cruciale nella regione, sia come mediatore, sia come garante, politico e militare, degli accordi, e con la Turchia che rafforza la sua presenza, anche in virtù del ruolo decisivo, politico e militare, a sostegno dell’Azerbaijan), è la protezione delle persone, il ritorno in sicurezza dei profughi e degli sfollati, il ritorno in pace di tutti gli abitanti di queste regioni. Le ragioni della umanità, della solidarietà, della «pace con giustizia», accomunano, al di là delle frontiere e al di là degli schieramenti. 

 

lunedì 30 novembre 2015

La lezione del 13 Novembre

CC BY-SA HonestReporting flickr.com/photos/honestreporting/15908611924

Riprendo, per tracciare qualche linea di riflessione sul futuro che ci aspetta dopo il 13 Novembre di Parigi, le parole dell’appello che, appena qualche giorno fa, Alfonso Gianni lanciava dal suo profilo facebook: «pacifisti di tutto il mondo, mobilitiamoci!». È il calco di un motto di ben altro spessore e portata, come tutti sanno; non di meno, è anche il tentativo di rappresentare una sollecitazione pressante e accorata, che, da democratici, progressisti, marxisti, pacifisti o nonviolenti che siamo, non possiamo permetterci di fare cadere nel vuoto, se davvero intendiamo contrastare la minaccia di una guerra e, con essa, il precipizio di una escalation di vasta portata che rischia di travolgere l’intero Mediterraneo e Vicino Oriente, e se, allo stesso tempo, presumiamo di potere offrire qualche idea, qualche proposta, qualche orientamento, che non vadano nel senso, banale e mortifero, insensato e inefficace, della guerra, ma piuttosto nella direzione, che sembra molto più pregnante e assai più promettente, della estinzione del terrorismo e del superamento della violenza.

Dopo quel vero e proprio atto di “guerra nella guerra”, che è stato l’abbattimento del caccia russo da parte della aviazione turca, è ormai evidente a tutti, ed occorre segnalarlo e ribadirlo, che la linea rossa, di cui si è tanto discusso, tra tavoli diplomatici e confronti accademici, è stata superata: forze della NATO e forze russe, che perseguono obiettivi e strategie diverse non solo sul fronte siriano e che stanno da tempo giocando un risiko delicatissimo in diversi punti caldi del pianeta, si sono scontrate, per la prima volta, direttamente. Da questo momento, dunque, numerosi scenari si aprono e diventano possibili: forse ancora non del tutto probabili, ad ogni apparente evidenza non imminenti, ma senza dubbio possibili. La “terza guerra mondiale” a pezzi, già in corso da tempo, peraltro, almeno a partire dallo scoppio della guerra per procura, a molti riverberi internazionali, sul suolo e nei cieli della Siria (2011), e già entrata nel cuore stesso dell’Europa, con il golpe di Majdan, l’avvento al potere delle formazioni neo-naziste a Kiev e la guerra del Donbass (2014), rischia adesso di precipitare e condensare in una vera e propria escalation, cui la tragedia degli esecrabili attentati terroristici del 13 Novembre a Parigi, rischia di fare da clamoroso detonatore e propellente.

Dopo il 13 Novembre, infatti, la guerra è, ancora più di prima, una clamorosa stortura: ha così poco senso pensare di colpire il terrorismo – che non ha territori e confini consolidati, nella sua miriade di nuclei e di cellule diffuse, sparse potenzialmente ovunque, e i suoi seguaci, quelli effettivi, che sono già nelle segnalazioni dell’intelligence, e quelli potenziali, che in quelle segnalazioni ci dovrebbero finire – sganciando bombe a destra e manca, da far dubitare della sincerità dei proclami e far sorgere il dubbio che altri siano gli interessi retro-stanti e le finalità non-dichiarate. Per questo (non solo, ma anche) è necessaria un’alternativa. Nell’appello dal quale siamo partiti, vengono, in estrema sintesi, richiamate alcune imprescindibili “guide per l’azione”: «l’ONU deve intervenire per spezzare la spirale terrorismo-guerra. Così, l’Unione Europea, se finalmente decidesse di giocare un ruolo per la pace. I movimenti pacifisti di tutto il mondo sono chiamati a mobilitarsi». Si tratta di principi generali che vanno declinati e l’impegno cui sono chiamate oggi le forze, in generale, contro la guerra e per la pace, consiste proprio in questo: abbinare alla mobilitazione civica, alla sensibilizzazione dell’intero spettro dell’opinione pubblica, alla pressione sulle istituzioni per abbandonare la pulsione militare e militarista ed abbracciare piuttosto una soluzione diplomatica e politica, anche una capacità di riflessione e di analisi, di orientamento e di proposta.

Continuano ad esistere, purtroppo, tentazioni eurocentriche che non aiutano il confronto e il dialogo e, dunque, non concorrono positivamente a offrire riflessioni e proposte: sono quelle, ad esempio, di chi antepone la destituzione di un governo legittimo, come quello di Assad in Siria, alla riapertura dei canali della diplomazia con tutti gli attori regionali, a partire dalla Siria stessa, nel cui territorio, tra l’altro, la popolazione civile, l’esercito regolare, le formazioni curde a Nord, stanno pagando un pesante tributo di sangue, nella lotta quotidiana contro il terrorismo reazionario (non chiamiamolo islamico, per piacere). Qui l’eurocentrismo di certi giudizi, che pure va nominato, sembra evidente: chi ha diritto di decidere del proprio Paese, in questo caso la Siria: noi “occidentali” o i siriani? O quelle di chi continua a ritenere che la “comunità internazionale” possa ridursi alla “comunità occidentale”, magari “euro-atlantica”, più eventuali propaggini, senza accorgersi che la NATO, di cui la Turchia è parte integrante e alle cui azioni di guerra gli Stati Uniti, non più tardi di qualche giorno fa, hanno continuato a manifestare comprensione, è parte del problema e non della soluzione.

Non c’è prospettiva da offrire che non parta dal dialogo, che consenta di esplorare le vie del superamento della violenza e della trasformazione del conflitto, della definizione di nuovi spazi di convivenza e, in definitiva, della pace: dal confronto con i popoli e le culture della “sponda Sud”, dall’ascolto di proposte e suggerimenti che non imprigionino questa parte del mondo nella gabbia in cui, volontariamente o fatalmente, si è rinchiusa. Questo terreno è un cimento, al tempo stesso, per i movimenti sociali e per le forze politiche, che, nell’analisi dello scenario e nelle proposte da formulare, possono condividere un terreno unitario e strutturare un posizionamento, senza incertezza, contro la guerra (a partire dalla guerra di aggressione) e per la pace (essenzialmente come pace positiva, “pace con giustizia”). Il panorama sembra piuttosto desolante. Le destre, nelle loro varie articolazioni, almeno in Italia, non hanno nulla di positivo da offrire: da Forza Italia, che declina la sua proposta tutta in termini di militarizzazione e rinnovato impegno nelle missioni di guerra che già coinvolgono il nostro Paese, al Movimento 5 Stelle, che, tra il tutto e il contrario di tutto che, di volta in volta, avanza, ha già chiarito che «non sta scritto da nessuna parte che popolazioni diverse debbano vivere sotto la stessa bandiera» e ha pure ribadito che «la classe politica ce l’ha con le forze di polizia, molti carabinieri non sono in grado di colpire un bersaglio in movimento» e servirebbe maggiore controllo «su quei centri che assegnano lo status di rifugiato».

L’eco delle proposte e delle riflessioni della parte più matura del movimento per la pace e contro la guerra sembra invece risuonare in diversi passaggi della mozione presentata dalla “Sinistra Italiana” alla Camera il 24 Novembre, ove si delinea, per la prima volta, un quadro complessivo e una griglia coerente di misure a più livelli, per prevenire la guerra e contrastare il terrorismo senza cedere alle pulsioni militari e securitarie. Si tratta di dodici punti: no alla guerra e ad ogni avventura militare, nella convinzione, vero punto di partenza, che questa spirale guerra-terrorismo va spezzata, che non si può estinguere la violenza e il terrorismo con altra violenza (quella militare) e altro terrore (quello delle bombe); una conferenza regionale di pace con tutti gli attori, direttamente e indirettamente, coinvolti, perché solo un processo all’interno del quale tutti possano riconoscersi potrà alla fine essere riconosciuto da tutti; riconoscimento dello Stato di Palestina, altro, vero, punto di partenza, troppo spesso, nelle ultime settimane, colpevolmente dimenticato; dialogo in Siria, senza la precondizione della destituzione di Assad e in linea con i fondamentali nove punti dell’Intesa di Vienna; blocco di ogni traffico, vendita di armi e finanziamenti a Daesh e i suoi sponsor; diplomazia e coordinamento di intelligence (che non vuol dire schedatura di tutti i cittadini europei); misure per il dialogo inter-culturale e inter-religioso per prevenire la marginalizzazione e la radicalizzazione.

Come si vede, il punto non è reagire e contrattaccare, ma prevenire ed estinguere. Prima di ogni altra cosa, minando alle fondamenta le basi materiali su cui Daesh (che non è fenomeno religioso, ma terrorismo politico, oltre che militare, e dunque esercita un potere e controlla comunità e territori, tra Iraq e Siria) si fonda: un volume di affari stimato in circa 50 milioni di dollari. Come ha ben spiegato Loretta Napoleoni, Daesh ha il controllo di questi territori e, quindi, delle risorse che ospitano, che vuol dire soprattutto petrolio, che poi contrabbanda; ha sostenitori internazionali sia attraverso finanziamenti diretti sia attraverso mercato nero; e i fondi così accumulati vengono investiti non solo in addestramenti e armamenti, ma anche in controllo del territorio e servizi alle comunità poste direttamente sotto il proprio “potere”. Come conclude la stessa Napoleoni: «una vera e propria economia di guerra: un meccanismo che noi europei col tempo abbiamo dimenticato».

Dunque, ha ragione Alfonso Gianni: «mobilitiamoci!». E soprattutto proviamo a farlo in modo capillare ed efficace, perché la lotta contro il terrorismo e la guerra è anche lotta per la democrazia.



Link utili:



L’appello alla mobilitazione:

http://www.sinistralavoro.it/pacifisti-di-tutto-il-mondo-mobilitiamoci



Il documento di Forza Italia:

http://www.gruppopdl-berlusconipresidente.it/?p=35617



La posizione dei Cinque Stelle:

http://www.beppegrillo.it/2014/08/isis_che_fare.html

e 

http://www.corriere.it/politica/15_novembre_19/m5s-battista-ospite-corrierelive-fiumicino-termini-meno-sicuri-0a7c3c1c-8ec4-11e5-aea5-af74b18a84ea.shtml



La mozione di Sinistra Italiana:

http://www.sinistraecologialiberta.it/wp-content/uploads/2015/11/Mozione-Daesh.pdf



L’Intesa di Vienna sulla Siria:

http://www.avvenire.it/Mondo/Pagine/siria-vertice-per-cessate-fuoco.aspx


domenica 11 ottobre 2015

È guerra alla pace

Monumento alla Resistenza di Umberto Mastroianni, Cuneo

La tragedia che si è consumata ad Ankara, capitale della Turchia, sabato scorso, 10 ottobre, è una tragedia di proporzioni gigantesche: per la portata della strage e per la gravità delle sue implicazioni. Il corteo dei dimostranti, in quella che intendeva assumere i contorni di una festa della democrazia e della pace, con un corteo ampio e colorato, aveva appena mosso i primi passi, dato corpo alle prime coreografie, intonato i primi canti, i cori e gli slogan: quando la manifestazione, in quanto tale, è stata fatta oggetto di un devastante attacco terroristico, con due bombe che sono esplose nel cuore del corteo, provocando, secondo gli ultimi dati ufficiali, ben 95 morti e 250 feriti. Lo si è detto all'inizio, una strage brutale di proporzioni colossali.

Il corteo doveva rappresentare il momento saliente di una protesta, nella quale si intrecciano tre grandi rivendicazioni: per la pace, contro la nuova escalation di violenza e la nuova aggressione militare di cui il governo turco si sta rendendo responsabile contro il popolo curdo e le sue legittime rappresentanze politiche; per la giustizia sociale e per il lavoro, per migliori condizioni salariali e contrattuali per tutti i lavoratori nel Paese, a partire dalle categorie più apertamente minacciate dalla crisi e della stretta economica, oltre che dalla riduzione dei diritti e degli spazi di agibilità sindacale, che anche la Turchia sta attraversando; per la libertà sindacale e per la democrazia, alla vigilia di una scadenza elettorale tanto importante quanto gravida di tensioni, quella del prossimo 1 novembre, quando si tornerà al voto per nuove elezioni politiche nel Paese.

La manifestazione era dunque una grande manifestazione per la pace e la democrazia. Era stata convocata dalla DISK (la Confederazione dei Sindacati dei Lavoratori Rivoluzionari), KESK (Confederazione dei Sindacati dei Lavoratori Pubblici), TMMOB (la Camera Turca degli Architetti e Sindacati degli Ingegneri) e TTB (la Camera dei Medici della Turchia). Inoltre, la manifestazione ha visto l'adesione e il supporto, ma anche l'attiva e importante partecipazione dell'HDP (il Partito Democratico del Popolo), EMEP (il Partito del Lavoro) e un ampio numero di partiti, organizzazioni politiche e gruppi sociali, collocati nello schieramento delle forze progressiste. Una manifestazione democratica, politica e sociale, ove si univano, alle rivendicazioni sociali dei lavoratori del pubblico impiego, dei dipendenti pubblici, dei professionisti (in primo luogo medici, architetti e ingegneri, ma, ovviamente, non solo), le rivendicazioni politiche, in primo luogo dell'HDP, che rappresenta oggi la forza emergente nel quadro politico turco.

Nato come partito filo-curdo, espressione dello schieramento democratico delle popolazioni curde nel Paese e strumento politico della storica battaglia per l'auto-determinazione e i diritti nazionali dei curdi in Turchia, l'HDP è oggi in realtà espressione di una composizione etnica e sociale molto più ampia e articolata, non solamente i curdi, ma diverse espressioni dello schieramento di sinistra del Paese, un partito di sinistra, di carattere unitario ed ispirazione progressista, che ha saputo conquistare, nelle scorse elezioni politiche del 7 giugno, il 13 per cento dei voti e 80 seggi in Parlamento, impedendo alla destra dell'AKP di conquistare la maggioranza assoluta ed al suo capo, il presidente della repubblica, Recep Tayyip Erdogan, di realizzare il suo progetto autoritario e presidenzialista.

Come è stato sottolineato da vari osservatori, le dichiarazioni “a posteriori” dello stesso Erdogan (“Condanno questo attentato contro l'unità e la pace nel nostro Paese”), stridono con la condotta tenuta dal suo partito in questa fase di transizione e con la scelta di militarizzare lo scontro nel Kurdistan, ponendo fine ai negoziati quinquennali con le forze politiche curde, avviando una vera e propria campagna militare e terroristica contro le regioni curde, con uno schieramento militare e di polizia senza precedenti nel corso degli ultimi anni. Centinaia sono le vittime di questa campagna di terrore scatenata dal governo nel Sud e nell'Est del Paese e si calcola che siano nell'ordine delle migliaia, tra soldati, poliziotti, guerriglieri e civili (tra cui numerose donne, anziani e bambini) le vittime della campagna di terrore realizzata negli ultimi mesi.

Tale escalation serve anche a militarizzare il “fronte interno”: per riportare alla maggioranza assoluta l'AKP, per bloccare con la violenza la crescita delle formazioni democratiche e progressiste, per riportare l'HDP sotto la soglia del 10%, per impedire a questo partito di superare lo sbarramento ed entrare in forza in Parlamento. Se questo è il disegno criminale delle forze nazionaliste al potere in Turchia, non sorprende, purtroppo, che nove militanti dell'EMEP siano morti nell'attentato, e altri trenta militanti siano stati feriti; non sorprende neanche la dichiarazione del segretario dell'HDP, Selahattin Demirtas, che ha denunciato che le bombe hanno colpito proprio i settori degli attivisti dell'HDP. Quando i ministri dell'Interno e della Sanità del governo turco si sono presentati sul luogo della strage sono stati duramente contestati e respinti dalla folla.

Questo attentato terroristico affianca, dunque, la campagna di terrore scatenata dalla Turchia nel Kurdistan, l'intervento attivo della Turchia a sostegno delle formazioni terroristiche e con compiti di destabilizzazione della Siria, l'attacco, mirato e ripetuto, delle forze della NATO a Kunduz, in Afghanistan, contro il presidio di Medici Senza Frontiere. Non è più sufficiente, oggi, limitarsi ad esprimere il pur necessario dolore e la pur doverosa solidarietà: scendiamo in piazza, denunciamo le complicità, uniamo le voci e gli sforzi contro questa vera e propria “guerra alla pace”. Le forze della pace, della giustizia e della democrazia sono ancora una volta chiamate a dimostrare di essere più forti di quelle della reazione, della violenza e del terrore.

* In foto, il Monumento alla Resistenza dei Partigiani voluto dalla Città di Cuneo e realizzato da Umberto Mastroianni, nella forma di un cristallo/esplosione che guarda in direzione di Boves, città martire. L'opera, iniziata nel 1964, fu ultimata nel 1969, e inaugurata alla presenza di Sandro Pertini, che vi ritornò da Presidente della Repubblica. L'opera, potente ed evocativa, rappresenta, secondo G.C. Argan, un esempio di «poetica della Resistenza»: cuneofotografie.blogspot.it