Parte 2:
la sinistra di progresso e il ruolo dei comunistiMettiamo
a raffronto le parole e i fatti:
proviamo a verificare la consistenza
degli enunciati e misuriamo la credibilità delle proposte su un banco di
prova tutto politico, il passaggio complesso delle prossime elezioni
amministrative. Un vero e proprio banco di prova per la sinistra in
Italia: per le dimensioni (saranno chiamati alle urne i/le cittadini/e
di oltre 1300 comuni, con 25 capoluoghi, tra cui: Torino, Milano,
Bolzano, Trieste, Savona, Bologna, Ravenna, Rimini, Roma, Caserta,
Napoli, Salerno, Cosenza, Cagliari, per un totale di circa 13 milioni di
elettori); per la portata (al giro di boa della legislatura, al turno
di svolta del governo e alla vigilia del referendum costituzionale che
sarà cartina di tornasole della tenuta del disegno renziano); e per la
prospettiva (la definizione di un campo della sinistra e la costruzione
di una sinistra unitaria non riducibile al centro-sinistra, volutamente
con il trattino, in alternativa al PD e al progetto neo-riformista di
Matteo Renzi).
Se il PD, come si è provato a delineare in altro
contesto, è la forma attuale, storicamente determinata, del riformismo
italiano, ormai lontano dalla tradizione laburista e socialdemocratica
novecentesca, semmai affine agli odierni riformismi europei a forte
ispirazione liberale, la questione che si impone è quella della
definizione di un profilo e della affermazione di una autonomia della
“sinistra a sinistra” del PD. Molto enunciata, talvolta praticata, la
questione della autonomia politica della sinistra non-riformista è,
purtroppo, disattesa proprio laddove sarebbe stato più necessario
praticarla e forse, persino, più semplice organizzarla.
A Milano, uno schieramento civico “di sinistra”, tra cui SEL,
movimento arancione, movimenti verdi, in via ufficiale e ad ampia
maggioranza, sostiene Giuseppe Sala: “manager” o, come si diceva un
tempo e con maggiore pregnanza, “capitano di industria”, prima in
Pirelli poi in Telecom, commissario monocratico di EXPO, dove ha
lasciato una scia di polemiche, dalla vicenda degli stage
di lavoro non retribuito a quella di un presunto "rosso" di bilancio denunciato dalla stampa ma smentito dal diretto interessato, passando per l'esperienza di city manager milanese in quota
centrodestra, con quella che non pochi reputano la peggiore giunta
municipale, insieme con quella di Gabriele Albertini, che la città abbia
avuto nella sua storia, vale a dire quella di Letizia Moratti.
A
Roma, SEL è costretta a smentire l'intenzione di una sua frazione di
dare corpo ad una lista di “sinistra del centro-sinistra” a sostegno di
Giachetti; mentre altre parti del partito denunciano i limiti della
candidatura di Fassina perché “troppo connotata” e “poco inclusiva”.
D'altro canto, avere assegnato priorità all'ampliamento del campo di
consenso elettorale piuttosto che alla precisazione del profilo
politico, ha condannato l'intera sinistra romana ad una sorta di moto
perpetuo, un continuo andirivieni tra nomi noti e meno noti al grande
pubblico (Fassina, Marino, Bray), con l'unico effetto di logorare
persino questo percorso. A Napoli, a riprova della
complessità del quadro, è proprio l'aggregazione che muove intorno a
Fassina a rompere il percorso unitario della sinistra a sostegno della
ricandidatura del sindaco uscente Luigi De Magistris.
Se il
terreno della “unità” era dunque già perso in partenza, per lo meno a
partire dalla disattenta regia politica e dalle sorprendenti modalità di
partecipazione alle primarie del centro-sinistra milanese, il terreno
della “autonomia” ugualmente fatica a prendere corpo e, purtroppo e
sorprendentemente, fa più fatica proprio laddove sarebbe più facile
intraprendere questa strada e cioè nei comuni laddove la composizione
elettorale è la rappresentazione plastica del progetto renziano; ovvero,
detto in altri termini, laddove sarebbe stato maggiore sia lo spazio
sia la praticabilità di un'opzione di sinistra, al contempo, popolare e
combattiva: vale a dire a Milano, con Sala, dove la lista arancione e la
maggioranza di SEL si ridurranno ancora a fare la “sinistra di (questo)
centro-sinistra” e a Roma, con Giachetti, dove l'evocazione continua
della rinascita del “centrosinistra” - stavolta senza trattino e perfino
in accezione ulivista - minaccia di logorare le candidature a sinistra.
E
se a Torino la vicenda politica della giunta uscente e il profilo
politico della candidatura renziana, unite alla riconoscibilità della
candidatura di sinistra con Giorgio Airaudo, hanno consentito la
costruzione di un percorso efficacemente autonomo ed unitario a
sinistra, le cose non vanno di conserva negli altri comuni maggiori al
voto: a Trieste, SEL conferma la propria collocazione dentro il
centrosinistra, a differenza di Rifondazione Comunista che se ne
colloca, anche polemicamente, al di fuori; a Bologna, la sinistra si è
letteralmente frammentata, con una parte che seguirà una lista civica
ispirata da Amelia Frascaroli, assessore al welfare, a sostegno di
Merola, un'altra che ha dato vita alla “Coalizione Civica” che, in una
propria consultazione interna, ha indicato in Federico Martelloni il
proprio candidato sindaco, e un'altra ancora, quella che fa riferimento a
Rifondazione Comunista, orientata invece a “uscire da sinistra” dalla
Coalizione stessa, con una scelta che altre parti dello stesso partito hanno comprensibilmente stigmatizzato come minoritaria e suicida; infine, a Cagliari, si ripete, a parti invertite,
l'esperienza di Trieste, dove la sinistra, in via maggioritaria, esprime
il proprio appoggio al sindaco uscente, Massimo Zedda, che governa con
il PD pur non essendone espressione e per la cui campagna il PD intende
“aprire al centro”, replicando così uno schema neo-centrista.
In
questo scenario, un “partito” nuovo, forse persino un partito “di tipo
nuovo”, proprio nel cimento tortuoso di questa fase politica, intende
muovere le prime mosse e, pressoché inevitabilmente, si viene,
politicamente e programmaticamente, componendo, al di là delle
intenzioni e dei proclami. Da una parte, Sinistra Italiana nasce
con l'intento dichiarato di dare corpo ad una nuova aggregazione
politica a sinistra, unificare le soggettività politiche e sociali
genericamente collocate “a sinistra del PD”, formare, più sulla base
della volontà politica dei proponenti che sulla spinta di una reale
mobilitazione sociale, “un partito” della sinistra, aperto, plurale,
popolare. Dall'altra, sebbene dichiari l'esigenza - alternativamente - del “mescolamento” e
della “rigenerazione” delle diverse biografie, storie e culture
politiche di provenienza, Sinistra Italiana si muove, alla prova dei
fatti e alla luce dei riscontri, più come un “aggregatore” che come un
“partito”, incerto nella declinazione tanto della “unitarietà” quanto
della “autonomia”, disorientato nella regia generale
della sua “politica delle alleanze”, ambivalente nella sua opposizione o
alterità al “centrosinistra” anziché al “centro-sinistra”, piuttosto
che al PD di Renzi anziché alla intera vicenda, riformistica e moderata,
della “grande transizione” dai DS (e DL) al PD di cui, come si è visto,
Renzi non è epifenomeno, ma organico prosecutore.
Com'è vero che
lo scorcio di questa tornata amministrativa mostra plastica ed evidente
continuità con il disegno renziano, sia per gli uomini e le donne nei
quali si incarna, sia per il carattere e il profilo dei programmi nei
quali si traduce, è altrettanto vero che in questo scorcio si coglie una
ennesima conferma del carattere palesemente neo-riformista del disegno
renziano e di questo centro-sinistra. Si tratta di un disegno diverso
dal centrosinistra storico che l'Italia ha conosciuto negli anni Novanta
del secolo scorso («l’Ulivo fu un progetto di centrosinistra
nitidamente alternativo al centrodestra, l’opposto del “Partito della
Nazione”; esso era animato da una tensione inclusiva verso il centro ma
anche verso sinistra; i suoi leader si sono caratterizzati per spirito
unitario e non divisivo; gli slogan elettorali suonavano così «l’Ulivo
una forza che unisce», «il Centrosinistra per unire il Paese»; una tale
tensione si doveva esprimere anche e soprattutto in un rapporto positivo
con le forze sociali, come si conviene ai partiti socialisti e
laburisti un po’ dovunque»). Ma, al tempo stesso, anche un “riformismo
dall'alto” in un'epoca segnata da una democrazia post-costituzionale
(con «Renzi, che si ispira a una democrazia governante, e un PD quale
partito a vocazione maggioritaria»). La recente intervista di Franco
Monaco sul Manifesto (19 marzo 2016) fa chiarezza proprio su questo
punto.
Può, tutto questo, offrire indicazioni sulla natura e sulla
traiettoria della composizione della sinistra e, più complessivamente,
dell'articolazione politica della sinistra, che è necessaria e di cui si
ha bisogno in questo Paese? Molto più di quanto possa sembrare.
Chiarisce la riedizione, nell'Italia di oggi, dell'esistenza di due
sinistre, l'una, riformista o neo-riformista, saldamente ancorata al PD
(questo PD) sia nella sua declinazione interna sia nella sua variante di
“sinistra esterna” e, l'altra, alternativa e rivoluzionaria, sebbene
ancora frammentata e marginale sulla scena pubblica. Postula l'esigenza
della determinazione di un nuovo blocco sociale e storico, non nei
termini della riformistica “alleanza tra i produttori”, bensì in quelli
dell'unità sociale e della unificazione politica dei soggetti produttori
di valore, lavoratori salariati e intellettuali trasformativi. Dal
palco di “Cosmopolitica!” (19-21 febbraio 2016) si è detto chiaramente
che Sinistra Italiana non sarà un partito e non potrà definire un
mandato ed esprimere una linea sino al suo congresso fondativo di
dicembre. È vero ed è giusto. È facile prevedere, tuttavia, che i fatti
della politica siano più forti della retorica delle enunciazioni e la
vicenda elettorale del 2016 segnerà, in maniera significativa, se non
decisiva, le sue sorti.
Approfondimenti online:
Un interessante approfondimento sulla vicenda della sinistra a Milano a cura di Gad Lerner;
Una ricostruzione sulla vicenda complessa della sinistra a Bologna a cura di Davide Turrini;
La lettura di Daniela Preziosi, in particolare sulla vicenda romana, tra Milano e Roma;
F. Monaco, “Sulla scissione del PD do' ragione a D'Alema”, Il Fatto, 15 marzo 2016 (in Gad Lerner);
Su “cantolibre”, il reportage su Sinistra Italiana e il ciclo dal titolo “Non gliela diamo”.