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giovedì 16 gennaio 2025

Accordo di cessate il fuoco a Gaza.


Secondo la bozza resa nota dalla stampa, l'accordo di cessate il fuoco tra Israele e le forze della resistenza palestinese a Gaza prevede che i combattimenti cessino a Gaza per 42 giorni; decine di ostaggi israeliani e centinaia di prigionieri palestinesi siano liberati; le truppe israeliane si ritirino ai confini di Gaza e i palestinesi possano tornare nelle loro case, o per meglio dire, in ciò che resta delle loro case, in un contesto letteralmente sventrato dall’inumana devastazione provocata dall’aggressione israeliana, man mano che arriveranno gli aiuti umanitari.

Durante la prima fase, Hamas rilascerà 33 ostaggi in cambio della liberazione di centinaia di palestinesi imprigionati da Israele. Entro la fine della prima fase, le donne, i bambini e gli anziani trattenuti dalle forze palestinesi dovranno essere liberati. Circa 100 ostaggi rimangono prigionieri a Gaza, tra civili e soldati, e l'esercito ritiene che almeno un terzo di loro sia deceduto. Nel primo giorno del cessate il fuoco, le forze palestinesi rilasceranno tre ostaggi, il settimo giorno altri quattro, poi daranno corso a rilasci settimanali.

Israele libererà 30 donne, bambini o anziani palestinesi per ogni civile liberato. Per ogni soldatessa liberata, Israele rilascerà 50 prigionieri palestinesi, di cui 30 condannati all'ergastolo. In cambio dei corpi consegnati da Hamas, Israele libererà le donne e i bambini che ha trattenuto dall'inizio della guerra, il 7 ottobre 2023. L'accordo prevede che i palestinesi sfollati tornino alle loro case, anche a Gaza e nel nord di Gaza. Con la maggior parte della popolazione di Gaza costretta in enormi campi profughi, i palestinesi desiderano tornare alle loro case, e sanno che la gran parte è stata distrutta dall’aggressione militare portata avanti da Israele.

Ancora durante la prima fase, le truppe israeliane dovranno ritirarsi in una zona cuscinetto larga circa un chilometro (0.6 miglia) all'interno di Gaza lungo i confini con Israele. L'accordo specifica che Israele deve lasciare il Corridoio Netzarim, creato forzosamente, durante la guerra, per separare il nord dal resto di Gaza, creando una cintura attraverso la Striscia dove le truppe hanno sgomberato la popolazione e allestito basi. Dunque, il Corridoio Netzarim dovrà essere lasciato. 
 
Le truppe israeliane si ritireranno poi dalla principale strada costiera nord-sud, Rasheed Street, aprendo una via per il ritorno dei palestinesi. Entro il 22° giorno del cessate il fuoco, le truppe israeliane dovranno lasciare l'intero corridoio. Durante la prima fase, Israele manterrà il controllo del Corridoio Filadelfia, la striscia di territorio lungo il confine di Gaza con l'Egitto, incluso il valico di Rafah, ma nel corso della seconda fase, Israele dovrà ritirarsi anche dal Corridoio Filadelfia.

Anche le linee generali della seconda fase sono delineate nella bozza: tutti gli ostaggi rimanenti saranno rilasciati in cambio del completo ritiro israeliano da Gaza e dell’avvio di una "calma sostenibile". Si aprirà dunque il negoziato inerente alla successiva amministrazione palestinese di Gaza mentre, successivamente, la terza fase potrebbe essere meno controversa: i corpi degli ostaggi rimasti dovranno essere restituiti in cambio di un piano di ricostruzione della durata di 3-5 anni da attuare a Gaza sotto supervisione internazionale.

Considerando gli obiettivi dichiarati della aggressione israeliana, vale a dire lo sradicamento delle forze della resistenza, l'occupazione militare di Gaza e la consegna incondizionata dei prigionieri israeliani, appare chiaro, alla luce della bozza di accordo, se confermato, che nessuno di questi è stato ottenuto. Viceversa, sempre considerando i termini dell'accordo, se confermati, il cessate il fuoco, lo scambio di prigionieri, il ritiro delle forze israeliane e il ritorno dei profughi nel nord di Gaza, appare chiaro che quella che si profila è una vittoria delle forze della resistenza, pur in mezzo a inenarrabili dolori, distruzioni e morti, e una disfatta militare, e, soprattutto politica e morale, di Israele. 
 
E’ del 10 gennaio scorso la notizia che Cuba, appellandosi all'art. 63 dello Statuto della Corte Internazionale di Giustizia, ha depositato una dichiarazione di intervento nel caso riguardante l'applicazione della Convenzione sulla prevenzione e la repressione del crimine di genocidio a Gaza, unendosi quindi alla causa intentata dal Sudafrica contro Israele per crimine di genocidio. Spagna, Slovenia, Irlanda, Messico, Nicaragua, Colombia, Cile, Cuba, Venezuela e Stato di Palestina, tra gli altri, supportano il caso.

Secondo il report (1 Ottobre 2024) del relatore speciale delle Nazioni Unite sulla situazione dei diritti umani nei Territori Palestinesi occupati dal 1967, in relazione al conclamato genocidio condotto da Israele contro la popolazione palestinese di Gaza, «la violenza che Israele ha scatenato contro i palestinesi dopo il 7 ottobre non sta avvenendo nel vuoto, ma fa parte di uno spostamento forzato e di una sostituzione forzata dei palestinesi, a lungo termine, intenzionale, sistematica e organizzata dallo Stato. Questa traiettoria rischia di causare un pregiudizio irreparabile all'esistenza stessa del popolo palestinese in Palestina. Gli Stati membri devono intervenire immediatamente per impedire atrocità che segneranno ulteriormente la storia umana». 
 
Come segnalato nel par. 70 del report, infatti, «dopo il 7 ottobre, Israele ha inquadrato le sue operazioni militari a Gaza come una guerra di autodifesa e antiterrorismo contro un gruppo terroristico. Tuttavia, è ampiamente dimostrato che Israele non può legittimamente invocare l'autodifesa contro la popolazione sotto la sua occupazione. La potenza occupante deve proteggere, non prendere di mira, la popolazione occupata. Nel contesto dell'inadempienza da parte di Israele della direttiva della Corte internazionale di giustizia di porre fine all'occupazione illegale, l'obiettivo di sradicare la resistenza contraddice il diritto all'autodeterminazione e il diritto di resistere a un regime oppressivo, entrambi protetti dal diritto internazionale consuetudinario. Inoltre, descrive l'intera popolazione come impegnata nella resistenza e quindi eliminabile. Continuando a sopprimere il diritto all'autodeterminazione, Israele sta replicando casi storici in cui l'autodifesa, la controinsurrezione o l'antiterrorismo sono stati utilizzati per giustificare la distruzione di un gruppo umano, portando al genocidio».
 

 

lunedì 4 novembre 2019

Non-ingerenza e Auto-determinazione: a fianco dei popoli in lotta


Comunicato


Con una storica decisione, il Consiglio Comunale di Oslo, capitale della Norvegia, ha deliberato di vietare formalmente l’accesso agli appalti pubblici di beni e servizi provenienti dalle colonie israeliane nei Territori Palestinesi Occupati. 

La decisione rientra nel programma 2019-2023 del Consiglio Comunale di Oslo, fa parte di una iniziativa strategica, non congiunturale, ed è una iniziativa della maggioranza progressista al governo della città, una maggioranza formata dalla sinistra socialista, dai laburisti e dai verdi.

La decisione è significativa non solo per la sua portata generale, ma anche perché giunge a seguito di analoghe deliberazioni di altre città norvegesi: Oslo non è sola, è, ad oggi, la sesta città in Norvegia a vietare beni e servizi provenienti dagli insediamenti illegali, dopo Trondheim, Tromsø, Vaksdal, Hamar, Lillehammer e dopo il consiglio provinciale (contea) di Nordland. 

Tale posizione di diritto e di giustizia internazionale ha, recentemente, trovato una sua eco anche alle Nazioni Unite. In una relazione, l’esperto indipendente delle Nazioni Unite sui Diritti Umani nei Territori Palestinesi Occupati, Michael Lynk, ha chiesto misure per impedire il commercio dei prodotti degli insediamenti coloniali israeliani, come passo verso la fine dell’occupazione illegale della Palestina. 

Anche il Consiglio Comunale di Napoli si è mosso in questa direzione: un recente (11 luglio 2018) Ordine del Giorno, presentato dal gruppo della sinistra (Napoli in Comune a Sinistra), ha chiesto «la cessazione delle complicità italiane, inclusi cooperazione militare e commercio di armi e l’utilizzo strumentale dello sport» nei confronti della occupazione israeliana della Palestina. 

Prima ancora (13 febbraio 2012), il Consiglio Comunale di Napoli aveva approvato l’Ordine del Giorno di «condanna politica nei confronti della ditta Pizzarotti & C. S.p.A. per la partecipazione ai lavori per la costruzione della autostrada Gerusalemme - Tel Aviv», la quale, «ad uso esclusivo della popolazione israeliana, percorre 6,5 km attraverso la Cisgiordania Occupata, con la confisca di proprietà palestinese nei villaggi di Beit Iksa e Beit Sourik, inclusi terreni riconosciuti dalla Corte Suprema Israeliana come risorsa fondamentale per la sussistenza delle comunità». 

La perdurante occupazione israeliana dei Territori Palestinesi, in particolare della Cisgiordania, e il blocco della Striscia di Gaza, rappresentano una gravissima violazione del diritto internazionale e umanitario ed una minaccia alla stabilità e alla sicurezza nella regione, oltre che una violazione pesantissima dei diritti del popolo palestinese e della sua auto-determinazione. 

Una violazione che pone lo stato di Israele fuori dalla legalità internazionale, come sancisce anche, ultima di una lunga serie, la Risoluzione 2334 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite (23 dicembre 2016) che chiede, per l’ennesima volta, la fine dell’occupazione israeliana della Palestina confermando che «la costituzione da parte di Israele di colonie nel territorio palestinese occupato dal 1967, compresa Gerusalemme est, non ha validità legale e costituisce una flagrante violazione del diritto internazionale e un gravissimo ostacolo per il raggiungimento di una soluzione dei due Stati e di una pace definitiva e complessiva». 

Nello scenario regionale, sempre più sconvolto da guerre, aggressioni, e dalle mire geopolitiche dell’imperialismo, l’occupazione della Palestina diventa sempre più minacciosa e sempre più insopportabile. 

All’indomani della rinnovata aggressione della Turchia alla Siria e della nuova guerra del regime di Erdogan contro la resistenza kurda nel Rojava, non possiamo che ribadire il nostro impegno per la cessazione delle ostilità, il blocco della vendita di armi alla Turchia, la costruzione di una prospettiva di pace, rispettosa del diritto e della giustizia internazionale, a partire dai principi, insieme, di non ingerenza e di auto-determinazione dei popoli.

Rifondazione Comunista, proseguendo la sua iniziativa a fianco del popolo palestinese, conferma dunque il suo impegno affinché, anche alla luce dei risultati del Convegno “A Napoli il mondo” (16 Marzo 2017), siano esclusi dagli appalti pubblici afferenti al Comune di Napoli e alla Città Metropolitana di Napoli quanti violano il diritto internazionale umanitario. 

Ancora a sostegno delle forze progressiste e rivoluzionarie del Kurdistan, chiama tutti e tutte alla più ampia partecipazione, in occasione della manifestazione nazionale #controlaGuerra del 1 novembre a Roma.

martedì 4 settembre 2018

Se Israele diventa lo «Stato Nazionale del Popolo Ebraico»

Foto di Eddie Gerald - Geophotos -  Pubblico Dominio, via Wikimedia Commons

L’ultima, in ordine di tempo, legge fondamentale dello Stato di Israele, approvata lo scorso 18 luglio, peraltro con una risicata maggioranza alla Knesset, il Parlamento israeliano, definisce, per la prima volta in questi termini, Israele come «Stato Nazionale del Popolo Ebraico», con una nettezza tale, nella forma e nei contenuti, da fare di questa designazione persino il titolo della legge. Iniziando dunque a mettere in fila le questioni, si tratta di una legge fondamentale dello Stato di Israele: com’è noto, infatti, Israele non ha una unica legge costituzionale o «carta costituzionale», bensì il suo corpus costituzionale, vale a dire il quadro normativo fondamentale, gerarchicamente superiore alle leggi ordinarie, è rappresentato dall’insieme della Dichiarazione di Indipendenza del 1948 e da una serie di leggi fondamentali, le quali possono essere modificate solo attraverso l’approvazione di altre leggi fondamentali ed in base alla medesima procedura.  

Come leggi fondamentali, esse vengono a definire i caratteri di base della statualità israeliana e dovrebbero avere contenuto generale e godere di ampio consenso: non così quest’ultima legge, la quale, come si diceva, dopo lungo e articolato dibattito, nel Parlamento e nel Paese, è stata approvata con una maggioranza risicata e non ha mancato di destare molte critiche, spesso aspre, fuori e dentro Israele. Critiche, come si accennava sopra, «nella forma» e «nella sostanza». Questa legge rischia, infatti, di aprire un dibattito costituzionale senza fine e, soprattutto, un vulnus costituzionale senza precedenti: ponendosi a fianco della Dichiarazione di Indipendenza, che sancisce l’uguaglianza dei diritti dei cittadini e delle cittadine di Israele senza distinzione di sesso, etnia, religione, quest’ultima legge restringe la portata di tali diritti, definisce Israele stato nazionale del popolo ebraico e dichiara esplicitamente che appartiene esclusivamente al popolo ebraico il diritto di autodeterminazione nazionale di cui lo Stato di Israele è, per l’appunto, espressione. Dunque, si passa da un principio di “universalità dei diritti” ad un principio di “esclusività dei diritti” (per lo meno di alcuni di questi, per quanto amplissimi e fondamentali, a partire, appunto, dal diritto di autodeterminazione dei popoli); si passa da uno stato di tutti i suoi cittadini e le sue cittadine, almeno in termini di diritto, ad uno stato etnico (mono-etnico), con, in aggiunta, la problematicità di definire, al di fuori di una caratterizzazione meramente culturale o confessionale, la stessa specificità del popolo ebraico. Problematicità testimoniata anche dall’acceso dibattito sul ruolo di Israele all’interno della Diaspora.  

Se, per un verso, com’è stato segnalato da alcuni critici, non vi è sostanzialmente «nulla di nuovo» in questa legge, se non la ricapitolazione di una serie di norme già previste (come quella che dichiara Gerusalemme capitale dello Stato di Israele, scritta in una precedente legge fondamentale del 1980), o la messa in fila di una serie di pratiche già vigenti (a partire da quelle che organizzano l’attività coloniale di Israele nei Territori Palestinesi Occupati); per altro, numerose manifestazioni di protesta hanno visto protagonisti non solo i vari critici israeliani della legge (come è noto, vi è uno strato non-sionista o post-sionista non insignificante all’interno della stessa società israeliana), ma anche le differenti componenti nazionali, in primo luogo gli arabi israeliani e i drusi. Se il trattamento riservato alle minoranze e il rispetto dei diritti delle minoranze sono cartine di tornasole (questo ci dice persino il pensiero “liberale”) della qualità della democrazia, il dettato di questa legge fondamentale rischia allora di ridurre e di restringere pesantemente (al di là dei molti e variegati dubbi già da tempo nutriti, a proposito, da più parti) la qualità della democrazia israeliana e di minacciare significativamente il rispetto e la tutela dei diritti umani per tutti e tutte in Israele.

Se è vero, infatti, che la legge non pregiudica la situazione corrente della lingua araba, al momento della entrata in vigore della legge, pur attribuendole un semplice status speciale, riservando all’ebraico lo status di lingua ufficiale dello Stato; è anche vero, d’altra parte, che questa legge eleva perfino a rango costituzionale il colonialismo sionista: sin dall’inizio distingue tra uno stato di Israele e una terra di Israele, rivendicata come patria storica del popolo ebraico e all’interno della quale sorge il territorio dello stato. E, poco più avanti, non manca di mettere in risalto il fatto che lo Stato attribuisce valore nazionale allo sviluppo dell’insediamento ebraico ed agisce per incoraggiare e per promuove la sua realizzazione e il suo consolidamento. La colonizzazione dei Territori Palestinesi dunque viene puntellata, resa carattere fondamentale dello Stato di Israele, e, di conseguenza, in prospettiva, reso sempre più difficile il ricorso alla giustizia da parte delle rappresentanze palestinesi. 

Un diritto di autodeterminazione, quello del popolo ebraico, attivato contro un altro diritto di autodeterminazione, quello del popolo palestinese. Il contrario di ciò che servirebbe alla causa della giustizia e dei diritti umani, ovviamente nel senso di tutti i diritti, per tutti.

sabato 2 giugno 2018

Con il popolo palestinese in lotta

Djampa, CC-BY-SA 4.0, from Wikimedia Commons

È possibile mettere in fila ciò che sta succedendo, da alcuni mesi a questa parte, in terra di Palestina, per provare a definire un quadro della situazione nella regione? Abbiamo appena finito di assistere, sgomenti, alla partenza del Giro d’Italia in Israele, un incredibile controsenso, sportivo e politico, sommerso, peraltro, da una cappa propagandistica impressionante, le cui punte più sottili (meglio congegnate) sono state senza dubbio l’allusione costruita intorno al n. 101, quello della edizione 2018 del Giro d’Italia e quello della famigerata Unità 101, unità speciale dell’esercito israeliano, già comandata da Ariel Sharon, macchiatasi, in passato, di spietate incursioni ed efferati massacri contro i palestinesi; e la strumentalizzazione della figura di Gino Bartali, campione dello sport, la cui designazione, positiva in sé, di «Giusto tra le Nazioni», ad opera dello Yad Vashem, nel 2013, è diventata poi attribuzione postuma della cittadinanza onoraria di Israele, nel 2018, proprio a pochi giorni dalla partenza della contestuale edizione del Giro da Gerusalemme.
 
Appunto, Gerusalemme. La pretesa, questa sì, a tutti gli effetti sionista, da parte delle autorità di Israele, di attribuirsi ed intestarsi la Città di Gerusalemme come «capitale eterna, unica e indivisibile» di quello che oramai sempre più insistentemente e paradossalmente si va affermando come “Stato Ebraico”, è un autentico controsenso, che tradisce un atto di inaudita violenza, contro la storia e la memoria dei popoli della regione (e non solo), e di evidente illegittimità, basti appena richiamare qui, tra le più recenti, la risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite n. 478 del 20 Agosto 1980 che già a suo tempo definì tale attribuzione nulla e priva di validità («null and void»), nonché una grave «violazione del diritto internazionale» ed un serio ostacolo al raggiungimento di una pace «giusta e duratura» in Medio Oriente. Da un lato, il mantenimento dello status quo avvantaggia e amplia gli spazi, giorno dopo giorno, al progetto sionista di colonizzazione e assorbimento di territorio palestinese; dall’altro, le potenze internazionali (non chiamatele, per piacere, «Amici di Israele») attivamente alimentano e legittimano l’avanzata della occupazione: con atto unilaterale e provocatorio, gli Stati Uniti hanno deciso, appena il 14 Maggio scorso, di spostare la propria sede diplomatica dalla capitale israeliana Tel Aviv dentro la città di Gerusalemme.
 
Nei passaggi della storia, la scelta delle date ha spesso una forte valenza simbolica: non è sfuggito che il giorno scelto per l’inaugurazione della ambasciata USA a Gerusalemme sia coinciso con l’anniversario della fondazione dello Stato di Israele stesso, avvenuta, appunto, il 14 Maggio del 1948, in base all’approvazione, da parte dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, della Risoluzione 181 del 29 Novembre 1947. Lo stesso giorno, il 14 Maggio, della Nakbah, la catastrofe del popolo palestinese, espulso dalle proprie terre e dai propri villaggi nel percorso di fondazione dello Stato di Israele, ha visto, a distanza di settant’anni, una nuova mobilitazione da parte del popolo palestinese ed una rinnovata escalation da parte delle autorità israeliane, che hanno letteralmente soffocato nel sangue la protesta dei palestinesi, provocando, nella sola giornata della inaugurazione dell’ambasciata, quasi quaranta morti e oltre mille feriti. È una vera e propria escalation, quella cui sta dando corso il governo della destra israeliana in tutti questi giorni: dal 30 Marzo, data in cui sono iniziate le manifestazioni popolari per la «Marcia del Ritorno», le forze israeliane hanno ucciso più di centoventi palestinesi e ferito oltre dodicimila persone, tremila colpite da munizioni letali.
 
Se, per un verso, la reazione dei Paesi del Medio Oriente e di parte della cosiddetta “comunità internazionale” è stata di condanna di Israele, al netto dell’assordante silenzio e della ingiustificabile inerzia della Unione Europea; per l’altro,  la funesta iniziativa USA, contrastata anche dalle Nazioni Unite, rischia di sancire, di fatto, la fine del cosiddetto «processo di pace» basato sul principio di «due popoli, due stati». Oggi, all’inizio di Giugno, a poco più di due mesi di questo nuovo ciclo di protesta, per la propria liberazione e per la propria autodeterminazione, dei palestinesi, in particolare, ma non solo, di Gaza, il bilancio della escalation israeliana è inquietante ed assume i contorni di una vera e propria strage. Appena lo scorso 31 Maggio, mentre ancora gli Stati Uniti imponevano il veto, opponendosi ad una proposta di risoluzione in Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite che chiedeva misure «per la protezione dei civili palestinesi», la Croce Rossa lanciava l’allarme, denunciando a Gaza una crisi sanitaria e umanitaria «senza precedenti».
 
Chiaro dunque il quadro di responsabilità, è più che mai necessario mobilitarsi, a sostegno della resistenza e dell’autodeterminazione palestinese, e dando supporto alle forze democratiche presenti nella stessa Israele, che contrastano, anche in piazza, questa deriva sempre più aggressiva e sempre più violenta della destra israeliana. L’ormai prossimo attracco a Napoli, questa estate, della «Freedom Flotilla», sarà così un’occasione importante, per ribadire e fare crescere il nostro impegno con il popolo palestinese in lotta.