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lunedì 6 ottobre 2025

Kosovska Mitrovica, il nome della città

Il nome della città e la toponomastica contesa.

La chiesa di San Demetrio, sullo sfondo Mitrovica, Kosovo, foto di Gianmarco Pisa. 


Furia iconoclasta e adulterazione delle denominazioni, damnatio memoriae e manifestazioni violente di “cancel culture” sono, com’è noto, alcuni dei modi attraverso i quali, alle più diverse latitudini e nei più vari contesti, strumentalizzare o manipolare il passato, condizionare o revisionare la memoria, ridenominare le cose e ridefinire le parole stesse con cui esprimere fatti, luoghi ed eventi, per aggredire il passato e governare il presente, o, parallelamente, legittimare l’attualità e i suoi poteri costituiti.

Nei contesti di conflitto, dove i contenuti culturali sono fatti precipitare nella spirale della violenza e la cultura stessa finisce per diventare uno strumento di perpetuazione della divisione e del conflitto, questi fenomeni vengono ad assumere tratti esasperati, perfino, talvolta, grotteschi. Il Kosovo è un luogo simbolo, da questo punto di vista, un vero e proprio epicentro della controversia etnopolitica. Non più tardi di alcuni giorni fa, questa forma di violenza culturale si è scatenata contro il nome stesso della città: tolta la precedente, è stata infatti installata una nuova insegna recante la scritta “Mitrovica” all'ingresso del settore nord della città, ufficialmente denominato Kosovska Mitrovica, abitato, a differenza del resto del Kosovo a larga maggioranza albanese, da un’ampia maggioranza serba. La precedente insegna, che riportava il nome corretto della città, è stata rimossa.

Media e fonti locali riferiscono che la sostituzione è stata effettuata su decisione dell’amministrazione locale di Mitrovica Nord, il cui sindaco, Erden Atiq, del partito nazionalista albanese Vetëvendosje, è stato eletto con 519 voti su un totale di 780, in occasione delle elezioni comunali del 2023, pressoché totalmente boicottate dai Serbi del Kosovo. Alcuni funzionari della sua amministrazione hanno confermato alla stampa l’intenzione di cambiare l’insegna in cirillico con un’insegna in latino e di sostituire in una palestra comunale con nuove sedie verdi e bianche le precedenti rosse, bianche e blu, “colpevoli”, queste ultime, di richiamare “i colori della bandiera serba”.

Sembrerebbe dunque chiaro che anche questa iniziativa faccia parte di una più generale campagna per chiudere tutte le strutture serbe nel Nord del Kosovo e cancellare i fattori visibili dell’autodeterminazione serba nei comuni in cui i serbi sono la maggioranza, come dimostrano, ultime in ordine di tempo, la chiusura dell’ufficio delle poste serbe a Gračanica, l’11 settembre scorso, la chiusura di ben nove uffici delle poste serbe in tutti e quattro i comuni del Nord (Leposavić, Zvečan, Zubin Potok e K. Mitrovica) il precedente 5 agosto, e, nel mese di maggio, il blocco e la chiusura della biblioteca comunale “Vuk Karadžić” a Kosovska Mitrovica, con la confisca e la sottrazione di ben 40 mila libri e alcune apparecchiature multimediali.

Una campagna per cancellare la presenza culturale serba nella regione, una pratica di pulizia etnica, se per questa si intende, appunto, «una politica deliberata volta ad eliminare, tramite intimidazione, violenza e/o terrore, le popolazioni appartenenti a una diversa comunità etnica o religiosa».

Immediate, ovviamente, le reazioni all’iniziativa. Sul tema è intervenuto lo stesso ministro degli esteri serbo, Marko Djurić, osservando che “la rimozione forzata del cartello con il nome della città di Kosovska Mitrovica in lingua serba, nel cuore di questa comunità a maggioranza serba, da parte del regime di Albin Kurti [premier kosovaro], non è un atto amministrativo neutrale, ma una provocazione deliberata che istiga all’odio etnico e religioso. Tale mossa è una chiara espressione di discriminazione nei confronti del popolo serbo di K. Mitrovica/Mitrovicë. Altrettanto inquietante è la sostituzione del cuore rosso con uno verde, che invia un messaggio diretto alla comunità cristiana che vive a K. Mitrovica/Mitrovicë. 
 
“Questa non è solo una cancellazione simbolica della lingua e dell'identità, ma anche un aperto atto di intolleranza religiosa. Si tratta di una decisione antidemocratica, contraria alla volontà della comunità locale, ai principi di multiculturalismo, tolleranza e rispetto per la diversità che le istituzioni provvisorie di Pristina affermano a parole di sostenere. [...] Tali pratiche discriminatorie mettono a repentaglio la pace già fragile e marginalizzano ulteriormente il popolo serbo in Kosovo. Anziché promuovere la riconciliazione e la convivenza, tali azioni approfondiscono le divisioni e seminano sfiducia”.

Quanto al nome della città, la sua vicenda ha una storia plurisecolare. La denominazione “Mitrovica” e lo stesso nome albanese della città, “Mitrovicë”, derivano infatti dal nome di S. Demetrio, legato probabilmente alla chiesa bizantina di S. Demetrio dell’VIII secolo, costruita vicino alla Fortezza di Zvečan, appena sopra l'odierna Mitrovica, in onore di S. Demetrio di Salonicco, vissuto a cavallo tra il III e il IV secolo d.C., poi, a partire dal Medioevo, venerato come uno dei santi più importanti della chiesa ortodossa. La festa della città è infatti l’8 novembre, il Mitrovdan, per l’appunto il giorno di S. Demetrio; dall’altra parte della Serbia, nello Srem, Sremska Mitrovica lo celebra nel Mitrovdan e lo riporta nel suo stemma ufficiale sin dal 1388. 
 
Secondo una stima, la chiesa ortodossa serba ha dedicato a S. Demetrio oltre 120 templi; a Salonicco, in Grecia, la splendida Chiesa di S. Demetrio fa parte del sito seriale dei monumenti paleocristiani e bizantini patrimonio mondiale dell’umanità. D’altra parte, è proprio questo, secondo l’Unesco, il ruolo che i patrimoni mondiali dovrebbero svolgere: come ricorda il Preambolo della Convenzione dell’Aja del 1954, “gli attacchi ai beni culturali, a qualunque popolo appartengano, costituiscono attacchi al patrimonio culturale di tutta l'umanità, dato che ogni popolo apporta il suo contributo alla cultura mondiale” e il patrimonio culturale, tutelato e difeso, protetto e attivato, può svolgere un ruolo decisivo nell’incontro tra i popoli, nel dialogo tra le culture, nella pace.

Riferimenti:

Djurić on Pristina's shameful move, B92, 02.10.2025: https://www.b92.net/english/politics/168927/djuric-on-pristinas-shameful-move/vest

“Mitrovica” sign unveiled, KoSSev, 02.10.2025: https://kossev.info/mitrovica-sign-unveiled-from-red-to-green-heart-cyrillic-swapped-for-latin-name-absent-from-kosovo-s-legal-framework

“Pulizia etnica”, European Migration Network (EMN): https://www.emnitalyncp.it/definizione/pulizia-etnica


sabato 3 giugno 2023

Quale soluzione per il Kosovo?


Prishtina - Newborn [2016] - foto G Pisa

Ridurre la tensione e avviare subito misure concrete per la de-escalation. Avviare il ristabilimento di condizioni positive di vivibilità e di mobilità, di agibilità civile e democratica, garantire diritti e libertà di movimento, ritirando le forze speciali kosovare albanesi dal Nord e riducendo la presenza dei militari della KFOR NATO. Aprire subito spazi per il dialogo e riprendere, con rinnovato slancio, il percorso politico-diplomatico, a partire dalla implementazione effettiva di quanto sin qui già accordato e pattuito nel contesto del dialogo tra Belgrado e Prishtina mediato dalla Unione Europea. Dopo una settimana di mobilitazione, manifestazioni e proteste da parte dei Serbi del Kosovo contro quella che da più parti è stata definita una vera e propria “presa” delle amministrazioni dei comuni del Kosovo del Nord, dove sono stati insediati “sindaci” espressi dalle autorità albanesi kosovare e con pressoché nulla legittimazione nel voto popolare, come conseguenza del completo boicottaggio delle elezioni amministrative del 23 aprile scorso da parte della comunità serba del Kosovo, sempre più urgente diventa la prospettiva di un superamento della crisi e di un trascendimento della spirale di tensione, che possa, nell’immediato, ridurre il livello della tensione stessa, e, nel più breve tempo possibile, ridefinire la possibilità di una soluzione giusta e di pace, in linea con la giustizia internazionale, basata sulla Carta delle Nazioni Unite e le risoluzioni del Consiglio di Sicurezza, per l’annosa, tuttora irrisolta, questione del Kosovo.

Dopo che il presidente francese, Emmanuel Macron, il cancelliere tedesco, Olaf Scholz, e l’alto rappresentante della politica estera e di sicurezza comune dell’Unione Europea, Josep Borrell, hanno, seppure tardivamente, riaperta l’opzione di indire nuove elezioni nelle quattro municipalità del Kosovo del Nord, è apparso sulla stampa un documento (la cui autenticità, in ogni caso, non è stata, al momento di questa stesura, confermata) con il promettente titolo «De-escalation in four northern municipalities – a step by step scenario», vale a dire «De-escalation nelle quattro municipalità del Nord – uno scenario passo dopo passo» che ha il carattere di una sorta di road-map per il superamento della situazione di attuale tensione nella regione, una tensione che peraltro ha anche portato a scontri più significativi, con i militari della KFOR che hanno anche impiegato granate (trenta granate flash bang) e gas lacrimogeni contro i manifestanti. Tale road-map prevede, infatti, otto punti.

Serbia e Kosovo confermano il loro impegno nell’implementazione dell’Accordo di Base con specifico riferimento agli articoli 1, 3, 7, 9. Il Kosovo ritira le sue forze speciali e, contestualmente, la Serbia riporta le proprie forze armate al normale livello di allerta (in termini di prontezza al combattimento). La polizia ordinaria, assistita dalla missione europea per lo stato di diritto, EULEX, e dalla missione militare della NATO, KFOR, assume la responsabilità della sicurezza. Le proteste vengono ritirate, la vita ordinaria è ripristinata, funzioni e servizi pubblici riprendono regolarmente, ai dipendenti pubblici è garantito l’accesso alle sedi municipali delle quattro municipalità del Nord, e i “sindaci” si dimettono a metà Luglio 2023, consentendo quindi l’indizione di nuove elezioni municipali. Tali nuove elezioni dovranno tenersi per la fine di Agosto o l’inizio di Settembre 2023.

In particolare, i punti 3, 4, 5, 6, dovranno realizzarsi contestualmente a progressi effettivi nella definizione del quadro di autogoverno per i Serbi del Kosovo, in linea con l’art. 7 dell’Accordo di Base, nonché con l’implementazione dell’art. 1 dello stesso Accordo come misure intraprese in segno di buona fede. Si prevede infine che gli articoli 1, 2, 3, 7, 9 dello stesso Accordo di Base siano effettivamente implementati per metà Novembre 2023. Si tratta dei punti dell’accordo su cui è stato raggiunto un consenso dalle parti nell’ambito del dialogo mediato dalla UE. Serbia e Kosovo dovranno così sviluppare relazioni normali e di buon vicinato; riconoscere reciprocamente i rispettivi documenti e simboli, inclusi passaporti, diplomi, targhe e timbri doganali; risolvere qualsiasi controversia esclusivamente con mezzi pacifici, astenendosi dalla minaccia o dall'uso della forza, e, in ogni caso, in conformità con la Carta delle Nazioni Unite; «garantire un livello adeguato di autogoverno per la comunità serba in Kosovo e la capacità di fornire servizi in aree specifiche, compresa la possibilità di un sostegno finanziario da parte della Serbia e un canale di comunicazione diretta per la comunità serba con il governo del Kosovo».

Inoltre è previsto un «impegno dell'UE e di altri donatori a varare uno speciale pacchetto di investimenti e di sostegno finanziario per progetti congiunti in materia di sviluppo, connettività, transizione ecologica e altri settori chiave». Argomento cruciale rimane quello della costituzione della Comunità dei Comuni Serbi del Kosovo, già concordata e approvata nei precedenti accordi del 2013 e del 2015 e ora rigettata dalle autorità kosovare perché «incompatibile con la Costituzione del Kosovo». Com’è noto, ad oggi, il Kosovo non è uno stato riconosciuto dalla comunità internazionale in quanto tale: sono meno di novanta gli Stati con cui il Kosovo ha relazioni diplomatiche e circa cento quelli che ad oggi hanno riconosciuto l’indipendenza kosovara. Occorre, per questo, più che mai abbandonare forzature, ritardi nell’implementazione delle misure già pattuite, e approcci basati sul “doppio standard”, ancora fin troppo presenti soprattutto tra le cancellerie occidentali; e traguardare subito una prospettiva di inclusione, di pace, diritti e giustizia sociale, di un Kosovo «di tutti/e e per tutti/e».

mercoledì 10 novembre 2021

Mobilitazioni di Pace e di Giustizia


ragesoss,
Protesters march down Pennsylvania Av. toward the Capitol, CC BY SA 3.0

 
È noto che le “guerre dei Balcani”, il lungo ciclo di conflitti che ha segnato il collasso e lo smembramento della Jugoslavia, a partire dal 1991 e fino ai conflitti in Kosovo tra il 1998 e il 1999, hanno rappresentato una pagina, complessa e dolorosa, della più recente storia d’Europa, e hanno, al tempo stesso, costituito una sorta di paradigma del «conflitto etno-politico» del nostro tempo, nel quale finiscono per confluire tanto la strumentalizzazione a fini di potere della cosiddetta questione nazionale, quanto la manipolazione della dimensione umanitaria come chiave di impropria legittimazione, presso le opinioni pubbliche occidentali, di ingerenze ed interventi armati. Al tempo stesso, lo spaccato balcanico, con tutto il valore simbolico della lacerazione del tessuto di convergenza e di solidarietà tra i popoli che veniva a rappresentare e con tutto il carico emotivo segnalato dal ritorno, pesante e sanguinoso, della guerra nel cuore dell’Europa, è stato, come tante volte è stato messo in evidenza, anche il teatro di una vivace partecipazione democratica e di una intensa mobilitazione solidale tra le più significative e straordinarie dei tempi recenti: una mobilitazione, di carattere internazionale, chiaramente dislocata «contro la guerra e per la pace» e che ha indicato una potente testimonianza di pacifismo concreto, di «concreta utopia», animata da associazioni e comitati, reti civiche e solidali, cittadini e cittadine, attivisti e attiviste, che si sono attivati e mobilitati, appunto, personalmente e concretamente, per cercare di prevenire l’escalazione, fermare la violenza, fornire sostegno e supporto.

Quella testimonianza trova oggi l’occasione preziosa di una rievocazione e di una riflessione grazie alla mostra dal titolo «Wake up, Europe! Support and solidarity mobilizations with Bosnia and Herzegovina and its citizens, 1992-1995» (Svegliati, Europa! Mobilitazioni di sostegno e solidarietà con la Bosnia - Erzegovina e i suoi cittadini, 1992-1995), su iniziativa del Museo di Storia della Bosnia - Erzegovina, in collaborazione con il “Memory Lab” e con il supporto dell’Istituto Francese e del Goethe Institute di Bosnia - Erzegovina. La mostra, inaugurata lo scorso 20 ottobre, presso il Museo di Storia della Bosnia - Erzegovina, a Sarajevo, rappresenta un’occasione preziosa per riflettere su quel periodo storico e sugli eventi che lo hanno attraversato e lacerato, ma anche per interrogarsi sul presente, sulla solidarietà internazionale e sulle concrete utopie del nostro tempo, sull’attivismo e la lotta per la pace e contro la guerra, nel tempo difficile della nostra attualità, a cavallo tra crisi economica e sociale, conseguenze della pandemia e del «governo della pandemia», con il corollario di misure ad essa legate, incessante militarizzazione e vecchi e nuovi nazionalismi. Come infatti segnala la presentazione della mostra, si tratta di «un esempio di solidarietà europea nel recente passato che può essere di grande ispirazione per il presente: durante la guerra in Bosnia - Erzegovina del 1992 - 1995, numerose iniziative sono sorte in Francia, Germania, Spagna, Italia, Svezia, Repubblica Ceca ed altri Paesi; cittadini, ONG, gruppi informali e artisti hanno promosso sostegno e solidarietà alla Bosnia - Erzegovina e ai suoi cittadini in vari modi: aiutando i rifugiati giunti in diversi Paesi europei; raccogliendo e consegnando cibo, medicine, vestiti e altri materiali a Sarajevo e in Bosnia - Erzegovina; organizzando incontri, manifestazioni, campagne ed altre attività, volte a mobilitare i propri concittadini, fare pressione sui propri governi ..., e sostenere i gruppi civici in Bosnia e in altre parti della ex Jugoslavia. Si è trattato di una mobilitazione ampia ed eterogenea, un misto di impegno umanitario e di impegno civile ..., e per molti degli attori coinvolti, la cooperazione e la solidarietà con la Bosnia - Erzegovina sono proseguite anche dopo la guerra».

Tra i tanti Paesi, ricordati anche in questa cornice, non si può dimenticare l’impegno che ha attraversato da un capo all’altro il nostro Paese, impegnato in una mobilitazione solidale, pacifista e antimilitarista, che ha rappresentato, lungo tutti gli anni Novanta e, in alcuni casi, anche oltre, un esempio di attivazione solidale e di impegno politico di grande portata. Se, da un lato, è pressoché impossibile completare un elenco esaustivo e minuzioso delle centinaia di attivazioni, spesso piccolissime, ma non per questo meno significative, che hanno animato e continuano ad animare il panorama della solidarietà internazionale e internazionalista con popoli e comunità dei Balcani e, in particolare, della ex Jugoslavia, dall’altro è possibile ricordare almeno alcune pagine. La «marcia dei Cinquecento» a Sarajevo, ad esempio, lanciata dall’appello di mons. Tonino Bello dell’estate 1992 e concretizzata grazie soprattutto all’impegno dei Beati Costruttori di Pace, che porta, il 6 dicembre 1992, cinquecento pacifisti a partire da Ancona alla volta di Sarajevo. La marcia per la pace e la nonviolenza (una forma di interposizione nonviolenta) «Mir Sada» (Pace Ora), tra il 2 e il 14 agosto 1993. La campagna «Kosovo I Care», organizzata, in particolare, dai Beati Costruttori di Pace, l’Associazione Papa Giovanni XXIII, MIR e Pax Christi, cui prendono parte oltre duecento attivisti, partiti da Bari il 7 dicembre 1998. La «Campagna Kosovo per la nonviolenza e la riconciliazione», promossa dai Beati Costruttori di Pace, Agimi, MIR e Pax Christi, capace di coinvolgere circa venti associazioni e di sviluppare, tra il 1993 e il 2003, quattro delegazioni, tra il 1995 e il 1997, il progetto della Ambasciata di Pace a Prishtina, capoluogo del Kosovo, e tra il 2000 e il 2003, formazione per formatori e formatrici al dialogo inter-etnico. E ancora, in tempi più recenti, il programma dei «Dialoghi di Pace» nei Balcani e in Kosovo, dal 2002 al 2006; il lavoro del Corpo Nonviolento di Pace della Operazione Colomba in Kosovo, dal 1998 al 2010, e dei Corpi Civili di Pace in Kosovo a partire dal 2011. Spesso, come si vede, piccoli progetti, capaci di innescare energie nel lavoro di pace e di solidarietà, tra i tanti esempi di “utopia concreta”, da sviluppare ancora e ancora, nella memoria e nell’impegno. 
 

sabato 27 marzo 2021

Il pogrom del Marzo 2004

Majstor Mile: commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=3573569

Il diciassettesimo anniversario della grave ondata di violenza a sfondo etnico (un vero e proprio “pogrom”) contro i Serbi in Kosovo, che eruppe tra il 17 e il 19 marzo 2004, è stato segnato da un atto commemorativo presso il Teatro Nazionale a Belgrado: l’evento è stato intitolato alla “Giornata della Memoria 17 marzo 2004 - Pogrom in Kosovo e Metohija” e ha visto la partecipazione del presidente Aleksandar Vučić e del ministro del lavoro, dei veterani e delle politiche sociali, Darija Kisić Tepavčević. Nel corso dell’evento commemorativo, sono stati letti testi e sono state proiettate foto, immagini e video legati ai drammatici momenti del pogrom del 2004. Riprendendo alcune delle conclusioni degli organismi internazionali sugli eventi del Marzo 2004, nel corso della commemorazione, Vučić ha ricordato che l’obiettivo del pogrom, e l’intenzione dei nazionalisti e degli estremisti albanesi del Kosovo coinvolti nella violenza, era di fare sì che «non solo non vi fossero più Serbi in Kosovo, ma non vi fosse neanche più nulla a cui fare ritorno». Il pogrom, che scoppiò appena cinque anni dopo la fine della guerra nella regione, eruppe sull’onda delle tensioni etniche acuite dall’uccisione di un giovane serbo e, come motivo/pretesto degli eventi, dall’annegamento di tre ragazzi albanesi kosovari: un incidente, che fu però presentato come un episodio di violenza etnica anti-albanese. Nella prima stima “a caldo”, il 22 marzo 2004, la polizia ha stimato che oltre 50 mila persone abbiano preso parte a oltre 30 episodi di tumulto. Nel corso delle violenze, 27 persone furono uccise, più di 900 rimasero ferite, 935 abitazioni sono state distrutte, e ben 35, tra chiese e monasteri serbo-ortodossi, alcuni dei quali straordinari Patrimoni dell’Umanità, colpiti o distrutti. 

La Nostra Signora di Ljeviš (la “Bogorodica Ljeviška”) a Prizren (Patrimonio dell’Umanità del XIV secolo), incendiata dall’interno, con i preziosi affreschi gravemente danneggiati e l’altare sconsacrato; la Chiesa del Santissimo Salvatore a Prizren (XIV secolo), incendiata; la Cattedrale di San Giorgio a Prizren (1856), incendiata e minata; la Chiesa di San Nicola (Chiesa di Tutić) a Prizren (XIV secolo), incendiata; la Chiesa di San Giorgio (Chiesa di Runović) a Prizren (XVI secolo), incendiata; la Chiesa di San Kyriaki (S. Nedelje) a Potkaljaja, Prizren (XIV secolo), bruciata; la Chiesa di San Panteleimon, a Potkaljaja, Prizren (XIV secolo), bruciata; la Chiesa dei Santi Cosma e Damiano, a Potkaljaja, Prizren (XIV secolo), bruciata. La Chiesa di San Kyriaki (S. Nedelje) a Živinjane, vicino a Prizren, minata e distrutta; il Monastero dei Santi Arcangeli a Prizren, fondato da Stefan Dušan nel XIV secolo, saccheggiato e bruciato; il Seminario Ortodosso e la Corte Vescovile di Prizren (1872), incendiati; la Chiesa di S. Elia a Podujevo (1929), distrutta e profanata, furono perfino profanate le tombe del vicino cimitero serbo e le spoglie disperse. E ancora il Monastero di Devič (1434) a Lauša, non lontano da Skënderaj/Srbica, completamente saccheggiato e incendiato. La commemorazione in Kosovo è stata tenuta dal Patriarca della Chiesa Ortodossa Serba, Porfirije, nel Monastero del Patriarcato di Peć/Peja (fondato nel 1346 da Stefan Dušan e Patrimonio dell’Umanità come estensione del Monastero di Dečani). Eventi commemorativi si sono svolti anche nel Monastero di Gračanica (pure Patrimonio dell’Umanità) e a Kosovska Mitrovica, dove è stato proiettato un video sulle violenze del 2004 e sono state esposte foto di chiese e monasteri in fiamme e di edifici all’epoca presi di mira. 

Secondo il rapporto OSCE del 2008, “Quattro anni dopo. Sviluppi dei casi di tumulti del Marzo 2004 di fronte al sistema giudiziario penale del Kosovo”, «gli eventi drammatici e violenti del Marzo 2004 hanno rappresentato una grave battuta d’arresto nell’impegno del Kosovo per diventare una società multietnica tollerante che rispetti i diritti delle comunità non maggioritarie e i principi dello stato di diritto». Nel § 4, sotto il titolo “Ritardi”, il rapporto ricorda che «in base al diritto interno, i tribunali devono svolgere i procedimenti senza indugio. Analogamente, gli standard internazionali proibiscono ritardi ingiustificati e prescrivono che i processi debbano essere tenuti in tempi ragionevoli. Questa garanzia sottolinea altresì “l’importanza di rendere giustizia senza ritardi che potrebbero comprometterne l’efficacia e la credibilità”; nei processi, inoltre, evita che gli individui “rimangano troppo a lungo in uno stato di incertezza sul loro destino”. In Kosovo, la mancanza di capacità del sistema giudiziario e l’arretrato dei casi contribuiscono a ritardi nelle indagini e nei procedimenti. La gravità e l’ampiezza degli incidenti verificatisi durante le rivolte del Marzo 2004 hanno imposto alle autorità il dovere di agire con la massima diligenza nell’indagare e nel perseguire i presunti responsabili. Tuttavia, spesso i casi non sono stati completati in modo tempestivo. In particolare, nonostante le raccomandazioni del primo rapporto sui disordini del Marzo 2004, l’OSCE continua a rilevare: a) ritardi ingiustificati nel trasmettere i rapporti di polizia relativi a “nuovi” casi; b) ritardi nell’inizio dei processi principali dopo la conferma del rinvio a giudizio; c) ritardi ingiustificati del tribunale nella emanazione delle sentenze di primo grado». 

Nel § 5, sotto il titolo “Condanne”, il rapporto afferma che «i disordini del Marzo 2004 hanno causato una minaccia e un danno sostanziali alla vita, alla sicurezza generale e alla tolleranza etnica in Kosovo. I tribunali avevano il dovere di inviare un messaggio forte alla popolazione del Kosovo che tali incidenti non sarebbero stati tollerati. L’indulgenza delle sentenze è stata una delle principali critiche contenute nel primo rapporto sui disordini. Nonostante le raccomandazioni contenute in quel rapporto, l’OSCE continua a osservare che i tribunali hanno generalmente emesso condanne clementi. Nella maggior parte dei casi, i tribunali hanno emesso sentenze vicine o addirittura inferiori al minimo legale. Inoltre, i tribunali spesso hanno sospeso l’esecuzione di queste condanne, sostituendo così le pene, già basse, con una pena alternativa». «In molti casi monitorati, la causa delle lievi condanne potrebbe essere stata la mancata considerazione del movente etnico come circostanza aggravante. In altri casi, i tribunali hanno imposto pene basse perché i pubblici ministeri hanno accusato le persone di reati meno gravi di quelli evidenziati dai fatti. L’indulgenza nelle condanne e il ridimensionamento delle motivazioni sono problemi endemici nel sistema giudiziario del Kosovo. Tuttavia, ciò non giustifica i tribunali nel comminare pene ... che non riflettono adeguatamente la gravità dei crimini commessi». Esattamente 17 anni fa, il 23 marzo 2004, durante una visita alla città di Obilić, pesantemente colpita dalle violenze del pogrom, il capo missione UNMIK Harri Holkeri dichiarò che gli estremisti albanesi avevano «un piano già pronto» per le violenze. 

Secondo la Corte Europea dei Diritti Umani, trattare la violenza e la brutalità di natura etnica su un piano di parità con casi che non hanno connotazioni razziste significa chiudere un occhio sulla natura specifica degli atti che sono particolarmente distruttivi dei diritti umani fondamentali. La mancata distinzione del modo in cui vengono gestite situazioni sostanzialmente diverse può costituire un trattamento ingiustificato in contrasto con l’art. 14 della Convenzione Europea dei Diritti Umani.

mercoledì 30 settembre 2020

Nobel per la Pace: dopo Obama e l’UE, pure Trump?

 
Gage Skidmore CC BY-SA 2.0 creativecommons.org

 
In occasione del 21 Settembre, Giornata Mondiale delle Nazioni Unite per la Pace

Non vi era dubbio che, dopo la solenne cerimonia e il grande clamore che ha accompagnato la firma dei protocolli di intesa tra Serbia e Kosovo alla Casa Bianca, i Balcani avrebbero riguadagnato la scena e la questione del Kosovo sarebbe finita nel gorgo della campagna elettorale per le elezioni presidenziali negli Stati Uniti. Il presidente, Donald Trump, non ha perso l’occasione, nel corso di una manifestazione elettorale nella Carolina del Nord (qui ciò che ha dichiarato a Fayetteville), di considerarsi pronto a ricevere il Premio Nobel per la Pace, grazie alla sua opera di mediazione che, a suo dire, avrebbe posto la parola “fine” a decenni di uccisioni di massa tra Serbia e Kosovo.

In base alla sua dichiarazione, uno spettacolare esempio di “sofisticazione del reale”, un mix riuscito di manipolazione della storia e di alterazione dei fatti, dove dato di fatto, realtà e menzogna vengono sapientemente miscelati e confusi, fino a dare vita ad una perfetta “confezione propagandistica”, «la prossima parte della storia sono sicuro sarà il Premio Nobel per la Pace. Stiamo fermando le uccisioni di massa tra il Kosovo e la Serbia. Si sono uccisi tra di loro per così tanti anni. Adesso, smetteranno di uccidersi. Ho detto loro – ragazzi, cerchiamo di stare insieme (andiamo avanti insieme, let’s get together). Sai, lo stanno facendo ormai da centinaia e centinaia di anni».

Uno dei problemi sta nel fatto che una parte di verità della storia consiste proprio nella sua candidatura a Premio Nobel per la Pace: la candidatura di Donald Trump al premio è stata effettivamente proposta nelle scorse settimane da un parlamentare norvegese per i suoi sforzi nell’intermediazione e nella realizzazione di un accordo storico tra Israele ed Emirati Arabi Uniti; contestualmente, un simile accordo è stato mediato e successivamente firmato anche tra Israele e il Bahrein. Settembre è stato, d’altro canto, anche il mese che ha visto la celebrazione dei colloqui e delle firme dei protocolli tra il presidente serbo Aleksandar Vučić e il primo ministro kosovaro Avdullah Hoti.

È stato il deputato della destra norvegese Christian Tybring-Gjedde ad avanzare la proposta di riconoscimento del Nobel per la Pace al presidente statunitense, secondo la dichiarazione raccolta da Fox News: «Ritengo abbia fatto di più nel cercare di realizzare la pace tra le nazioni rispetto alla gran parte degli altri candidati al Nobel per la Pace. Come ci si aspettava, altri Paesi medio-orientali seguiranno nel percorso tracciato dagli Emirati Arabi. Questo accordo potrebbe rappresentare un punto di svolta che trasformerà il Medio Oriente in un’area di cooperazione e di prosperità».

Può sorprendere, ma non più di tanto. Ad un più attento esercizio di memoria storica e di riflessione politica, non sfuggirà che il Premio Nobel per la Pace ha già dovuto scontare alcune attribuzioni quanto meno bizzarre, se non del tutto discutibili, come quella recente, del 2009, all’ex presidente statunitense, Barack Obama, «per il suo», come recitava quella motivazione, «straordinario sforzo per rafforzare la diplomazia internazionale e la cooperazione tra i popoli. [...] Obama come presidente ha creato un nuovo clima nella politica internazionale. La diplomazia multilaterale ha riacquistato una posizione centrale, con enfasi sul ruolo che le Nazioni Unite e le altre istituzioni internazionali possono svolgere. [...] La visione di un mondo libero dalle armi nucleari ha fortemente stimolato i negoziati sul disarmo e sul controllo degli armamenti. Grazie all’iniziativa di Obama, gli Stati Uniti stanno ora giocando un ruolo più costruttivo [sic] nell’affrontare le grandi sfide climatiche che il mondo sta affrontando».

Oppure, non meno controverso, il premio riconosciuto più recentemente, nel 2012, all’Unione Europea, «per avere contribuito», ancora in base alle motivazioni ufficiali, «per oltre sei decenni al progresso della pace e della riconciliazione, della democrazia e dei diritti umani in Europa. Negli anni tra le due guerre, il Comitato Norvegese ha assegnato diversi premi a persone che cercavano la riconciliazione tra Germania e Francia. Dal 1945, quella riconciliazione è diventata realtà. Le terribili sofferenze della Seconda Guerra Mondiale hanno dimostrato la necessità di una nuova Europa.

«In un periodo di settant’anni, la Germania e la Francia hanno combattuto tre guerre. Oggi la guerra tra Germania e Francia è impensabile. Ciò mostra come, attraverso sforzi mirati e rafforzando la fiducia reciproca, i nemici storici possono diventare partner. [...] Il Comitato Norvegese desidera concentrarsi su ciò che considera il risultato più importante dell’UE: il successo della lotta per la pace e la riconciliazione, per la democrazia e i diritti umani. Il ruolo svolto dall’UE ha contribuito a trasformare la maggior parte dell'Europa da continente di guerra a continente di pace». Si può lasciare al lettore la verifica, guardandosi intorno, soprattutto lungo i margini e le sponde di questa UE, di un’affermazione che vorrebbe «la maggior parte dell’Europa da continente di guerra a continente di pace».

Quanto invece, tornando al punto, ai cosiddetti accordi tra Serbia e Kosovo, si è già avuto modo di segnalare che Serbia e Kosovo non hanno firmato alla Casa Bianca un documento comune, ma hanno apposto le rispettive firme su due documenti distinti, con il medesimo contenuto tranne che sul punto relativo al riconoscimento di Israele e al trasferimento dell’Ambasciata Serba a Gerusalemme, documenti con stesso titolo («Normalizzazione Economica») e medesimo approccio, la promozione della cooperazione economica bilaterale ai fini della “normalizzazione”.

Subito dopo la cerimonia, è tornata a farsi sentire l’Unione Europa, con un nuovo incontro tra Aleksandar Vučić e Avdullah Hoti mediato da Bruxelles e una dichiarazione, che non è sfuggita alle cancellerie, da parte del portavoce UE, Peter Stano, che, lo scorso 17 Settembre, ha ricordato che il Kosovo è obbligato ad attuare l’accordo sull’Unione dei Comuni Serbi, cui si è impegnato «in buona fede» nel 2013, firmando l’Accordo di Bruxelles. «Quell’accordo è stato firmato da tutti i partecipanti al processo ed è valido». «Inoltre, è stato ratificato dal parlamento del Kosovo. Il Kosovo si è quindi assunto l’obbligo internazionale di attuare l’accordo». Un accordo impegnativo e, proprio per questo, difficile, per il quale varrebbe forse, più che per altri, scomodare l’aggettivo, fin troppo abusato, “storico”.
 

martedì 16 luglio 2019

A Sarajevo, un Vertice per l’Europa del Sud Est

Smooth_O - Own Work, CC BY-SA 3.0, Wikimedia Commons


Si è svolto a Sarajevo, gli scorsi 8 e 9 luglio, il vertice del Processo di Cooperazione del Sud Est Europa (SEECP), un format regionale multilaterale impegnato, ormai dal 1996, nel favorire progressi nel processo di cooperazione e collaborazione regionale tra gli Stati dei Balcani Occidentali e dell’Europa Sudorientale. Consiste in un processo di costruzione di un ambiente di cooperazione e di stabilità regionale, i cui obiettivi strategici riguardano il rafforzamento della sicurezza e della stabilità nella regione, il miglioramento delle relazioni economiche e della cooperazione regionale, soprattutto nei settori dello sviluppo delle risorse umane, del consolidamento delle istituzioni democratiche, della lotta contro la criminalità organizzata.

Sebbene operi in maniera sinergica con altre istituzioni regionali e multilaterali e, in particolare, nella prospettiva dell’avvicinamento alle istituzioni euro-comunitarie, si tratta di un’autonoma iniziativa regionale, nata su un progetto di alcuni Stati della regione, dal momento che i Paesi ispiratori e fondatori sono stati (1996) Serbia (all’epoca ancora Repubblica Federale di Jugoslavia), Bosnia-Erzegovina, Bulgaria, Romania, Albania, Macedonia, Grecia, Turchia, cui si sono poi aggiunti, negli anni successivi, alcuni altri Stati, fino a comprendere oggi l’intero spazio dell’Europa sud-orientale.

Un format la cui composizione ha dunque attraversato alcuni dei momenti più importanti, spesso drammatici, della vicenda storica più recente della regione: dall’immediato dopo-guerra bosniaco all’esplosione della guerra del Kosovo, dagli eventi drammatici del 5 ottobre 2000 alla fine dell’esperienza storica della Jugoslavia, dall’indipendenza del Montenegro alla secessione del Kosovo, dall’ingresso dei Paesi dell’Est nel quadro dell’Unione Europea fino ai più recenti sviluppi dei rapporti regionali, ultimo il recente accordo tra Grecia e Macedonia del Nord. Non pochi, dunque, i contrasti e i conflitti che hanno attraversato e, per molti aspetti, continuano ad attraversare la regione; altrettante le dispute e le controversie che continuano a segnare i rapporti politici e diplomatici tra i singoli Paesi.

L’ultima riprova se ne è avuta proprio alla vigilia del summit di Sarajevo: la Bosnia-Erzegovina, Paese ospite, infatti, secondo le dichiarazioni rilasciate alla stampa da Milorad Dodik, presidente di turno della presidenza tripartita bosniaca, ha invitato ai lavori il Kosovo «in linea con il formato previsto per tali incontri internazionali», vale a dire come soggetto istituzionale non-statuale, con la denominazione della regione accompagnata da un asterisco che ne specifica la designazione in linea con il diritto internazionale. Al 2012 risale infatti l’accordo ufficiale, tra Belgrado e Prishtina, nel contesto del dialogo bilaterale, mediato dall’Unione Europea, per la risoluzione delle questioni legate allo status e per l’avanzamento delle relazioni tra le due “capitali”, che disciplina le modalità con le quali il Kosovo può prendere parte ai vertici regionali, siglare accordi ed intervenire a proprio nome in tali consessi. La «denominazione da usare» è «Kosovo*» dove l’asterisco rimanda appunto alla nota che chiarisce la posizione internazionale della regione: «Tale denominazione non implica alcuna posizione sullo status ed è in linea con la Risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite 1244 del 1999 e con il Parere della Corte Internazionale di Giustizia del 2010 sulla dichiarazione d’indipendenza del Kosovo».

L’adozione di questa denominazione, in linea con il diritto internazionale, da parte della Bosnia-Erzegovina, ha tuttavia scatenato la reazione delle autorità kosovare, che hanno deciso di non partecipare ai lavori del vertice. Sebbene la stampa abbia molto enfatizzato la querelle diplomatica, il vertice ha tuttavia, a conclusione dei lavori, emesso una dichiarazione finale nella quale si mette in rilievo l’esigenza di un approccio complessivo al processo di integrazione europea, nonché nelle aree dello sviluppo, della sicurezza e della stabilità.

Vi si legge che «il rafforzamento della cooperazione economica è molto importante, specificamente in termini di crescita economica, sviluppo sostenibile e prosperità di tutti i cittadini e le cittadine dell’Europa del Sud Est»; e che «la sicurezza dell’Europa del Sud Est è un pre-requisito fondamentale per la sicurezza e la stabilità del continente», soprattutto nelle aree della lotta al terrorismo, al radicalismo e alla criminalità organizzata, con un focus, in particolare, sul traffico di esseri umani, sulle inumane condizioni di lavoro, sul contrabbando di armi e munizioni, sul riciclaggio di capitali e sulla corruzione. Vi si legge, infine, che «la prospettiva europea rappresenta la garanzia della pace e della stabilità della regione balcanica».