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mercoledì 10 novembre 2021

Mobilitazioni di Pace e di Giustizia


ragesoss,
Protesters march down Pennsylvania Av. toward the Capitol, CC BY SA 3.0

 
È noto che le “guerre dei Balcani”, il lungo ciclo di conflitti che ha segnato il collasso e lo smembramento della Jugoslavia, a partire dal 1991 e fino ai conflitti in Kosovo tra il 1998 e il 1999, hanno rappresentato una pagina, complessa e dolorosa, della più recente storia d’Europa, e hanno, al tempo stesso, costituito una sorta di paradigma del «conflitto etno-politico» del nostro tempo, nel quale finiscono per confluire tanto la strumentalizzazione a fini di potere della cosiddetta questione nazionale, quanto la manipolazione della dimensione umanitaria come chiave di impropria legittimazione, presso le opinioni pubbliche occidentali, di ingerenze ed interventi armati. Al tempo stesso, lo spaccato balcanico, con tutto il valore simbolico della lacerazione del tessuto di convergenza e di solidarietà tra i popoli che veniva a rappresentare e con tutto il carico emotivo segnalato dal ritorno, pesante e sanguinoso, della guerra nel cuore dell’Europa, è stato, come tante volte è stato messo in evidenza, anche il teatro di una vivace partecipazione democratica e di una intensa mobilitazione solidale tra le più significative e straordinarie dei tempi recenti: una mobilitazione, di carattere internazionale, chiaramente dislocata «contro la guerra e per la pace» e che ha indicato una potente testimonianza di pacifismo concreto, di «concreta utopia», animata da associazioni e comitati, reti civiche e solidali, cittadini e cittadine, attivisti e attiviste, che si sono attivati e mobilitati, appunto, personalmente e concretamente, per cercare di prevenire l’escalazione, fermare la violenza, fornire sostegno e supporto.

Quella testimonianza trova oggi l’occasione preziosa di una rievocazione e di una riflessione grazie alla mostra dal titolo «Wake up, Europe! Support and solidarity mobilizations with Bosnia and Herzegovina and its citizens, 1992-1995» (Svegliati, Europa! Mobilitazioni di sostegno e solidarietà con la Bosnia - Erzegovina e i suoi cittadini, 1992-1995), su iniziativa del Museo di Storia della Bosnia - Erzegovina, in collaborazione con il “Memory Lab” e con il supporto dell’Istituto Francese e del Goethe Institute di Bosnia - Erzegovina. La mostra, inaugurata lo scorso 20 ottobre, presso il Museo di Storia della Bosnia - Erzegovina, a Sarajevo, rappresenta un’occasione preziosa per riflettere su quel periodo storico e sugli eventi che lo hanno attraversato e lacerato, ma anche per interrogarsi sul presente, sulla solidarietà internazionale e sulle concrete utopie del nostro tempo, sull’attivismo e la lotta per la pace e contro la guerra, nel tempo difficile della nostra attualità, a cavallo tra crisi economica e sociale, conseguenze della pandemia e del «governo della pandemia», con il corollario di misure ad essa legate, incessante militarizzazione e vecchi e nuovi nazionalismi. Come infatti segnala la presentazione della mostra, si tratta di «un esempio di solidarietà europea nel recente passato che può essere di grande ispirazione per il presente: durante la guerra in Bosnia - Erzegovina del 1992 - 1995, numerose iniziative sono sorte in Francia, Germania, Spagna, Italia, Svezia, Repubblica Ceca ed altri Paesi; cittadini, ONG, gruppi informali e artisti hanno promosso sostegno e solidarietà alla Bosnia - Erzegovina e ai suoi cittadini in vari modi: aiutando i rifugiati giunti in diversi Paesi europei; raccogliendo e consegnando cibo, medicine, vestiti e altri materiali a Sarajevo e in Bosnia - Erzegovina; organizzando incontri, manifestazioni, campagne ed altre attività, volte a mobilitare i propri concittadini, fare pressione sui propri governi ..., e sostenere i gruppi civici in Bosnia e in altre parti della ex Jugoslavia. Si è trattato di una mobilitazione ampia ed eterogenea, un misto di impegno umanitario e di impegno civile ..., e per molti degli attori coinvolti, la cooperazione e la solidarietà con la Bosnia - Erzegovina sono proseguite anche dopo la guerra».

Tra i tanti Paesi, ricordati anche in questa cornice, non si può dimenticare l’impegno che ha attraversato da un capo all’altro il nostro Paese, impegnato in una mobilitazione solidale, pacifista e antimilitarista, che ha rappresentato, lungo tutti gli anni Novanta e, in alcuni casi, anche oltre, un esempio di attivazione solidale e di impegno politico di grande portata. Se, da un lato, è pressoché impossibile completare un elenco esaustivo e minuzioso delle centinaia di attivazioni, spesso piccolissime, ma non per questo meno significative, che hanno animato e continuano ad animare il panorama della solidarietà internazionale e internazionalista con popoli e comunità dei Balcani e, in particolare, della ex Jugoslavia, dall’altro è possibile ricordare almeno alcune pagine. La «marcia dei Cinquecento» a Sarajevo, ad esempio, lanciata dall’appello di mons. Tonino Bello dell’estate 1992 e concretizzata grazie soprattutto all’impegno dei Beati Costruttori di Pace, che porta, il 6 dicembre 1992, cinquecento pacifisti a partire da Ancona alla volta di Sarajevo. La marcia per la pace e la nonviolenza (una forma di interposizione nonviolenta) «Mir Sada» (Pace Ora), tra il 2 e il 14 agosto 1993. La campagna «Kosovo I Care», organizzata, in particolare, dai Beati Costruttori di Pace, l’Associazione Papa Giovanni XXIII, MIR e Pax Christi, cui prendono parte oltre duecento attivisti, partiti da Bari il 7 dicembre 1998. La «Campagna Kosovo per la nonviolenza e la riconciliazione», promossa dai Beati Costruttori di Pace, Agimi, MIR e Pax Christi, capace di coinvolgere circa venti associazioni e di sviluppare, tra il 1993 e il 2003, quattro delegazioni, tra il 1995 e il 1997, il progetto della Ambasciata di Pace a Prishtina, capoluogo del Kosovo, e tra il 2000 e il 2003, formazione per formatori e formatrici al dialogo inter-etnico. E ancora, in tempi più recenti, il programma dei «Dialoghi di Pace» nei Balcani e in Kosovo, dal 2002 al 2006; il lavoro del Corpo Nonviolento di Pace della Operazione Colomba in Kosovo, dal 1998 al 2010, e dei Corpi Civili di Pace in Kosovo a partire dal 2011. Spesso, come si vede, piccoli progetti, capaci di innescare energie nel lavoro di pace e di solidarietà, tra i tanti esempi di “utopia concreta”, da sviluppare ancora e ancora, nella memoria e nell’impegno. 
 

martedì 3 novembre 2015

Amici dei popoli del mondo, ma sul serio

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Tra le realtà di movimento più vicine all'impegno internazionalista e più attente nella lettura delle questioni internazionali, è ben nota la dinamica, sovente inquinata da presenze sovraniste, nazionalitarie e rosso-brune, della solidarietà alla Siria e, in particolare, l'articolazione del movimento di solidarietà internazionalista, e, al suo interno, del movimento per la pace e contro la guerra. 

Al suo interno, convivono ben più delle due posizioni schematizzate nella polarizzazione “classica” tra il sostegno acritico e ripetitivo alle forze governative e l'appoggio, altrettanto acritico e ripetitivo, ai c.d. "rivoluzionari", quest'ultimo, talvolta, anche da parte di soggetti associativi apparentemente irreprensibili e insospettabili, spinto fino al punto da richiedere “severe sanzioni economiche” contro le autorità siriane o, peggio ancora, l'imposizione di corridoi umanitari che, tuttavia, come coloro i quali le rivendicano non sanno o fingono di non sapere, non concordate con le istituzioni legittime dei territori interessati e al di fuori di un quadro condiviso di legalità internazionale, almeno su scala regionale, si configurano, né più né meno, come un autentico atto di guerra.

Dovremmo attraversare non con “spirito di fazione”, banalizzando le diverse posizioni come tifo, più o meno scomposto o fanatico, per l'una o l'altra delle realtà in campo, ma con aderenza alla realtà, affrontando e cogliendo la sfida della complessità che la tragedia siriana ci rappresenta, questa vicenda, senza indulgere a schieramenti di campo precostituiti, ma partendo dai dati di fatto, che, sono, nei fondamentali, almeno tre:
 
a) il carattere laico e repubblicano del governo attualmente al potere in Siria;
b) il consenso popolare di cui gode (come segnalato da molte evidenze, in positivo, dai riscontri elettorali, in negativo, dai timori del Dipartimento di Stato in merito a possibili elezioni anticipate in una fase transitoria);
c) l'orientamento delle forze progressiste e dei comunisti siriani (in ampia maggioranza a sostegno o in appoggio al governo del Baath) prima ancora di quelle degli altri Paesi. 

Ciò assodato, si può articolare l'analisi a partire dai principi generali (auto-determinazione, internazionalismo, giustizia internazionale) o dalle circostanze congiunturali (posizionamenti, sviluppi internazionali etc.), tenendo presente comunque che un movimento di solidarietà si muove sul piano sociale (e delle relazioni sociali) prima che su quello istituzionale (e di appoggio, più o meno critico, a questo o quel governo). 

Si tratta di una distinzione di non poco conto e niente affatto nominalistica: ci consente di individuare le vere cause della tragedia in corso che solo in parte affondano nella repressione delle proteste della primavera 2011 ma molto più intensamente hanno a che fare con l'intromissione negli affari interni e il pilotaggio di quelle proteste da parte di attori e fondi legati all'imperialismo degli Stati Uniti e alle petro-monarchie del Golfo Persico; e ci permette di fare luce sulle iniziative di società civile siriana in Siria per il superamento del conflitto e la difesa popolare dalla violenza settaria, in buona parte oscurate dai media mainstream che preferiscono dare ruolo e spazio a centrali di “società civile” legate all'Occidente o addirittura basate nei Paesi occidentali, lontane dalla realtà siriana in nome e per conto della quale pure pretendono di parlare. 

Ovviamente, alla luce di queste note di metodo, il compito, di chiarificazione e di sintesi, che spetta alle forze più avanzate del movimento per la pace e contro la guerra di fronte alla tragedia siriana, non è semplice, è impegnativo ma, pur essendo gravoso, non è più (semmai lo è stato in passato) eludibile. Si tratta di riconoscere e di rispettare la autodeterminazione, la autonomia e la libertà dei soggetti che vivono il conflitto nel proprio Paese e che direttamente ne subiscono le conseguenze: riconoscere la legittimità e il consenso di cui (ancora) godono le istituzioni siriane, porsi a fianco dei soggetti, sociali e popolari, più deboli, che sono anche quelli più esposti alla furia del conflitto e della violenza (soprattutto settaria), e costruire percorsi di conoscenza e di condivisione, oltre che di appoggio e di sostegno, per imparare a ri-conoscere bisogni e istanze della società siriana, nelle sue articolazioni più mature, democratiche e avanzate, che, di norma, anche per storia, poco hanno a che fare con gli interessi dell'imperialismo e dei suoi proconsoli. 

Anche in questo caso, si tratta, da un lato, di stigmatizzare la violenza, dall'altro di precisare il perimetro del nostro campo di azione come movimento per la pace e contro la guerra, di fronte alla tragedia siriana; il che non vuol dire imporre l'unica linea (nessun coordinamento si muove in maniera monolitica) bensì escludere quelle posizioni i cui presupposti impediscono la possibilità di una cooperazione basata su principi di rispetto dell'autonomia e dell'autodeterminazione dei popoli. Sappiamo tutti che è difficile, essere, al tempo stesso, inclusivi, plurali e rigorosi, e però è uno sforzo che va compiuto, dal momento che, come giustamente si diceva, l'alternativa, di fatto, ad una sintesi avanzata è il pilatismo o il ne-ne-ismo. Sono tutte tendenze deprimenti, che inibiscono la possibilità di coordinamenti autenticamente inclusivi e di iniziative politicamente efficaci. Tendenze già viste e contrastate, laddove i movimenti hanno avuto modo di intercettarli e misurarli.