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giovedì 16 gennaio 2025

Accordo di cessate il fuoco a Gaza.


Secondo la bozza resa nota dalla stampa, l'accordo di cessate il fuoco tra Israele e le forze della resistenza palestinese a Gaza prevede che i combattimenti cessino a Gaza per 42 giorni; decine di ostaggi israeliani e centinaia di prigionieri palestinesi siano liberati; le truppe israeliane si ritirino ai confini di Gaza e i palestinesi possano tornare nelle loro case, o per meglio dire, in ciò che resta delle loro case, in un contesto letteralmente sventrato dall’inumana devastazione provocata dall’aggressione israeliana, man mano che arriveranno gli aiuti umanitari.

Durante la prima fase, Hamas rilascerà 33 ostaggi in cambio della liberazione di centinaia di palestinesi imprigionati da Israele. Entro la fine della prima fase, le donne, i bambini e gli anziani trattenuti dalle forze palestinesi dovranno essere liberati. Circa 100 ostaggi rimangono prigionieri a Gaza, tra civili e soldati, e l'esercito ritiene che almeno un terzo di loro sia deceduto. Nel primo giorno del cessate il fuoco, le forze palestinesi rilasceranno tre ostaggi, il settimo giorno altri quattro, poi daranno corso a rilasci settimanali.

Israele libererà 30 donne, bambini o anziani palestinesi per ogni civile liberato. Per ogni soldatessa liberata, Israele rilascerà 50 prigionieri palestinesi, di cui 30 condannati all'ergastolo. In cambio dei corpi consegnati da Hamas, Israele libererà le donne e i bambini che ha trattenuto dall'inizio della guerra, il 7 ottobre 2023. L'accordo prevede che i palestinesi sfollati tornino alle loro case, anche a Gaza e nel nord di Gaza. Con la maggior parte della popolazione di Gaza costretta in enormi campi profughi, i palestinesi desiderano tornare alle loro case, e sanno che la gran parte è stata distrutta dall’aggressione militare portata avanti da Israele.

Ancora durante la prima fase, le truppe israeliane dovranno ritirarsi in una zona cuscinetto larga circa un chilometro (0.6 miglia) all'interno di Gaza lungo i confini con Israele. L'accordo specifica che Israele deve lasciare il Corridoio Netzarim, creato forzosamente, durante la guerra, per separare il nord dal resto di Gaza, creando una cintura attraverso la Striscia dove le truppe hanno sgomberato la popolazione e allestito basi. Dunque, il Corridoio Netzarim dovrà essere lasciato. 
 
Le truppe israeliane si ritireranno poi dalla principale strada costiera nord-sud, Rasheed Street, aprendo una via per il ritorno dei palestinesi. Entro il 22° giorno del cessate il fuoco, le truppe israeliane dovranno lasciare l'intero corridoio. Durante la prima fase, Israele manterrà il controllo del Corridoio Filadelfia, la striscia di territorio lungo il confine di Gaza con l'Egitto, incluso il valico di Rafah, ma nel corso della seconda fase, Israele dovrà ritirarsi anche dal Corridoio Filadelfia.

Anche le linee generali della seconda fase sono delineate nella bozza: tutti gli ostaggi rimanenti saranno rilasciati in cambio del completo ritiro israeliano da Gaza e dell’avvio di una "calma sostenibile". Si aprirà dunque il negoziato inerente alla successiva amministrazione palestinese di Gaza mentre, successivamente, la terza fase potrebbe essere meno controversa: i corpi degli ostaggi rimasti dovranno essere restituiti in cambio di un piano di ricostruzione della durata di 3-5 anni da attuare a Gaza sotto supervisione internazionale.

Considerando gli obiettivi dichiarati della aggressione israeliana, vale a dire lo sradicamento delle forze della resistenza, l'occupazione militare di Gaza e la consegna incondizionata dei prigionieri israeliani, appare chiaro, alla luce della bozza di accordo, se confermato, che nessuno di questi è stato ottenuto. Viceversa, sempre considerando i termini dell'accordo, se confermati, il cessate il fuoco, lo scambio di prigionieri, il ritiro delle forze israeliane e il ritorno dei profughi nel nord di Gaza, appare chiaro che quella che si profila è una vittoria delle forze della resistenza, pur in mezzo a inenarrabili dolori, distruzioni e morti, e una disfatta militare, e, soprattutto politica e morale, di Israele. 
 
E’ del 10 gennaio scorso la notizia che Cuba, appellandosi all'art. 63 dello Statuto della Corte Internazionale di Giustizia, ha depositato una dichiarazione di intervento nel caso riguardante l'applicazione della Convenzione sulla prevenzione e la repressione del crimine di genocidio a Gaza, unendosi quindi alla causa intentata dal Sudafrica contro Israele per crimine di genocidio. Spagna, Slovenia, Irlanda, Messico, Nicaragua, Colombia, Cile, Cuba, Venezuela e Stato di Palestina, tra gli altri, supportano il caso.

Secondo il report (1 Ottobre 2024) del relatore speciale delle Nazioni Unite sulla situazione dei diritti umani nei Territori Palestinesi occupati dal 1967, in relazione al conclamato genocidio condotto da Israele contro la popolazione palestinese di Gaza, «la violenza che Israele ha scatenato contro i palestinesi dopo il 7 ottobre non sta avvenendo nel vuoto, ma fa parte di uno spostamento forzato e di una sostituzione forzata dei palestinesi, a lungo termine, intenzionale, sistematica e organizzata dallo Stato. Questa traiettoria rischia di causare un pregiudizio irreparabile all'esistenza stessa del popolo palestinese in Palestina. Gli Stati membri devono intervenire immediatamente per impedire atrocità che segneranno ulteriormente la storia umana». 
 
Come segnalato nel par. 70 del report, infatti, «dopo il 7 ottobre, Israele ha inquadrato le sue operazioni militari a Gaza come una guerra di autodifesa e antiterrorismo contro un gruppo terroristico. Tuttavia, è ampiamente dimostrato che Israele non può legittimamente invocare l'autodifesa contro la popolazione sotto la sua occupazione. La potenza occupante deve proteggere, non prendere di mira, la popolazione occupata. Nel contesto dell'inadempienza da parte di Israele della direttiva della Corte internazionale di giustizia di porre fine all'occupazione illegale, l'obiettivo di sradicare la resistenza contraddice il diritto all'autodeterminazione e il diritto di resistere a un regime oppressivo, entrambi protetti dal diritto internazionale consuetudinario. Inoltre, descrive l'intera popolazione come impegnata nella resistenza e quindi eliminabile. Continuando a sopprimere il diritto all'autodeterminazione, Israele sta replicando casi storici in cui l'autodifesa, la controinsurrezione o l'antiterrorismo sono stati utilizzati per giustificare la distruzione di un gruppo umano, portando al genocidio».
 

 

venerdì 4 giugno 2021

Un «nuovo» premier per Israele?

Jewish Agency Headquarters, Jerusalem; Neta, Wikimedia Commons


Lo scenario politico israeliano pare andare incontro a una riformulazione, della quale dovranno presto essere misurati, sul banco di prova delle emergenze sociali, politiche e strategiche che Israele e l’intera regione stanno attraversando, dimensione ed effetti. Il primo segnale è stata l’elezione, mercoledì 2 giugno, di un nuovo Presidente, alla vigilia della scadenza del mandato del Presidente uscente, Reuven Rivlin, il cui corso scadrà ufficialmente il prossimo 9 luglio. La Knesset, il parlamento israeliano, ha infatti eletto, con 87 voti su 120, Isaac Herzog nuovo Presidente dello Stato di Israele. 
 
In effetti, i partiti avevano lasciato libertà di scelta tra i candidati che si erano presentati alla Knesset, non solo Isaac Herzog, ma anche Miriam Peretz, già vincitrice del Premio Israel, uno dei principali riconoscimenti culturali del Paese, educatrice e operatrice sociale, figura circondata da grande rispetto nel Paese, una sorta di icona nazionale. Due figli caduti nel Sud Libano e a Gaza, negli scenari del conflitto di prossimità che periodicamente si tramutano in guerra e che caratterizzano il militarismo israeliano, segnato in particolare dall’occupazione della Cisgiordania e del Golan, dal blocco della Striscia di Gaza, da una continua tensione nei confronti dei Paesi vicini, a partire dal Libano e dalla Siria, Miriam Peretz è diventata, con il tempo, oratrice su questioni riguardanti Israele, il sionismo e il dolore legato alla perdita, alla sofferenza per le vite perdute. 
 
Nel 2014 fu la personalità scelta per accendere la torcia della celebrazione della Giornata della Indipendenza di Israele, che corrisponde alla giornata simbolo della «Nakba», la «catastrofe» del popolo palestinese, con la quale si compì una vera e propria pulizia etnica e la cacciata di oltre 700 mila palestinesi, dopo la guerra del 1947-1948. Anche la figura di Isaac Herzog è, a tutti gli effetti, sebbene su altro versante dello schieramento politico, una figura nazionale per Israele. Intanto, non è passato inosservato il fatto che con la sua elezione sia stato eletto presidente, per la prima volta, una figura politica di primo piano, ma non un parlamentare. 
 
Si tratta, in ogni caso, di una figura rappresentativa dell’establishment: già deputato alla Knesset per quindici anni, a cavallo tra il 2003 e il 2018, esponente di primo piano della socialdemocrazia israeliana e leader del Labour, è stato candidato premier nel 2015 a capo dell’Unione Sionista, e ha ricoperto diversi incarichi, ministro della Diaspora tra il 2007 e il 2009, ministro del Turismo tra il 2006 e il 2007 con Ehud Olmert, e ministro del Welfare tra il 2007 e il 2011. Arriva alla carica di Capo di Stato da presidente dell’Agenzia Ebraica (l’istituzione che funge da promotrice del carattere ebraico di Israele, dello sviluppo del Paese e della promozione dell’immigrazione, dell’accoglienza e dell’inserimento degli ebrei immigrati) incarico che ha ricoperto sin dal 2018. 
 
Non è questa elezione, dunque, a rappresentare un tratto di discontinuità istituzionale, né costituisce un fattore di rottura la riformulazione del quadro politico israeliano, cui si accennava all’inizio, che ha visto il suo primo atto, da confermare alla Knesset, lo scorso 2 giugno quando, al limite della scadenza del mandato esplorativo affidatogli dal Presidente Rivlin, Yair Lapid ha positivamente sciolto la riserva e dichiarato di essere riuscito a trovare una maggioranza in grado di sostenere quello che la stampa israeliana e la propaganda politica hanno definito un «governo del cambiamento». L’accordo di massima si basa sull’intesa di otto partiti, eterogenei e diversissimi tra di loro, che ricomprendono al loro interno forze moderate, della sinistra socialdemocratica e della sinistra sionista, come pure forze liberali, di destra e addirittura della estrema destra nazionalista: Yesh Atid, Blu-Bianco, i Laburisti, Yamina, Yisrael Beytenu, Nuova Speranza, Meretz e, per la prima volta, un partito arabo, Ra’am. 
 
L’accordo prevede, per rievocare il lessico politico della Prima Repubblica, una sorta di «patto della staffetta», con Naftali Bennett premier i primi due anni e Yair Lapid i successivi due. Ciò significa che, se l’accordo sarà confermato dalla Knesset, per la prima volta da dodici anni a questa parte non sarà Benjamin Netanyahu a guidare il governo di Israele. Ma non cambierà la forte polarizzazione dello scenario e l’altrettanto forte orientamento a destra del quadro politico: «non solo non è un governo di sinistra come dice Netanyahu, ma sarà più spostato a destra di quello attuale. Non faremo ritiri e non consegneremo territori». 
 
All’opposizione, sul fronte democratico, solo la Lista Congiunta, espressione della sinistra di progresso, con Hadash e il Maki (il Partito Comunista) che hanno confermato di non essere interessati a «cambiare singole personalità, ma a cambiare le politiche, sradicare il razzismo e resistere all’occupazione». Naftali Bennett è noto non solo per essere legato al movimento dei coloni fondamentalisti, ma anche per la sua radicale ostilità nei confronti del diritto di auto-determinazione del popolo palestinese. È l’autore del famigerato Piano Bennett (2012) che prevede la sostanziale annessione di ampia parte della Cisgiordania, la definitiva riduzione in enclavi della popolazione palestinese, la rottura di ogni collegamento tra la Cisgiordania e la Striscia di Gaza, separate per evitare di esportare «la violenza, l’instabilità e i problemi» di Gaza nella Cisgiordania. 
 
Il Piano comporta, pertanto, la cancellazione di ogni ipotesi di Stato palestinese nei territori occupati, sui quali Israele manterrebbe il «completo controllo di sicurezza». Nulla a che vedere coi due Stati per i due popoli, bensì lo schema tipico della destra sionista e l’eco del vasto disegno della «Grande Israele». Per di più, con un programma economico, in politica interna, ancor più marcatamente neoliberista di quello di Netanyahu. 
 
Insomma, il cammino della giustizia e della piena autodeterminazione ha ancora tanta strada dinanzi a sé. 
 

martedì 24 settembre 2019

Elezioni in Israele: fine dell’era Netanyahu?

commons.wikimedia.org/wiki/
File:20190408_174158_Election_posters_in_Israel.jpg

Dunque ci siamo. Con il 98% (rilevazione odierna, al 20 settembre) delle schede scrutinate, l’aggregazione politica denominata Kahol Lavan (Blu Bianco), che aveva indicato alla carica di primo ministro Benny Gantz, pur perdendo, in proiezione, due seggi, rispetto al risultato della precedente tornata dell’aprile scorso, si afferma come primo partito alle elezioni politiche in Israele (33 seggi previsti), candidandosi seriamente ad esprimere la guida della maggioranza che dovrà esprimere il nuovo governo israeliano. Più indietro il Likud di Benjamin Netanyahu, che non solo perde di più in termini di seggi, ma viene superato da Kahol Lavan, attestandosi a 31 seggi previsti. 

È questo, il primo dato, in termini assoluti, delle elezioni politiche che si sono tenute in Israele lo scorso 17 settembre: Kahol Lavan ha raggiunto il 25,6%, il Likud si è fermato al 25% e, considerando che il primo posto era la condizione necessaria per Netanyahu per riproporsi per un nuovo mandato alla guida del Paese e che intanto era confluita nelle sue liste anche la formazione denominata Kulanu di Moshe Kahlon, si può dire che, per la prima volta dopo anni, la sconfitta del Likud e di Netanyahu è stata netta. Al punto da far dire a molti osservatori che l’era Netanyahu è finita. 

Il panorama politico che emerge da queste elezioni riserva però anche altri dati interessanti: se, da un parte, è vero che, viste le percentuali, su quattro elettori israeliani, uno ha votato per Kahol Lavan, uno per il Likud e gli altri due per una delle altre liste in campo, è altrettanto vero, d’altra parte, che questa ripartizione non è omogenea. È netta l’affermazione della «Lista Congiunta» con Hadash (il Fronte Democratico per la Pace e l’Uguaglianza, i comunisti israeliani), Balad, Ta’al e la Lista Araba, che conquista tre seggi in più, marca l’avanzata più netta rispetto ad aprile, e si afferma, coi suoi 13 seggi previsti, come terza forza del panorama politico israeliano, attestandosi ben al di sopra del 10%, soprattutto grazie ad una più intensa mobilitazione dell’elettorato democratico e ad una più significativa partecipazione al voto dell’elettorato arabo israeliano. 

È questo è il secondo dato: se per un verso, Ysrael Beiteinu, la formazione politica della destra di Avigdor Lieberman, supera il 7% e conquista, nelle previsioni, otto seggi, per altro i “vincitori” di questa tornata sono proprio le formazioni della «Lista Congiunta», che entrano, in maniera significativa, da protagonisti nel percorso di formazione della nuova Knesset. Guardando ancora a sinistra, i Laburisti, la storica espressione della socialdemocrazia israeliana, si attestano intorno al 5% con 6 seggi previsti, mentre la nuova formazione «Campo Democratico» (Meretz e Partito Democratico Israeliano con Stav Shaffir e Ehud Barak) supera il 4% con 5 seggi previsti. 

E tuttavia, lo spostamento complessivo a destra del quadro politico, uno dei frutti avvelenati del nazionalismo e delle politiche di destra alimentate e incoraggiate dal ciclo Netanyahu e della intensificazione e radicalizzazione delle politiche di occupazione dei Territori Palestinesi, è più che evidente: Israel Beiteinu sarà il probabile ago della bilancia nella formazione della nuova maggioranza (Lieberman  si è già dichiarato favorevole a un governo di «unità nazionale laica», senza partiti arabi e senza partiti ultra-ortodossi anti-sionisti); lo Shas (ultra-ortodossi sefarditi) si attesta su 9 seggi, l’Ebraismo Unito della Torah (ultra-ortodossi ashkenaziti) si attesta su 8 seggi, Yamina, la nuova formazione della destra estrema, formata da HaBayit HaYehudi (Casa Ebraica) e HaYamin HeHadash (Nuova Destra), che esplicitamente puntava ad aggregare consenso addirittura a destra del Likud, arriva sino a 7 seggi. 

Le prime “dichiarazioni a caldo” dei candidati lasciano intravvedere alcune mosse: all’intenzione di Netanyahu di guidare un governo di «unità nazionale sionista», si è rapidamente contrapposta la presa di posizione di Gantz che, rivendicando il primo posto in termini di voti assoluti e di seggi previsti, ha posto il tema di «un governo di ampia unità liberale». La prospettiva strategica, tuttavia, non sembra cambiare: né va dimenticato che Gantz, capo di stato maggiore delle forze di difesa israeliane (IDF) tra 2011 e 2015, è stato protagonista delle campagne militari contro i palestinesi a Gaza nel 2012 (“Pilastro di Difesa”) e nel 2014 (“Scudo Protettivo”). 

Domenica inizieranno le consultazioni: i Laburisti e Campo Democratico hanno già espresso l’intenzione di indicare Benny Gantz, altrettanto potrebbe fare Ysrael Beiteinu, la Lista Congiunta si esprimerà nelle prossime ore. Resta sullo sfondo la minaccia del “Piano Trump” e di un nuovo approccio coloniale contro il popolo palestinese: al di là del risultato elettorale, non ci sarà alcun orizzonte di vera democrazia e progresso in Israele senza la fine di ogni forma di occupazione e la piena auto-determinazione dei popoli, e della Palestina. 

Israele, 17 settembre: elezioni del tempo di guerra

Scheda elettorale del Partito Laburista israeliano  - "Emet"
Wikimedia Commons

L’ultima in ordine di tempo sul panorama pre-elettorale israeliano è di pochi giorni fa, 26 Agosto, quando la Corte Suprema di Israele ha negato la candidatura di due esponenti dell’ultra-destra sionista, Benzi Gopstein e Baruch Marzel, figure note all’opinione pubblica israeliana. Si tratta di due candidati della formazione Otzma Yehudit (Potere Ebraico), formazione sionista suprematista, appartenente all’ultra-destra del panorama politico ebraico, non semplicemente per le sue posizioni nazionaliste (che, d’altra parte, caratterizzano anche altre formazioni della scena politica israeliana), ma soprattutto per il carattere radicale delle proprie rivendicazioni, che spaziano dalla richiesta di garantire il “carattere ebraico” dello Stato di Israele alla richiesta di una vera e propria espulsione di massa di (veri o presunti) nemici d’Israele, passando per la richiesta, cui purtroppo non si associa solo la loro voce, di rivendicare l’annessione integrale della Cisgiordania, dove vivono più di 2.5 milioni di palestinesi. Tanto per celebrare qualche riferimento storico, l’odierno Otzma Yehudit è l’erede della storica Kach, bandita nel 1994, le cui posizioni ultra-radicali erano ben rappresentate dal loro parossistico rifiuto della democrazia (considerata concezione occidentale contraria alla Halakhah, la legge religiosa ebraica) e dalla loro visione fondamentalista di «stato religioso» (Israele non sarebbe dovuto essere altro che uno stato teocratico fondato sulla Halakhah). 

In Israele, dunque, si torna alle urne, fatto, peraltro, del tutto singolare nella sua storia: già lo scorso 9 aprile si sono tenute elezioni politiche e, al netto della sostanziale parità tra i due blocchi principali, la destra del Likud (che aveva candidato ancora Benjamin Netanyahu alla carica di primo ministro) e il «grande centro» di Blu Bianco - Kahol Lavan (aggregazione politica di recente formazione, con Benny Gantz candidato alla carica di primo ministro), che avevano entrambi conseguito poco più di un milione e cento mila voti, pari al 26% delle preferenze, corrispondenti a 35 seggi ciascuno sui 120 che compongono il parlamento unicamerale (la Knesset), si era riuscito a costituire in parlamento una maggioranza di destra, grazie al buon risultato delle altre formazioni politiche della destra israeliana, sia laiche, come Ysrael Beiteinu, sia religiose, come lo «Shas» (sefardita) e il «Giudaismo Unito della Torah» (askenazita). Ma la maggioranza, costituitasi in parlamento, non si è rivelata capace poi di vincere la sfida del governo, a causa delle contraddizioni esplose all’interno della destra israeliana, sia tra il Likud e gli alleati minori, sia tra i partiti laici e religiosi, sul tema assai divisivo dell’obbligo del servizio militare per gli Haredim, che ne sono attualmente esenti. È stato proprio Ysrael Beiteinu, d’altra parte, come ha ricordato Ronen Hoffman, professore di Scienze Politiche a Herzliya, a «non aderire al governo proposto da Netanyahu dopo le ultime elezioni, impuntandosi su alcune questioni legate al rapporto stato/religione (tra cui la proposta di legge sulla leva obbligatoria dei giovani Haredim, ultra-ortodossi)»; decisione delicatissima, in prospettiva, se si considera che, secondo altri dati, proprio gli Haredim potrebbero presto diventare il 20% della popolazione di Israele. 

Ciò che si muove «a destra» e «a sinistra» del quadro politico israeliano, di qui all’appuntamento elettorale del 17 settembre, non è insignificante e per la prima volta mette in discussione la centralità del Likud nel panorama politico israeliano e la fiducia di Netanyahu di essere confermato primo ministro. A destra, la cosiddetta Nuova Destra, che alle elezioni del 9 aprile non aveva raggiunto il quorum, si è unita a Casa Ebraica e a Unione Nazionale per formare il partito della «Destra Unita». A sinistra, la nascita del «Campo Democratico», che vede insieme il Meretz (sinistra sionista), il Partito Democratico Israeliano, da poco creato dall’ex primo ministro Ehud Barak e da Stav Shaffir, uscita dal Partito Laburista, potrebbe costituire un’alternativa a Blu Bianco, ma anche un possibile alleato, in una futura coalizione che provi a orientare al centro, contro il Likud, l’asse della politica israeliana. La novità è rappresentata da un nuovo progetto di «unità a sinistra», con la formazione della «Lista Congiunta», con Hadash (il Fronte Democratico per la Pace e l’Uguaglianza, i comunisti israeliani), Balad, Ta’al e la Lista Araba. Inutile ribadire che i sondaggi, tanto più dopo gli esiti del 9 aprile, lasciano il tempo che trovano; meno irrilevante richiamare lo sfondo su cui il voto si colloca e l’importanza di un’affermazione delle forze progressiste ed orientate alla pace: è appena di pochi giorni fa (1 Settembre) la dichiarazione di Netanyahu di volere «annettere ad Israele» l’intera Cisgiordania occupata. Il tutto, sullo sfondo della perdurante occupazione coloniale, alla luce della nuova, drammatica, escalation a Gaza, e alle viste del cosiddetto, assai poco promettente, «Piano Trump».

martedì 4 settembre 2018

Se Israele diventa lo «Stato Nazionale del Popolo Ebraico»

Foto di Eddie Gerald - Geophotos -  Pubblico Dominio, via Wikimedia Commons

L’ultima, in ordine di tempo, legge fondamentale dello Stato di Israele, approvata lo scorso 18 luglio, peraltro con una risicata maggioranza alla Knesset, il Parlamento israeliano, definisce, per la prima volta in questi termini, Israele come «Stato Nazionale del Popolo Ebraico», con una nettezza tale, nella forma e nei contenuti, da fare di questa designazione persino il titolo della legge. Iniziando dunque a mettere in fila le questioni, si tratta di una legge fondamentale dello Stato di Israele: com’è noto, infatti, Israele non ha una unica legge costituzionale o «carta costituzionale», bensì il suo corpus costituzionale, vale a dire il quadro normativo fondamentale, gerarchicamente superiore alle leggi ordinarie, è rappresentato dall’insieme della Dichiarazione di Indipendenza del 1948 e da una serie di leggi fondamentali, le quali possono essere modificate solo attraverso l’approvazione di altre leggi fondamentali ed in base alla medesima procedura.  

Come leggi fondamentali, esse vengono a definire i caratteri di base della statualità israeliana e dovrebbero avere contenuto generale e godere di ampio consenso: non così quest’ultima legge, la quale, come si diceva, dopo lungo e articolato dibattito, nel Parlamento e nel Paese, è stata approvata con una maggioranza risicata e non ha mancato di destare molte critiche, spesso aspre, fuori e dentro Israele. Critiche, come si accennava sopra, «nella forma» e «nella sostanza». Questa legge rischia, infatti, di aprire un dibattito costituzionale senza fine e, soprattutto, un vulnus costituzionale senza precedenti: ponendosi a fianco della Dichiarazione di Indipendenza, che sancisce l’uguaglianza dei diritti dei cittadini e delle cittadine di Israele senza distinzione di sesso, etnia, religione, quest’ultima legge restringe la portata di tali diritti, definisce Israele stato nazionale del popolo ebraico e dichiara esplicitamente che appartiene esclusivamente al popolo ebraico il diritto di autodeterminazione nazionale di cui lo Stato di Israele è, per l’appunto, espressione. Dunque, si passa da un principio di “universalità dei diritti” ad un principio di “esclusività dei diritti” (per lo meno di alcuni di questi, per quanto amplissimi e fondamentali, a partire, appunto, dal diritto di autodeterminazione dei popoli); si passa da uno stato di tutti i suoi cittadini e le sue cittadine, almeno in termini di diritto, ad uno stato etnico (mono-etnico), con, in aggiunta, la problematicità di definire, al di fuori di una caratterizzazione meramente culturale o confessionale, la stessa specificità del popolo ebraico. Problematicità testimoniata anche dall’acceso dibattito sul ruolo di Israele all’interno della Diaspora.  

Se, per un verso, com’è stato segnalato da alcuni critici, non vi è sostanzialmente «nulla di nuovo» in questa legge, se non la ricapitolazione di una serie di norme già previste (come quella che dichiara Gerusalemme capitale dello Stato di Israele, scritta in una precedente legge fondamentale del 1980), o la messa in fila di una serie di pratiche già vigenti (a partire da quelle che organizzano l’attività coloniale di Israele nei Territori Palestinesi Occupati); per altro, numerose manifestazioni di protesta hanno visto protagonisti non solo i vari critici israeliani della legge (come è noto, vi è uno strato non-sionista o post-sionista non insignificante all’interno della stessa società israeliana), ma anche le differenti componenti nazionali, in primo luogo gli arabi israeliani e i drusi. Se il trattamento riservato alle minoranze e il rispetto dei diritti delle minoranze sono cartine di tornasole (questo ci dice persino il pensiero “liberale”) della qualità della democrazia, il dettato di questa legge fondamentale rischia allora di ridurre e di restringere pesantemente (al di là dei molti e variegati dubbi già da tempo nutriti, a proposito, da più parti) la qualità della democrazia israeliana e di minacciare significativamente il rispetto e la tutela dei diritti umani per tutti e tutte in Israele.

Se è vero, infatti, che la legge non pregiudica la situazione corrente della lingua araba, al momento della entrata in vigore della legge, pur attribuendole un semplice status speciale, riservando all’ebraico lo status di lingua ufficiale dello Stato; è anche vero, d’altra parte, che questa legge eleva perfino a rango costituzionale il colonialismo sionista: sin dall’inizio distingue tra uno stato di Israele e una terra di Israele, rivendicata come patria storica del popolo ebraico e all’interno della quale sorge il territorio dello stato. E, poco più avanti, non manca di mettere in risalto il fatto che lo Stato attribuisce valore nazionale allo sviluppo dell’insediamento ebraico ed agisce per incoraggiare e per promuove la sua realizzazione e il suo consolidamento. La colonizzazione dei Territori Palestinesi dunque viene puntellata, resa carattere fondamentale dello Stato di Israele, e, di conseguenza, in prospettiva, reso sempre più difficile il ricorso alla giustizia da parte delle rappresentanze palestinesi. 

Un diritto di autodeterminazione, quello del popolo ebraico, attivato contro un altro diritto di autodeterminazione, quello del popolo palestinese. Il contrario di ciò che servirebbe alla causa della giustizia e dei diritti umani, ovviamente nel senso di tutti i diritti, per tutti.