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lunedì 30 ottobre 2023

Le città tra povertà e sviluppo, guerra e pace

Palestinian News & Information Agency (Wafa) in contract with APAimages,
Damage in Gaza Strip, October 2023, CC BY-SA 3.0, via Wikimedia Common


È una delle ricorrenze internazionali forse meno note, ma nondimeno di grande importanza: un’importanza tanto più indubbia e significativa quanto più le città stesse subiscono le distruzioni e gli eccidi legati alle aggressioni e alle guerre. Il 31 ottobre ricorre infatti la Giornata mondiale delle città, istituita dalle Nazioni Unite come occasione per riflettere sul ruolo e l’importanza delle città nella vicenda umana e sociale più complessiva e per interrogarsi sulle questioni e le problematiche connesse con l’urbanizzazione, quale uno dei grandi fenomeni del nostro tempo. Come segnala, infatti, la presentazione della Giornata sul sito delle Nazioni Unite, lo scopo è di «promuovere l’interesse della comunità internazionale per l’urbanizzazione come fenomeno globale, spingendo la cooperazione tra i Paesi a rispondere alle sfide dell’urbanizzazione stessa.

«L’urbanizzazione offre il potenziale per nuove forme di inclusione sociale, tra cui una maggiore uguaglianza, l’accesso ai servizi e a nuove opportunità, nonché un impegno e una mobilitazione che riflettono la diversità delle città, dei Paesi e del mondo. Tuttavia, troppo spesso lo sviluppo urbano non si configura in questo modo: la disuguaglianza e l’esclusione si moltiplicano a scapito di uno sviluppo sostenibile che offra risposte a tutti e a tutte». In questa ambivalenza ruota, infatti, il “paradosso delle città”: da un lato, moltiplicatori di opportunità (le città rappresentano una potente interconnessione paesaggistica e relazionale, in termini di correlazione tra attività sociali, culturali e produttive; di connessione con le varie direttrici della mobilità umana, al proprio interno e quali nodi di relazione e connessione con il mondo; di moltiplicazione di opportunità di relazione, di incontro e di conoscenza, anche a partire dalla densità delle risorse sociali e culturali che ospitano, dagli spazi di aggregazione ai luoghi della cultura); dall’altro lato, tuttavia, incubatori di solitudine, marginalità, esclusione.

Il fenomeno della povertà urbana, non a caso, è uno dei più accentuati e, senza dubbio, una delle “cifre” del panorama urbano contemporaneo. In essa si intersecano la dimensione generale della povertà, in termini di impossibilità di provvedere al proprio sostentamento e quindi di garantire il soddisfacimento dei bisogni, e quella dimensione più specifica, legata allo spazio della città, in termini di impossibilità di garantire una vita dignitosa nello spazio produttivo e relazionale proprio della città: vecchie e nuove forme di povertà; quartieri ghetto e quartieri dormitorio; ampliamento del divario tra centro e periferia e moltiplicazione delle “periferie” nei centri stessi del tessuto urbano; precarietà ed esclusione; marginalizzazione dei migranti e ghettizzazione delle popolazioni Rom sono solo alcuni tra i fenomeni più acuti, cui si legano le nuove questioni e contraddizioni legate al diritto alla città, alla qualità degli spazi e delle forme dell’abitare, alle sperequazioni determinate, soprattutto nelle città d’arte, dalla turistificazione, dalla gentrificazione e dal “consumo” stesso della città, e ancora le problematiche legate alle nuove modalità di controllo e di militarizzazione dello spazio urbano.

Istituita dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite con l’adozione della Risoluzione 68/239 (27 dicembre 2013), della quale ricorre quest’anno il decennale, la giornata mette al centro, anzitutto, le sfide e le grandi questioni aperte nello spazio delle città, tra le quali, come indicate nella risoluzione, «il rapido processo di urbanizzazione in gran parte del mondo in via di sviluppo, il continuo aumento del numero di abitanti delle baraccopoli in tutto il mondo, l’impatto negativo del degrado ambientale, tra cui il cambiamento climatico, la desertificazione e la perdita di biodiversità, e la crescente vulnerabilità degli insediamenti urbani alle calamità naturali e a quelle di origine antropica», esortando a «orientare lo sviluppo sostenibile delle città in rapida crescita urbana, al fine di prevenire la proliferazione delle baraccopoli, migliorare l’accesso ai servizi urbani, sostenere l’edilizia abitativa inclusiva, aumentare le opportunità di lavoro e creare un ambiente di vita sano e sicuro, [riconoscendo] l’importanza di un accesso equo e adeguato ai servizi urbani di base come fondamento per l’urbanizzazione sostenibile e quindi per lo sviluppo sociale ed economico complessivo».

Le città sono sempre più, al tempo stesso, obiettivo di guerra e costruttori di pace. È nota l’importanza della «city diplomacy», la diplomazia delle città. Come ricorda l’Agenda dell’Aja sulla diplomazia della città, adottata in occasione del Primo Congresso Mondiale sulla Diplomazia della Città (L’Aja, 2008), la diplomazia della città è lo strumento proprio delle città, degli enti locali e delle loro associazioni ai fini della prevenzione dei conflitti, della risoluzione dei conflitti e della ricostruzione post-conflitto, con l’obiettivo di creare un contesto stabile, in cui i cittadini e le cittadine possano convivere in condizioni di pace, democrazia e prosperità. D’altra parte, le città sono sempre più obiettivo di guerra e l’Agenda stessa, adottata nel 2008, ricorda che «nell’ultimo decennio oltre 15 milioni di persone hanno perso la vita e 40 milioni di persone sono state costrette ad abbandonare la propria casa a causa di tali conflitti». Come ebbe a ricordare il compianto Pierluigi (Gigi) Ontanetti, a proposito della città di Sarajevo, un vero e proprio «urbicidio». Proprio in queste ore è in corso l’aggressione, da parte del governo di Israele, ai danni della città di Gaza, con l’obiettivo, annunciato dalle autorità israeliane, di «conquistare Gaza» e di «fare pagare a Gaza il prezzo più pesante». Ancora, la lotta contro la guerra, contro le gravi violazioni, e per la pace, resta un imperativo, più che mai necessario e urgente*. 
 
Una versione di quest'articolo è stata pubblicata anche dall'Agenzia di Stampa Pressenza in questo collegamento.

domenica 11 aprile 2021

Bosnia, un difficile “punto di equilibrio”

Innenansicht der sanierten Vijećnica in Sarajevo, Julian Nyča, CC BY-SA 4.0: https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=42435126


Il 6 Aprile 1992, ventinove anni fa, iniziava la Guerra di Bosnia: sotto il tiro dei cecchini e delle artiglierie, Sarajevo divenne città «ferita e divisa», con il centro storico e l’aeroporto controllati dai bosniaco-musulmani, Novo Sarajevo e i quartieri limitrofi dai serbo-bosniaci. La città conobbe l’assedio, 1425 giorni, tra il 1992 ed il 1996, l’«urbicidio pianificato», nel contesto di una guerra sconvolgente, antica e moderna come tutti i conflitti armati di natura etno-politica del nostro tempo. Se all’inizio (1992-1993) bosniaco-musulmani e croato-bosniaci si trovarono “alleati” contro i serbo-bosniaci, dopo il fallimento della proposta Vance-Owen, che aveva introdotto il principio della partizione etnica del Paese in tre sezioni distinte, i croato-bosniaci avviarono una «guerra nella guerra» contro i bosniaco-musulmani nelle aree ove erano presenti comunità croate. Dal 12 aprile 1993 una “no-fly zone” era stata imposta sulla Bosnia a seguito della risoluzione 816 del Consiglio di Sicurezza. Un’accelerazione verso la precipitazione finale si registrò con la caduta di Srebrenica, nel luglio 1995.

Alla fine della guerra, gli Accordi di Dayton, se, per un verso, riuscirono nell’obiettivo di fermare le ostilità, aspetto la cui importanza non può in alcun caso essere sottovalutata, se solo pensiamo al carico di distruzione, materiale e simbolica, che la guerra aveva portato con sé, per un altro verso, fecero scaturire nuove contraddizioni, lasciando molti interrogativi ancora aperti negli anni a venire. Redatti a Dayton (21 novembre 1995) e firmati a Parigi (14 dicembre 1995), gli Accordi tra le Parti (Bosnia Erzegovina, Croazia e Repubblica Federale di Jugoslavia, oggi Serbia) assumevano, come si vede, il ruolo politico degli Stati “garanti” (la Croazia e la Serbia) e riconoscevano, come fattore essenziale, «il bisogno di una soluzione complessiva per porre fine al tragico conflitto nella regione». Vi si definisce, all’art. 3, l’articolazione della Bosnia Erzegovina nelle sue due «Entità, la Federazione di Bosnia Erzegovina e la Republika Srpska» e si rimanda, al successivo art. 5, alla Costituzione di Bosnia Erzegovina, redatta come Allegato 4 degli Accordi. Qui si delinea quel complesso meccanismo decisionale e quell’altrettanto complessa architettura istituzionale che tante critiche ha sollevato nel tempo e che pure costituisce un “punto di equilibrio” nel difficile percorso della convivenza post-bellica.

Il Preambolo pone, l’una accanto all’altra, due aspirazioni peraltro tendenzialmente divergenti, vale a dire che «istituzioni democratiche e procedure eque determinino relazioni pacifiche nel contesto di una società pluralista» e che «benessere generale e crescita economica siano promosse attraverso la protezione della proprietà privata e la promozione di una economia di mercato». Confermando che la Bosnia è costituita, appunto, da due Entità, a queste (art. 3) spettano «tutte le funzioni e i poteri non esplicitamente assegnati alle istituzioni della Bosnia Erzegovina». In sostanza, tutto tranne: politica estera; commercio estero; politica doganale; politica monetaria; finanze generali e obblighi inter-nazionali; immigrazione, rifugiati e asilo; applicazione della legge penale internazionale e tra le Entità; strutture di comunicazione comuni e internazionali; trasporto tra le Entità e controllo del traffico aereo.

Sono proprio questi “meccanismi” e queste “asimmetrie” ad alimentare periodicamente il dibattito, in Bosnia e, soprattutto, all’estero, circa la riforma o il superamento della cosiddetta Costituzione di Dayton. Com’è stato recentemente ribadito, infatti, è stata la Guerra di Bosnia a concludersi sul campo, di fatto, con una partizione: un territorio, un tempo repubblica federata nel quadro della Jugoslavia Socialista, è diventato con la guerra uno Stato indipendente con una struttura confederale e consociativa, in modo che le tre componenti nazionali maggiori, ma non esclusive, Bosniaci (bosniaco-musulmani), Croati di Bosnia e Serbi di Bosnia, che si erano separate le une dalle altre in territori etnici distinti nel corso della guerra, potessero governare all’interno della medesima compagine statale. «Una struttura di governo formale ed esile è stata così imbastita a livello statale per un numero molto limitato di funzioni federali, a partire dalla banca centrale e dalla politica estera» o materie propriamente “confederali”.

Tanto forte è la dimensione di fatto “statale” delle Entità che la Costituzione stessa definisce uno schema di doppia cittadinanza (art. 1 c. 7): una cittadinanza di Bosnia Erzegovina e una cittadinanza di ciascuna Entità. In base alla Costituzione della Republika Srpska, questa è «lo Stato del popolo serbo e di tutti i suoi cittadini». Per la sua Costituzione, la Federazione di Bosnia Erzegovina è la «Federazione di unità federali con eguali diritti e responsabilità», di «bosniaci e croati come popoli costituenti» e dei cittadini. Un ambivalente “punto di equilibrio”, tanto quanto l’intero corpus “costituzionale”, frutto di mediazioni e di equilibri da preservare, esposto al rischio di una vera e propria “blindatura” di tipo etnocratico, oggetto di ricorrenti discussioni, ma che solo al popolo di Bosnia ed Erzegovina, nelle sue diverse articolazioni, spetta far avanzare nel senso della tutela dei diritti dei popoli e dei cittadini e specificamente nel senso della democrazia, del progresso e della «pace con giustizia» sociale. 

martedì 16 luglio 2019

A Sarajevo, un Vertice per l’Europa del Sud Est

Smooth_O - Own Work, CC BY-SA 3.0, Wikimedia Commons


Si è svolto a Sarajevo, gli scorsi 8 e 9 luglio, il vertice del Processo di Cooperazione del Sud Est Europa (SEECP), un format regionale multilaterale impegnato, ormai dal 1996, nel favorire progressi nel processo di cooperazione e collaborazione regionale tra gli Stati dei Balcani Occidentali e dell’Europa Sudorientale. Consiste in un processo di costruzione di un ambiente di cooperazione e di stabilità regionale, i cui obiettivi strategici riguardano il rafforzamento della sicurezza e della stabilità nella regione, il miglioramento delle relazioni economiche e della cooperazione regionale, soprattutto nei settori dello sviluppo delle risorse umane, del consolidamento delle istituzioni democratiche, della lotta contro la criminalità organizzata.

Sebbene operi in maniera sinergica con altre istituzioni regionali e multilaterali e, in particolare, nella prospettiva dell’avvicinamento alle istituzioni euro-comunitarie, si tratta di un’autonoma iniziativa regionale, nata su un progetto di alcuni Stati della regione, dal momento che i Paesi ispiratori e fondatori sono stati (1996) Serbia (all’epoca ancora Repubblica Federale di Jugoslavia), Bosnia-Erzegovina, Bulgaria, Romania, Albania, Macedonia, Grecia, Turchia, cui si sono poi aggiunti, negli anni successivi, alcuni altri Stati, fino a comprendere oggi l’intero spazio dell’Europa sud-orientale.

Un format la cui composizione ha dunque attraversato alcuni dei momenti più importanti, spesso drammatici, della vicenda storica più recente della regione: dall’immediato dopo-guerra bosniaco all’esplosione della guerra del Kosovo, dagli eventi drammatici del 5 ottobre 2000 alla fine dell’esperienza storica della Jugoslavia, dall’indipendenza del Montenegro alla secessione del Kosovo, dall’ingresso dei Paesi dell’Est nel quadro dell’Unione Europea fino ai più recenti sviluppi dei rapporti regionali, ultimo il recente accordo tra Grecia e Macedonia del Nord. Non pochi, dunque, i contrasti e i conflitti che hanno attraversato e, per molti aspetti, continuano ad attraversare la regione; altrettante le dispute e le controversie che continuano a segnare i rapporti politici e diplomatici tra i singoli Paesi.

L’ultima riprova se ne è avuta proprio alla vigilia del summit di Sarajevo: la Bosnia-Erzegovina, Paese ospite, infatti, secondo le dichiarazioni rilasciate alla stampa da Milorad Dodik, presidente di turno della presidenza tripartita bosniaca, ha invitato ai lavori il Kosovo «in linea con il formato previsto per tali incontri internazionali», vale a dire come soggetto istituzionale non-statuale, con la denominazione della regione accompagnata da un asterisco che ne specifica la designazione in linea con il diritto internazionale. Al 2012 risale infatti l’accordo ufficiale, tra Belgrado e Prishtina, nel contesto del dialogo bilaterale, mediato dall’Unione Europea, per la risoluzione delle questioni legate allo status e per l’avanzamento delle relazioni tra le due “capitali”, che disciplina le modalità con le quali il Kosovo può prendere parte ai vertici regionali, siglare accordi ed intervenire a proprio nome in tali consessi. La «denominazione da usare» è «Kosovo*» dove l’asterisco rimanda appunto alla nota che chiarisce la posizione internazionale della regione: «Tale denominazione non implica alcuna posizione sullo status ed è in linea con la Risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite 1244 del 1999 e con il Parere della Corte Internazionale di Giustizia del 2010 sulla dichiarazione d’indipendenza del Kosovo».

L’adozione di questa denominazione, in linea con il diritto internazionale, da parte della Bosnia-Erzegovina, ha tuttavia scatenato la reazione delle autorità kosovare, che hanno deciso di non partecipare ai lavori del vertice. Sebbene la stampa abbia molto enfatizzato la querelle diplomatica, il vertice ha tuttavia, a conclusione dei lavori, emesso una dichiarazione finale nella quale si mette in rilievo l’esigenza di un approccio complessivo al processo di integrazione europea, nonché nelle aree dello sviluppo, della sicurezza e della stabilità.

Vi si legge che «il rafforzamento della cooperazione economica è molto importante, specificamente in termini di crescita economica, sviluppo sostenibile e prosperità di tutti i cittadini e le cittadine dell’Europa del Sud Est»; e che «la sicurezza dell’Europa del Sud Est è un pre-requisito fondamentale per la sicurezza e la stabilità del continente», soprattutto nelle aree della lotta al terrorismo, al radicalismo e alla criminalità organizzata, con un focus, in particolare, sul traffico di esseri umani, sulle inumane condizioni di lavoro, sul contrabbando di armi e munizioni, sul riciclaggio di capitali e sulla corruzione. Vi si legge, infine, che «la prospettiva europea rappresenta la garanzia della pace e della stabilità della regione balcanica».