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venerdì 4 giugno 2021

Un «nuovo» premier per Israele?

Jewish Agency Headquarters, Jerusalem; Neta, Wikimedia Commons


Lo scenario politico israeliano pare andare incontro a una riformulazione, della quale dovranno presto essere misurati, sul banco di prova delle emergenze sociali, politiche e strategiche che Israele e l’intera regione stanno attraversando, dimensione ed effetti. Il primo segnale è stata l’elezione, mercoledì 2 giugno, di un nuovo Presidente, alla vigilia della scadenza del mandato del Presidente uscente, Reuven Rivlin, il cui corso scadrà ufficialmente il prossimo 9 luglio. La Knesset, il parlamento israeliano, ha infatti eletto, con 87 voti su 120, Isaac Herzog nuovo Presidente dello Stato di Israele. 
 
In effetti, i partiti avevano lasciato libertà di scelta tra i candidati che si erano presentati alla Knesset, non solo Isaac Herzog, ma anche Miriam Peretz, già vincitrice del Premio Israel, uno dei principali riconoscimenti culturali del Paese, educatrice e operatrice sociale, figura circondata da grande rispetto nel Paese, una sorta di icona nazionale. Due figli caduti nel Sud Libano e a Gaza, negli scenari del conflitto di prossimità che periodicamente si tramutano in guerra e che caratterizzano il militarismo israeliano, segnato in particolare dall’occupazione della Cisgiordania e del Golan, dal blocco della Striscia di Gaza, da una continua tensione nei confronti dei Paesi vicini, a partire dal Libano e dalla Siria, Miriam Peretz è diventata, con il tempo, oratrice su questioni riguardanti Israele, il sionismo e il dolore legato alla perdita, alla sofferenza per le vite perdute. 
 
Nel 2014 fu la personalità scelta per accendere la torcia della celebrazione della Giornata della Indipendenza di Israele, che corrisponde alla giornata simbolo della «Nakba», la «catastrofe» del popolo palestinese, con la quale si compì una vera e propria pulizia etnica e la cacciata di oltre 700 mila palestinesi, dopo la guerra del 1947-1948. Anche la figura di Isaac Herzog è, a tutti gli effetti, sebbene su altro versante dello schieramento politico, una figura nazionale per Israele. Intanto, non è passato inosservato il fatto che con la sua elezione sia stato eletto presidente, per la prima volta, una figura politica di primo piano, ma non un parlamentare. 
 
Si tratta, in ogni caso, di una figura rappresentativa dell’establishment: già deputato alla Knesset per quindici anni, a cavallo tra il 2003 e il 2018, esponente di primo piano della socialdemocrazia israeliana e leader del Labour, è stato candidato premier nel 2015 a capo dell’Unione Sionista, e ha ricoperto diversi incarichi, ministro della Diaspora tra il 2007 e il 2009, ministro del Turismo tra il 2006 e il 2007 con Ehud Olmert, e ministro del Welfare tra il 2007 e il 2011. Arriva alla carica di Capo di Stato da presidente dell’Agenzia Ebraica (l’istituzione che funge da promotrice del carattere ebraico di Israele, dello sviluppo del Paese e della promozione dell’immigrazione, dell’accoglienza e dell’inserimento degli ebrei immigrati) incarico che ha ricoperto sin dal 2018. 
 
Non è questa elezione, dunque, a rappresentare un tratto di discontinuità istituzionale, né costituisce un fattore di rottura la riformulazione del quadro politico israeliano, cui si accennava all’inizio, che ha visto il suo primo atto, da confermare alla Knesset, lo scorso 2 giugno quando, al limite della scadenza del mandato esplorativo affidatogli dal Presidente Rivlin, Yair Lapid ha positivamente sciolto la riserva e dichiarato di essere riuscito a trovare una maggioranza in grado di sostenere quello che la stampa israeliana e la propaganda politica hanno definito un «governo del cambiamento». L’accordo di massima si basa sull’intesa di otto partiti, eterogenei e diversissimi tra di loro, che ricomprendono al loro interno forze moderate, della sinistra socialdemocratica e della sinistra sionista, come pure forze liberali, di destra e addirittura della estrema destra nazionalista: Yesh Atid, Blu-Bianco, i Laburisti, Yamina, Yisrael Beytenu, Nuova Speranza, Meretz e, per la prima volta, un partito arabo, Ra’am. 
 
L’accordo prevede, per rievocare il lessico politico della Prima Repubblica, una sorta di «patto della staffetta», con Naftali Bennett premier i primi due anni e Yair Lapid i successivi due. Ciò significa che, se l’accordo sarà confermato dalla Knesset, per la prima volta da dodici anni a questa parte non sarà Benjamin Netanyahu a guidare il governo di Israele. Ma non cambierà la forte polarizzazione dello scenario e l’altrettanto forte orientamento a destra del quadro politico: «non solo non è un governo di sinistra come dice Netanyahu, ma sarà più spostato a destra di quello attuale. Non faremo ritiri e non consegneremo territori». 
 
All’opposizione, sul fronte democratico, solo la Lista Congiunta, espressione della sinistra di progresso, con Hadash e il Maki (il Partito Comunista) che hanno confermato di non essere interessati a «cambiare singole personalità, ma a cambiare le politiche, sradicare il razzismo e resistere all’occupazione». Naftali Bennett è noto non solo per essere legato al movimento dei coloni fondamentalisti, ma anche per la sua radicale ostilità nei confronti del diritto di auto-determinazione del popolo palestinese. È l’autore del famigerato Piano Bennett (2012) che prevede la sostanziale annessione di ampia parte della Cisgiordania, la definitiva riduzione in enclavi della popolazione palestinese, la rottura di ogni collegamento tra la Cisgiordania e la Striscia di Gaza, separate per evitare di esportare «la violenza, l’instabilità e i problemi» di Gaza nella Cisgiordania. 
 
Il Piano comporta, pertanto, la cancellazione di ogni ipotesi di Stato palestinese nei territori occupati, sui quali Israele manterrebbe il «completo controllo di sicurezza». Nulla a che vedere coi due Stati per i due popoli, bensì lo schema tipico della destra sionista e l’eco del vasto disegno della «Grande Israele». Per di più, con un programma economico, in politica interna, ancor più marcatamente neoliberista di quello di Netanyahu. 
 
Insomma, il cammino della giustizia e della piena autodeterminazione ha ancora tanta strada dinanzi a sé. 
 

martedì 24 settembre 2019

Elezioni in Israele: fine dell’era Netanyahu?

commons.wikimedia.org/wiki/
File:20190408_174158_Election_posters_in_Israel.jpg

Dunque ci siamo. Con il 98% (rilevazione odierna, al 20 settembre) delle schede scrutinate, l’aggregazione politica denominata Kahol Lavan (Blu Bianco), che aveva indicato alla carica di primo ministro Benny Gantz, pur perdendo, in proiezione, due seggi, rispetto al risultato della precedente tornata dell’aprile scorso, si afferma come primo partito alle elezioni politiche in Israele (33 seggi previsti), candidandosi seriamente ad esprimere la guida della maggioranza che dovrà esprimere il nuovo governo israeliano. Più indietro il Likud di Benjamin Netanyahu, che non solo perde di più in termini di seggi, ma viene superato da Kahol Lavan, attestandosi a 31 seggi previsti. 

È questo, il primo dato, in termini assoluti, delle elezioni politiche che si sono tenute in Israele lo scorso 17 settembre: Kahol Lavan ha raggiunto il 25,6%, il Likud si è fermato al 25% e, considerando che il primo posto era la condizione necessaria per Netanyahu per riproporsi per un nuovo mandato alla guida del Paese e che intanto era confluita nelle sue liste anche la formazione denominata Kulanu di Moshe Kahlon, si può dire che, per la prima volta dopo anni, la sconfitta del Likud e di Netanyahu è stata netta. Al punto da far dire a molti osservatori che l’era Netanyahu è finita. 

Il panorama politico che emerge da queste elezioni riserva però anche altri dati interessanti: se, da un parte, è vero che, viste le percentuali, su quattro elettori israeliani, uno ha votato per Kahol Lavan, uno per il Likud e gli altri due per una delle altre liste in campo, è altrettanto vero, d’altra parte, che questa ripartizione non è omogenea. È netta l’affermazione della «Lista Congiunta» con Hadash (il Fronte Democratico per la Pace e l’Uguaglianza, i comunisti israeliani), Balad, Ta’al e la Lista Araba, che conquista tre seggi in più, marca l’avanzata più netta rispetto ad aprile, e si afferma, coi suoi 13 seggi previsti, come terza forza del panorama politico israeliano, attestandosi ben al di sopra del 10%, soprattutto grazie ad una più intensa mobilitazione dell’elettorato democratico e ad una più significativa partecipazione al voto dell’elettorato arabo israeliano. 

È questo è il secondo dato: se per un verso, Ysrael Beiteinu, la formazione politica della destra di Avigdor Lieberman, supera il 7% e conquista, nelle previsioni, otto seggi, per altro i “vincitori” di questa tornata sono proprio le formazioni della «Lista Congiunta», che entrano, in maniera significativa, da protagonisti nel percorso di formazione della nuova Knesset. Guardando ancora a sinistra, i Laburisti, la storica espressione della socialdemocrazia israeliana, si attestano intorno al 5% con 6 seggi previsti, mentre la nuova formazione «Campo Democratico» (Meretz e Partito Democratico Israeliano con Stav Shaffir e Ehud Barak) supera il 4% con 5 seggi previsti. 

E tuttavia, lo spostamento complessivo a destra del quadro politico, uno dei frutti avvelenati del nazionalismo e delle politiche di destra alimentate e incoraggiate dal ciclo Netanyahu e della intensificazione e radicalizzazione delle politiche di occupazione dei Territori Palestinesi, è più che evidente: Israel Beiteinu sarà il probabile ago della bilancia nella formazione della nuova maggioranza (Lieberman  si è già dichiarato favorevole a un governo di «unità nazionale laica», senza partiti arabi e senza partiti ultra-ortodossi anti-sionisti); lo Shas (ultra-ortodossi sefarditi) si attesta su 9 seggi, l’Ebraismo Unito della Torah (ultra-ortodossi ashkenaziti) si attesta su 8 seggi, Yamina, la nuova formazione della destra estrema, formata da HaBayit HaYehudi (Casa Ebraica) e HaYamin HeHadash (Nuova Destra), che esplicitamente puntava ad aggregare consenso addirittura a destra del Likud, arriva sino a 7 seggi. 

Le prime “dichiarazioni a caldo” dei candidati lasciano intravvedere alcune mosse: all’intenzione di Netanyahu di guidare un governo di «unità nazionale sionista», si è rapidamente contrapposta la presa di posizione di Gantz che, rivendicando il primo posto in termini di voti assoluti e di seggi previsti, ha posto il tema di «un governo di ampia unità liberale». La prospettiva strategica, tuttavia, non sembra cambiare: né va dimenticato che Gantz, capo di stato maggiore delle forze di difesa israeliane (IDF) tra 2011 e 2015, è stato protagonista delle campagne militari contro i palestinesi a Gaza nel 2012 (“Pilastro di Difesa”) e nel 2014 (“Scudo Protettivo”). 

Domenica inizieranno le consultazioni: i Laburisti e Campo Democratico hanno già espresso l’intenzione di indicare Benny Gantz, altrettanto potrebbe fare Ysrael Beiteinu, la Lista Congiunta si esprimerà nelle prossime ore. Resta sullo sfondo la minaccia del “Piano Trump” e di un nuovo approccio coloniale contro il popolo palestinese: al di là del risultato elettorale, non ci sarà alcun orizzonte di vera democrazia e progresso in Israele senza la fine di ogni forma di occupazione e la piena auto-determinazione dei popoli, e della Palestina.