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mercoledì 17 giugno 2026

La trappola della pace astratta: perché è urgente puntare il dito contro l'imperialismo

Jos van Zetten, Amsterdam, NATO protest Strasbourg 04-04-09, CC BY 2.0


di Lois Pérez Leira

Negli ultimi giorni abbiamo assistito a diverse manifestazioni per la "pace" in varie parti della Spagna. Strade gremite, slogan a tutto volume e striscioni che invocavano la cessazione delle ostilità. Tuttavia, osservando il contenuto concreto di queste mobilitazioni, sorge spontanea una domanda scomoda ma inevitabile: pace dove e contro chi?

Il problema principale delle dichiarazioni attuali è che omettono deliberatamente il fattore fondamentale: non specificano chi provoca le guerre. Quando la richiesta di pace viene scollegata dalle sue cause materiali, la parola diventa un termine vuoto, un significante spogliato di sostanza, esattamente come accade oggi con concetti abusati come "libertà" o "democrazia".

Gridare "pace" in astratto, senza puntare il dito contro l'imperialismo e la logica dell'accumulazione globale che ha bisogno della guerra per sopravvivere, non è neutralità; si tratta, nella migliore delle ipotesi, di ingenuità e, nella peggiore, di complicità discorsiva. Dobbiamo porre fine agli eufemismi una volta per tutte. Le guerre contemporanee non sono disastri naturali o esplosioni spontanee di irrazionalità umana; sono il risultato diretto della lotta geopolitica ed economica tra le grandi potenze per il controllo delle risorse, dei mercati e della sovranità.

Karl Marx aveva già messo in guardia contro questo fenomeno, analizzando come le dinamiche del capitale pervertano qualsiasi aspirazione umanistica, osservando che "il mercantilismo, che è lo spirito del nostro tempo, è lo spirito del profitto, non della pace". Nell'ordine attuale, la cosiddetta "pace" non è altro che la silenziosa preparazione al prossimo conflitto, una tregua temporanea in attesa che gli interessi finanziari si riorganizzino. Pertanto, fingere di raggiungere una pace duratura appellandosi alla buona volontà delle stesse organizzazioni e istituzioni che sostengono l'apparato militare globale è un'utopia sterile.

Per raggiungere la pace, il compito storico e ineludibile è sconfiggere l'imperialismo. Vladimir Lenin, che visse e teorizzò la carneficina della Prima Guerra Mondiale, smantellò con assoluta pertinenza il pacifismo borghese del suo tempo, offrendo un monito che risuona ancora oggi con forza nelle nostre piazze: "Lo slogan della pace può aiutare le masse [...] ma se è posto in astratto, se è disgiunto dalla lotta rivoluzionaria del proletariato, diventa una frase utopica o un inganno per il popolo".

Lenin comprese che la violenza su larga scala è una necessità strutturale del sistema, riassumendo sinteticamente il concetto affermando che "la guerra è la continuazione della politica con altri mezzi. L'imperialismo è la fase più elevata dello sviluppo del capitalismo. Pertanto, una pace duratura e democratica è impossibile senza rovesciare il potere del capitale". Chiamare le cose con il loro vero nome è il primo passo per qualsiasi vera resistenza. Non basta desiderare la fine delle bombe se non si combatte la macchina economica che le produce e le lancia.

Finché le manifestazioni continueranno a diluire la responsabilità storica ed economica degli aggressori in un mare di astratto sentimentalismo, la parola "pace" rimarrà la perfetta cortina fumogena dietro cui l'imperialismo opera in totale impunità.

Chiedere la pace oggi significa, necessariamente, essere antimperialisti.


Lois Pérez Leira
Coordinatore regionale per l'America Latina e i Caraibi del Sovintern – Forum per il Socialismo del XXI secolo

mercoledì 6 novembre 2019

L’esperienza storica del “socialismo realizzato” e il fatto-simbolo della “caduta del Muro”. Eredità e Prospettive



Potrebbe risultare superfluo soffermarsi sugli eventi attraverso i quali è maturata, per riprendere una formula sintetica, certamente approssimativa ma senza dubbio efficace, la «caduta del Muro di Berlino». Innegabili le responsabilità specifiche riconducibili alla direzione politica dei partiti comunisti dell’Est e dell’Ovest (entrambi, in un processo di azione e reazione, coinvolti in una dinamica, almeno tendenzialmente, “liquidatoria”) e altrettanto indiscutibili le conseguenze gravissime, in termini di arretramento delle condizioni di esistenza del proletariato e delle masse popolari dell’Est e dell’Ovest (e del Nord e del Sud), prodotte dalla fine dell’esperienza storica del socialismo reale e dal venir meno delle conquiste sociali accumulate.

Non di meno interessante, viceversa, affrontare i nodi aperti della cosiddetta «sconfitta storica» (dove l’aggettivo “storico” non può essere confuso con le sue interpretazioni offerte delle forze borghesi, come se si trattasse di aggettivo di altro senso, “inevitabile”, “definitivo” o “finale”). Nel groviglio di questi nodi, al tempo stesso politici e culturali, si intravedono le questioni e le esigenze, le istanze e le contraddizioni, i problemi e le prospettive segnalati dalla fine di questa esperienza di transizione e dall’apertura di nuove opzioni rivoluzionarie, che si muovono nel senso dell’aggiornamento del socialismo «per l’oggi e per il domani» e, meno genericamente, di «socialismo del XXI secolo» a partire dalle esperienze latino-americane.

Prima questione: la «soggettività». Si tratta della questione inerente a una diffusa interpretazione del passaggio rivoluzionario, in quanto tappa verso l’edificazione tout court del socialismo, quale esito incontrovertibile dell’evoluzione dei rapporti sociali e, perfino, dell’intera storia dell’umanità, senza considerare adeguatamente la retro-azione delle «contraddizioni in seno al popolo», il colpo di coda di uno sviluppo dei rapporti sociali inadeguato a rendere prospetticamente consolidata l’esperienza socialista ed il difetto di completezza rappresentato dai limiti della stessa soggettività rivoluzionaria, almeno nella misura in cui questa incompletezza si è venuta esprimendo nella dialettica tra gli artefici del processo di edificazione delle società socialiste. 

Si rinvengono qui, come in ogni emergenza materialistica e dialettica, un limite e una potenzialità insieme: la necessità di non circoscrivere la riflessione alla mera apologia della «scalata al cielo» e l’esigenza di interpretare il processo di trasformazione come istanza di transizione che può durare «una intera epoca storica» e per la quale è necessario attrezzare le soggettività di classe con gli strumenti più adeguati, sia in termini di «battaglia delle idee», sia in termini di organizzazione delle forze, per renderne l’esito percorribile. Ciò comporta il passaggio dal determinismo storico-politico, di cui era intriso il pensiero della Seconda Internazionale, alla dialettica tra egemonia, direzione e dominio quali fattori della presa del potere e della trasformazione della società, in grado di coinvolgere tutti gli attori (sociali, politici e culturali) della trasformazione nel farsi gramsciano della “egemonia”, politica e culturale, in termini di orientamento e direzione.

Seconda questione: la «legge del valore». Si rinviene qui un limite, connesso all’applicazione della legge del valore in termini di consolidamento del mercato socialista basato sull’accumulazione originaria e la produzione primaria (in termini di «produzione di mezzi di produzione») e non averla processualmente orientata alla realizzazione di un’economia socialista diversificata, capace di associare strati sempre più ampi al tessuto della produzione sociale, intendendo la produzione sociale quale architrave della trasformazione in senso socialista della società. La strategia sovietica dello sviluppo si è basata sulla direzione politica dello Stato, la pianificazione e l’industrializzazione, con i suoi corollari, non secondari, in termini di innovazione delle forze produttive e di mobilitazione di massa della forza di lavoro socialista; tuttavia, non è riuscita ad accedere in misura adeguata, in prospettiva, alla diversificazione produttiva, all’incidenza tecnologica e alla mobilitazione (egemonia) ideo-tecnica necessaria a sostenere i cosiddetti «moltiplicatori dello sviluppo». 

Lo stesso fallimento delle «opzioni esterne al sistema» (la riforma Kosygin, con il sistema dei “premi e incentivi”, la relativa autonomia del “sistema d’impresa” e della variabile di profitto, la parziale liberalizzazione dei prezzi, 1965) ha dimostrato, nel farsi del suo itinerario storico-economico, tanto l’infruttuosità di opzioni esterne quanto la fallacia di prassi variamente liquidatorie. Quella sovietica si è così tradotta, spesso, in una strategia di contenimento dell’accerchiamento capitalistico e di emersione progressiva di massa, peraltro di altissima levatura e rilevante profondità, dalla povertà, anziché - specie nella seconda fase - in un processo di inclusione e di protagonismo sociale effettivo, capace di adattarsi alla mutevolezza delle fasi della trasformazione e di rispondere alle esigenze reali di “dinamizzazione” nella mutevole e problematica temperie del XX secolo.




Obiettivi prioritari della trasformazione restano, pertanto, l’edificazione della società socialista, la realizzazione di un’economia socialista basata sulla proprietà sociale, collettiva e statale, la direzione politica dei fattori economici. All’interno di questi obiettivi prioritari, le declinazioni specifiche, in termini di innovazione dei processi produttivi, di ampliamento della base tecnologica, di estensione del lavoro sociale e del protagonismo della classe lavoratrice e, in generale, del proletariato, risultano, non di meno, fattori decisivi.

Tornando, così, all’applicazione della «legge del valore», rimangono cruciali, e andrebbero opportunamente aggiornate e rilette nella prospettiva del presente, le annotazioni di Stalin contenute nel volume sui Problemi economici del socialismo in URSS (Mosca, 1952), per cui la vigenza del mercato socialista (una economia “di mercato” socialista, concependo il “mercato” quale fattore di regolazione del rapporto città-campagna e, quindi, tra produzione collettiva/statale e produzione cooperativa/rurale) non necessariamente significa l’applicazione del mercato capitalistico né tantomeno la predisposizione di un’economia capitalista tout court:

«La produzione mercantile porta al capitalismo solo se esiste la proprietà privata, se la forza-lavoro si presenta sul mercato come merce che il capitalista può comprare e sfruttare nel processo di produzione, se, quindi, esiste nel Paese un sistema di sfruttamento degli operai salariati da parte dei capitalisti. La produzione capitalistica incomincia là, dove i mezzi di produzione sono concentrati in mani private e gli operai costretti a vendere la forza-lavoro come merce». Un passaggio fondamentale e di grande prospettiva.

Terza questione: la «consistenza degli orientamenti di classe». Le indicazioni strategiche in ordine alla costruzione della formazione economico-sociale socialista sono “orientative”, dal momento che Marx aveva sì analizzato i caratteri della società di classe e del modo di produzione capitalistico ma non aveva fornito condizioni operative e si era sempre rifiutato di abbozzare «ricette per le osterie dell’avvenire». I capisaldi per un tale orientamento, insieme politico e prospettico, possono, tuttavia, essere sintetizzati nei seguenti:

1) la conquista del potere da parte del proletariato e delle masse popolari per rovesciare i rapporti di classe ed avviare l’orientamento in senso socialista dell’economia e della società: la connotazione sociale e di classe, l’ampiezza del suo retroterra popolare e la portata della sua prospettiva universale (dal momento che «il proletariato, liberando sé stesso, libera l’intera umanità») restano, infatti, condizioni cruciali e ineludibili;

2) la definizione della gerarchia delle priorità per orientare la direzione politica del processo economico, perché, come ha scritto Maurice Dobb nella sua Storia dell’Unione Sovietica (Roma, 1972), «Un Paese sviluppato può sfidare le incognite e procedere per ipotesi: un Paese povero può puntare solo sulla carta sicura»;

3) la «questione dei bisogni», ovvero il soddisfacimento della composizione dei bisogni sociali della popolazione nel processo di edificazione socialista (le declinazioni storiche del cruciale, leniniano, «pace, pane, libertà»): se nel processo di industrializzazione «a tappe accelerate» gli obiettivi politici sono di tipo quantitativo, nella fase di costruzione del socialismo sviluppato gli obiettivi politici devono essere legati a criteri, insieme, quantitativi e qualitativi (in termini, insieme, di consolidamento economico e di benessere sociale). Il successo della direzione politica del processo economico si misura non solo in termini di kilowattora di energia prodotti e quintali di volumi di minerali estratti («Il Socialismo è il potere sovietico più l’elettrificazione del Paese», ripeteva Lenin), ma anche in termini di estensione e di approfondimento del benessere sociale attraverso una partecipazione diffusa, una adesione di massa, un ampio miglioramento della qualità di vita.

Quarta questione: la «dinamica della pianificazione socialista». Si tratta di individuare quale pianificazione socialista risponda più efficacemente all’obiettivo della transizione al socialismo. Estrinsecando la formula, infatti, se socialismo era (è) potere sovietico ed elettrificazione generale, cioè potere consiliare a direzione proletaria ed innovazione produttiva e tecnologica nel quadro della direzione programmatica dei fattori economici, non è possibile prefigurare una transizione socialista, obliterando la dimensione sociale del processo rivoluzionario, senza combinare cioè l’orientamento quantitativo e qualitativo della produzione (pianificazione) e la direzione unitaria del processo di massa, guidato dal proletariato e dalle forze di classe, in quanto artefici della produzione di valore sociale, e basato nel più ampio e generale movimento socialista di massa.




Nella pianificazione sovietica si scontrano, negli anni Venti, due tendenze: quella della «scuola genetica» (Kondrat’ev), che intende costruire le variabili della pianificazione sulla base delle risultanze emerse dalle applicazioni precedenti, in modo da adattarle, di volta in volta, alla stregua delle mutate condizioni quantitative e qualitative che la pianificazione aveva determinato; e quella della «scuola teleologica» (Leont’ev), che intende costruire le variabili di piano sostanzialmente in funzione dell’obiettivo che la direzione politica si propone, quali il superamento dell’arretratezza, l’industrializzazione del Paese, l’edificazione del socialismo «per l’essenziale». Si tratta di un’inedita applicazione del «primato della politica». Stalin ribadisce tale concezione, uscita vincitrice nel XV Congresso (Mosca, 1927), ma la problematizza e la amplia, assicurando che:

«La pianificazione che si realizza negli anni Trenta non può essere assunta a modello generale: il suo fine è il superamento dell’arretratezza, scopo rispetto al quale si possono sacrificare altri aspetti, di razionalità economica, di proporzionalità dello sviluppo o di equilibrio nello sviluppo». In tale riflessione, anche qui gravida di implicazioni, non è secondaria la sottolineatura dei fattori complementari dello sviluppo strategico dell’edificazione socialista: razionalità economica, proporzionalità dello sviluppo, equilibrio nello sviluppo.

La pianificazione deve essere come la «programmazione del futuro»: la scomparsa dell’antagonismo città - campagna, il superamento della dialettica tra proprietà sociale, cooperativa, statale e la libera associazione dei produttori nel quadro della produzione sociale pianificata costituiranno le premesse del compimento di un socialismo più maturo, entro il quale «erede della proprietà di tutto il popolo non sarà lo Stato, che dovrà essersi estinto, ma la società stessa, rappresentata dal suo organo di direzione economica». I presupposti saranno dunque, fondamentalmente, due: la generalizzazione del benessere sociale e l’istruzione  poli-tecnica universale. Anche qui si può rinvenire un nesso dialettico di grande profondità ed estremamente attuale.

Quinta questione: «quale pianificazione per quale socialismo», ovvero dal volontarismo rivoluzionario del cosiddetto lavoro d’assalto (emergenza) all’organizzazione socialista dei rapporti di produzione (regolarità). Sempre nel testo di Stalin: «Si dice che la necessità dello sviluppo pianificato proporzionale dell’economia del Paese dà la possibilità al potere sovietico di sopprimere le leggi economiche esistenti e crearne delle nuove. Ciò non è vero. La legge dello sviluppo pianificato è sorta in contrapposizione alla legge della concorrenza, della competizione e dell’anarchia della produzione nel capitalismo […]. È entrata in vigore perché un’economia nazionale socialista si può avere soltanto sulla base della legge economica dello sviluppo pianificato proporzionale dell’economia nazionale». Il problema resta quello delle modalità di applicazione della legge del valore e quindi della direzione politica dei processi di organizzazione dei rapporti di produzione in senso socialista, cioè la dialettica tra evoluzione delle forze produttive e dinamica dei rapporti sociali di produzione:

«I nostri attuali rapporti di produzione attraversano un periodo in cui, corrispondendo alla crescita delle forze produttive, le fanno procedere a passi da gigante. Ma non sarebbe giusto ritenere che non esista alcuna contraddizione tra le nostre forze produttive ed i rapporti di produzione. Contraddizioni esistono in quanto lo sviluppo dei rapporti di produzione ritarda rispetto allo sviluppo delle forze produttive».

Da qui, l’annosa questione del calcolo economico (chozrashot) socialista: sia in relazione ai suoi ritardi (debolezza nell’innovazione tecnologica, strutturale, computazionale), sia in relazione alle sue contraddizioni interne (nessuna teoria socialista del calcolo economico sarà alla fine capace di affermarsi compiutamente), che l’hanno configurata come una variabile decisiva ai fini dell’implosione del sistema, non essendo stati gli economisti sovietici della seconda fase (da Kosygin ad Agambegian) capaci di determinare in modo univoco l’unità di calcolo in applicazione della nozione marxiana, quale lavoro sociale necessario alla produzione in termini di lavoro agente/vivo e lavoro incorporato/morto (con una eco alla polemica Sweezy-Bettelheim).

Sesta questione: la «precipitazione storica». Esito di questa “seconda fase”, la «caduta del Muro» è un evento - simbolo, sia nel senso della periodizzazione, in quanto assunto come spartiacque della storia contemporanea e apice di una complessa evoluzione storico-sociale compendiata nel cosiddetto secolo breve (E. Hobsbawm), sia nel senso della concentrazione evenemenziale, vale a dire per la particolare accumulazione di eventi che in quella congerie si è determinata. Dapprima l’affermazione del primo sindacato non-classista (Solidarnosc), poi l’esperienza delle prime elezioni pluri-partitiche in Polonia, quindi la modificazione del regime dei visti tra Ungheria e Austria, la messa in discussione dell’art. 6 della Costituzione Sovietica e il cambio di paradigma portato dall’abrogazione del principio-guida del Partito quale forza motrice del processo rivoluzionario, forza suprema della società e dello stato socialista, e la conseguente ri-definizione istituzionale che toccò all’URSS con i progetti di trasformazione dell’Unione in repubblica presidenziale a base federale, di cui alla successiva proposta di regolamentazione legata ad un, appositamente denominato, «Trattato sullo Stato dell’Unione»; infine, l’apertura del valico di frontiera a Berlino, la frattura, anche simbolica, del Muro, la fuoriuscita dal Patto di Varsavia e la fine dell’esperienza multi-statuale prima del COMECON, quindi dell’URSS (CSI, 1992).




Tutto questo indica con chiarezza, in primo luogo, che il processo storico della «caduta del Muro» veniva da lontano e datava dalla fine degli anni Settanta, quando per la prima volta erano assurte all’attenzione pubblica le contraddizioni del sistema della pianificazione e della regolazione socialista dello Stato e dell’economia sovietica, a cavallo tra l’introduzione del calcolo economico per le unioni industriali del 1973 e la legge sui collettivi di lavoro del 1983; in secondo luogo, che tale processo aveva le sue radici in profonde motivazioni di ordine politico e, prima ancora, strutturale, venendo quindi a configurarsi la «caduta del Muro» come il venir meno di un’esperienza storico-sociale e l’implosione causata, tra l’altro, dai limiti nella dinamizzazione strategica dell’apparato economico, sociale e statuale sovietico (molto più nella sfera economica e sociale che non nell’ordine politico e istituzionale, come la stessa vicenda cinese avrebbe dimostrato, a partire dalla svolta successiva ai fatti di piazza Tien’an Men della primavera dell’89; ancora, dunque, l’anno fatale 1989).

Ciò, portando l’analisi alle sue ulteriori conseguenze, comporta evidentemente, in linea di principio ed in punta di fatto, due implicazioni: la prima, che un intero processo storico e sociale retro-agisce e condiziona i fatti e le circostanze della fine dell’esperienza storica del socialismo sovietico; la seconda, che non solo tale esito non poteva e non può essere considerato “inevitabile”, in ragione dell’intrinseca natura materialistica e dialettica della sua stessa evoluzione, ma soprattutto non esaurisce il campo delle possibilità di sviluppo di rapporti sociali socialisti e di formazioni economico-sociali socialistiche, come, anche in questo caso, le esperienze storiche recenti, latino-americane, a partire da Cuba, e la vicenda cinese stanno a dimostrare.

Settima questione: «conseguenze ed eredità», vale a dire «da che parte è caduto il Muro», sia nel senso degli esiti che ha determinato, sia nel senso della ri-definizione dei rapporti capitalistici di produzione su scala mondiale. Il dibattito sull’eredità storica del socialismo reale e le discussioni sulle conseguenze storico-sociali che la fine di quelle società di transizione ha prodotto, possono essere messi a fuoco almeno lungo due ordini di problemi. Il primo, la ri-definizione dei rapporti di forza e delle categorie di analisi della realtà capitalistica, che sempre più viene spinta dai circuiti dominanti nella direzione della progressiva unificazione del «dominio capitalistico» e della parallelamente progressiva acquisizione dei «centri di egemonia» (potenzialmente o relativamente) autonomi nella sfera del controllo e del comando capitalistico su scala mondiale. Peraltro, nella fase attuale, la pulsione dell’unificazione del comando capitalistico e la strategia del caos diffuso per fuoriuscire dalla crisi muovono di pari passo. Il caso della Cina è certo il più pertinente.

Si pone, dunque, un problema di analisi di fase e di categorie dell’interpretazione: sostenere la tesi della competizione inter-imperialistica mondiale (mondializzazione capitalistica e imperialistica), problematizzando o superando la categoria della “globalizzazione”, e riaffermare l’inchiesta di classe, la centralità dei rapporti di classe ed un’idea della ricomposizione, su base di classe, del blocco storico-sociale antagonista quando ancora si sente parlare di “società civile” o, peggio, di “fine del lavoro salariato” e di “fine del conflitto capitale-lavoro”, costituisce certamente una premessa politica importante. Queste tesi vengono oggi riprese e discusse, condivise o sfidate, ma sono almeno emerse dalla coltre di oblio in cui pure erano state relegate.

Il secondo corno della questione è rappresentato dalle nuove esperienze storiche “di transizione”, vale a dire quel tessuto ampio di sperimentazioni sociali, politiche ed istituzionali che si stanno cimentando nell’ipotesi di costruzione di società di transizione, su base socialista, non ad ispirazione sovietica, vale a dire nel cosiddetto «socialismo del XXI secolo», emergente in America Latina, in più punti nel Sud e nell’Est del pianeta, con echi e rimandi anche nell’Occidente capitalistico (Beyond GNP Commission, OCSE). Si tratta di una prospettiva di cruciale importanza: rimette a tema l’orizzonte del socialismo e riafferma il compito storico di fuoriuscire dal dominio di classe per traguardare una dimensione di libertà e di giustizia, di liberazione di massa. In tal senso, la «questione del potere» riprende centralità: solo la diretta associazione delle masse popolari, a partire dal moderno proletariato organizzato, al potere e il rovesciamento dei rapporti capitalistici di produzione, con il superamento della proprietà privata dei mezzi fondamentali di produzione e la transizione alla proprietà sociale, statale e cooperativa, degli strumenti produttivi, può attivare tale dinamica, innescata dalla conquista dei fortini e delle casematte che la battaglia delle idee ed il lavoro per l’egemonia concorrono a determinare, alimentata dall’ampliamento degli spazi della democrazia materiale e sostanziale.

Come recentemente Serge Halimi e Pierre Rimbert hanno ricordato, intanto, «la ricomposizione politica è iniziata: trent’anni dopo la caduta del muro di Berlino, il capitalismo di stato cinese estende la propria influenza; l’«economia socialista di mercato», che conta sulla prosperità di una classe media in ascesa, lega il proprio futuro alla continua mondializzazione degli scambi, che fa a pezzi l’industria manifatturiera della maggior parte degli Stati occidentali, compresa quella statunitense, che Donald Trump, fin dal suo primo discorso ufficiale, ha promesso di «salvare dal massacro»; quindi, «la crisi, oltre a smentire il discorso dominante su globalizzazione e democrazia, ha messo in discussione anche gli assunti circa il ruolo economico dei poteri pubblici. Tutto è possibile, ma non per tutti: raramente una dimostrazione di questo principio è stata offerta con tanta chiarezza quanto nell’ultimo decennio. Creazione monetaria frenetica, nazionalizzazioni, azione discrezionale degli eletti e delle elette ai poteri pubblici: per salvare, senza contro-partita, gli istituti bancari, dai quali dipendeva la sopravvivenza del sistema, furono attuate, senza battere ciglio, una quantità di operazioni considerate impossibili e impensabili. Un interventismo massiccio che ha rivelato uno Stato forte, capace di mobilitare la sua potenza in un campo dal quale sembrava essere stato estromesso. Ma il principale obiettivo di questo Stato forte sembrava essere la garanzia di un quadro stabile al capitale».

Se, per un verso, la vulgata della «unificazione moltitudinaria» e della estinzione dello Stato-nazione viene clamorosamente smentita proprio dalla dinamica e dagli esiti della crisi capitalistica, per un altro, una nuova direzione politica e una rinnovata soggettività di classe sono necessarie per appropriarsi e trascendere gli strumenti della trasformazione e dell’edificazione, in senso socialista, dell’economia, della società e dello Stato.




Il «socialismo del XXI secolo» enuclea, all’interno della categoria che lo designa, anche un’ipotesi di fuoriuscita dalla sconfitta storica. La stagione che porta alla «caduta del Muro» era stata segnata dal «sogno della cosa», l’illusione della perestrojka, la «riforma del socialismo» ed il vagheggiamento di una nuova antropologia per un «uomo nuovo», che fosse meno sovietico e più socialista, anzi, come si diceva: socialista democratico o «dal volto umano». Quella opzione, che introduceva una quantità di variabili esterne al sistema, è finita con l’implosione del sistema stesso, il fallimento di quelle speranze, in definitiva, l’ondata neo-liberista. Col riflusso è arrivato il Washington Consensus che, se millantava la sparizione del conflitto di classe, non poteva tuttavia azzerare un antagonismo capace di delineare nuove frontiere di conflittualità: da una parte, il trionfo del «pensiero unico» neo-liberale, dall’altra, di conseguenza, una pluridecennale trincea anti-liberista che l’esperienza del Chiapas, la insurgencia zapatista dell’EZLN (1994), interrompeva, ri-collocando, sul palcoscenico della storia, le rivendicazioni delle masse popolari dei Sud del mondo. Da quel segnale è partita una nuova movimentazione internazionale, di classi e popoli in lotta, che hanno ridiscusso l’egemonia dominante; sull’onda di quella ispirazione anti-imperialista e della fine dell’egemonia unipolare degli Stati Uniti, con l’emergere di nuovi competitori strategici, a partire, ancora una volta, dalla Cina, si sono prodotte trasformazioni sostanziali che parlano di approdi anti-capitalistici, ancora una volta a partire dal Subcontinente.

Altre esperienze, peraltro, sono in corso di sviluppo: si tratta di ipotesi di transizione recenti ed originali nella loro concezione e nella loro ascendenza. Un popolo, dignitoso, grande ed eroico, si è rimesso in marcia, il popolo del Venezuela Bolivariano: sono questi i termini con i quali si è rivolto alle masse, in occasione della Concentrazione Antimperialista Bolivariana (2 Giugno 2008) a Caracas, Hugo Chavez, rilanciando così la questione della transizione socialista. In America Latina, il movimento popolare ha dato prova della sua capacità di innovazione e di tenuta, a partire dalla sua connotazione sociale e, in senso più generale, di classe: «Intendiamo per popolo, quando parliamo di lotta, la grande massa irredenta, quella a cui tutti offrono e quella che tutti ingannano e tradiscono, quella che anela una patria migliore, più degna, più giusta [...]». 

Nella celebre autodifesa, La storia mi assolverà (1953), Fidel Castro ricorda al mondo che «Noi chiamiamo popolo, se di lotta si tratta, i … cubani che stanno senza lavoro desiderosi di guadagnarsi il pane con onore, senza dover emigrare dalla propria patria in cerca di sostentamento; … gli operai stagionali della campagna che abitano in baracche miserabili, che lavorano quattro mesi e soffrono la fame per il resto dell’anno; … gli operai industriali e braccianti … la cui vita è il lavoro perenne e il cui riposo è la tomba; i … piccoli agricoltori, che vivono e muoiono lavorando una terra che non è loro, contemplandola sempre, tristemente, come Mosè alla terra promessa; … i maestri e professori tanto pieni di abnegazione, di sacrifici, necessari al destino migliore delle future generazioni e che tanto male li si tratta e li si paga; … Questo è il popolo! Quello che soffre tutte le sue disgrazie ed è pertanto capace di combattere con tutto il suo coraggio! A questo popolo, il cui cammino di angustia è lastricato di inganni e false promesse, non andavamo a dire: Ti daremo ma semmai: Ecco, prendi, lotta con tutte le tue forze perché siano tue la libertà e la felicità!». Si tratta di una transizione innovativa, che si compone di una grammatica suggestiva, la sua rilevanza consistendo in un progetto rinnovato di edificazione di una nuova umanità, attraverso l’educazione diffusa, l’adesione delle masse al processo di trasformazione e l’individuazione di nuove modalità di partecipazione popolare.

La stessa prospettiva bolivariana, che rappresenta, con l’esperienza socialista di Cuba, l’opzione più promettente nel Subcontinente, è impegnata nella costruzione di «un nuovo blocco storico» a partire da quello che è stato definito il programma dei «cinque motori», vale a dire 1) la riforma costituzionale, 2) la legge abilitante, 3) la questione morale, 4) la nuova «geometria del potere», 5) l’espansione del potere comunale, nonché la socializzazione della produzione con il programma delle «fabbriche socialiste» e, non ultimo per importanza, la nascita del PSUV (il Partito Socialista Unito del Venezuela), di cui il movimento progressista bolivariano si è dotato proprio per consolidare l’unità di massa ed accelerare il processo di trasformazione sociale.

È all’interno di questo disegno che si sta costruendo una ulteriore tappa di quel processo decennale che dovrà portare al «salto di qualità» auspicato. Per l’importanza storica del programma per il «socialismo del XXI secolo», è opportuno entrare nel merito di questa innovativa ipotesi di transizione, in quanto si compone di istanze variamente articolate: anzitutto, mediante i «cinque motori», la trasformazione istituzionale e la associazione delle masse al potere; quindi, il programma di socializzazione dell’economia, con la settimana lavorativa di 30 ore, quale possibilità di dedicare 6 ore della propria giornata ad ogni esigenza di una vita degna (lavoro, studio, riposo e divertimento), per guadagnare un’esistenza più solidale e un’umanità più alta; poi, il programma di recupero della sovranità economica, con la riconquista al potere statale delle risorse produttive fondamentali e la fuori-uscita dal diktat del Fondo Monetario Internazionale, entro cui si inscrive la proposta dell’ALBA (la Alternativa Bolivariana per le Americhe) attraverso cui garantire credito allo sviluppo dei Paesi emergenti, sempre meno disponibili al ricatto delle centrali dell’imperialismo finanziario (come hanno, peraltro, dimostrato le rivolte alle istituzioni di Bretton Woods in Paesi quali il Sudafrica, l’Indonesia e le Filippine). Il «socialismo del XXI secolo», dunque, nell’esperienza latino-americana, può rappresentare un’opzione di apertura di una stagione rivoluzionaria adeguata al presente e proiettata al futuro: citando Rafael Correa, socialismo è la «supremazia delle esigenze del lavoro sui bisogni della accumulazione, necessità dell’azione dello Stato e benessere delle masse, cioè, anche, vivere in armonia con la natura».




È significativo il fatto che, proprio nel 2019 che segna la ricorrenza dei trent’anni della «caduta del Muro di Berlino», Cuba si è dotata di una nuova, aggiornata, costituzione socialista. Proprio nell’anniversario della nascita di Fidel Castro, tra le figure più rilevanti nella storia del XX secolo, è stato inaugurato, il 13 agosto 2018, il processo costituzionale per l’adozione di una nuova costituzione socialista, adeguata alle sfide del presente. La nuova costituzione conferma, a sua volta, il tratto socialista del sistema cubano, innescando il ruolo centrale del partito comunista ed attivando la più ampia partecipazione popolare. L’art. 5 dell’articolato del progetto di nuova costituzione cubana, infatti, dichiara il partito comunista, «martiano, fidelista e marxista-leninista, avanguardia organizzata della nazione cubana, ...forza dirigente suprema della società e dello Stato». 

Vi è qui una base marxista: istituire una cornice giuridica generale (la configurazione sovrastrutturale) al quadro economico e sociale rinnovato dal contesto di interventi (il quadro strutturale) che il socialismo a Cuba ha sperimentato nel corso degli ultimi vent’anni. Vi è, in generale, un quadro complessivo di diritti, teso a consolidare una prospettiva di «tutti i diritti umani per tutti», cioè di unitarietà e di indivisibilità dei diritti umani, sia i diritti civili e politici, sia i diritti materiali e culturali. Nel nuovo progetto costituzionale, infatti, la proposta di art. 1 definisce Cuba uno «stato socialista di diritto, democratico, indipendente e sovrano, organizzato con tutti e per il bene di tutti»; l’art. 3 conferma che «il socialismo e il sistema politico e sociale rivoluzionario, stabiliti nella costituzione, sono irrevocabili»; mentre l’art. 27, richiamando la pianificazione socialista, ricorda che «lo stato dirige, regola e controlla l’attività economica nazionale». La stessa disposizione conclusiva (art. 224) riafferma che «non è possibile sottoporre a revisione i principi riguardanti l’irrevocabilità del socialismo e il sistema politico e sociale così come stabiliti dall’art. 3».

Vi è poi la ridefinizione dell’assetto politico e istituzionale: delineando il profilo di uno stato socialista a modello parlamentare basato sul potere popolare, il progetto costituzionale distingue la figura del Presidente della Repubblica da quella del Presidente del Consiglio (Primo Ministro); il Presidente della Repubblica è eletto dall’Assemblea Nazionale (art. 121) su mandato di cinque anni rinnovabile una volta sola; il Presidente del Consiglio è altresì designato dall’Assemblea Nazionale su proposta del Presidente della Repubblica (art. 136); l’Assemblea Nazionale, a sua volta, resta «l’unico organo dotato di potere costituente e legislativo» a Cuba (art. 98), consolidando inoltre il ruolo non solo dell’Assemblea, ma anche di tutti gli altri strumenti assembleari organizzati, nei quali si forma, si sviluppa e si esprime la volontà popolare.

Vi è infine la ridefinizione dell’assetto economico e sociale: Cuba conferma il carattere socialista del proprio esperimento; propone di sviluppare, approfondire ed attualizzare il sistema socialista; articola, in definitiva, un aggiornamento del socialismo di fronte alle grandi sfide del mondo multipolare e della contraddizione inter-imperialistica per il XXI secolo. Ribadisce (art. 20) «la proprietà socialista di tutto il popolo sui mezzi fondamentali di produzione come forma principale di proprietà». Conferma il carattere pubblico e statale di tutti i comparti strategici o fondamentali dell’economia (suolo e sottosuolo, risorse energetiche e naturali, vie e infrastrutture di comunicazione); riconosce il ruolo del mercato e limita la proprietà privata ai settori minuti, vietando espressamente (art. 22) «la concentrazione della proprietà in persone fisiche o giuridiche non statali, onde garantire i principi socialisti di eguaglianza e di giustizia sociale». Dichiara infine (art. 26) «l’impresa statale socialista il soggetto principale dell’economia nazionale».


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Anche da queste innovazioni scaturisce l’attualità del socialismo, un socialismo all’altezza delle sfide del presente. Indipendenza, dignità e progresso costituiscono le parole-chiave di questo orizzonte e definiscono allora una griglia irrinunciabile, anche per le sinistre di classe ed il movimento rivoluzionario, nel “nostro” Occidente.


venerdì 13 ottobre 2017

Appunti, in occasione del centenario, sull’attualità dell’Ottobre (1917-2017)

Ivan Vasilyevich Simakov (1877-1925), Wikimedia Commons

È sempre opportuno trarre dal passato indicazioni per il presente e orientamenti per l’avvenire, e ricavare, dai grandi momenti della storia dell’umanità, conoscenza e insegnamenti. L’insegnamento che deriva dai grandi processi storici e sociali, al tempo stesso, ne segnala il rilievo, la portata più che ordinaria in termini di connotazioni e di implicazioni; e ne tradisce l’attualità, il fatto che caratteri e movenze fondamentali di quegli eventi storici siano in grado di parlare all’oggi, di consentirci di leggere il tempo presente, di consegnarci una traccia per la trasformazione.  

Non c’è dubbio che oggi, tra i Paesi più intensamente impegnati in un processo di trasformazione sociale e, persino, di orientamento socialista (un socialismo “rigenerato”, peraltro, protagonistico e pluralistico, che si sperimenta attraverso le sfide poste dalla diversificazione economica e dal controllo sociale della produzione), ma anche più drammaticamente minacciati dall’imperialismo (tanto del soft power, di Barack Obama, che lo aveva dichiarato una “minaccia” per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti, quanto dell’hard power, di Donald Trump, che lo ha frontalmente esposto alla minaccia di un’aggressione diretta, perfino militare) vi sia il Venezuela Bolivariano.
 
Ebbene, nello scenario politico odierno, i comunisti venezuelani, tra gli altri, leggono nitidamente il percorso bolivariano proprio sulla falsariga dell’Ottobre, concependolo, allo stadio attuale di sviluppo, come un processo di trasformazione in due fasi: una prima fase caratterizzata da una lotta, compiuta per l’essenziale, di liberazione nazionale, di emancipazione sociale e di apertura di inediti, iniziali, spazi democratici (analogamente alla Rivoluzione di Febbraio del 1917); una seconda fase orientata ad una rivoluzione, ancora da compiersi appieno, per il superamento della democrazia formale e per il rovesciamento dei rapporti di forza e di potere tra le classi (come nell’Ottobre del 1917).
 
 
L’itinerario complesso della Rivoluzione d’Ottobre
 
Se dunque, nello specifico, traendo spunto dall’esempio bolivariano e dalle sperimentazioni in corso di «socialismo del XXI secolo», non riformistico e con una incisiva portata trasformatrice, l’Ottobre continua, a cento anni di distanza da quei «giorni che sconvolsero il mondo», a fungere da chiave di lettura e a conservare la sua potenza sociale e politica, ideologica e culturale, torna d’attualità, più in generale, l’interpretazione medesima della Rivoluzione d’Ottobre quale grande trasformazione rivoluzionaria, incardinata in un processo storico-dialettico, secondo la consolidata lettura leninista.
 
Gustavs Klucis (1933) - Marx, Engels, Lenin, Stalin; Wikimedia Commons

Prende avvio con una prima fase, embrionale, a sua volta figlia degli eventi storico-sociali precedenti, condensatasi nella sollevazione del 9 gennaio 1905 (la “domenica di sangue”), con la petizione degli insorti allo zar (le riforme strutturali e politiche: la riduzione dell’orario di lavoro a otto ore, il salario minimo giornaliero, l’assemblea costituente, che torna, anche in questa circostanza, come parola d’ordine rivoluzionaria); cui fa seguito la spietata repressione da parte delle truppe imperiali, che culmina in un vero e proprio “bagno di sangue”, con centinaia di morti e migliaia di feriti.
 
Matura quindi in una seconda fase, sviluppatasi attorno agli eventi di febbraio, sino al 2 marzo 1917 (la Rivoluzione di Febbraio), inaugurata tragicamente dalla repressione zarista delle manifestazioni di commemorazione della “domenica di sangue”, accesa dagli scioperi di Pietrogrado del febbraio e dalla rivolta di Mosca della fine del mese, culminata con la trasformazione istituzionale e con il superamento della autocrazia; si consolida il dualismo tra la Duma e i Soviet, la proposta dello zar per un’assemblea costituente cade adesso nel vuoto, e lo zar stesso è costretto all’abdicazione.
 
Si sviluppa, infine, in una terza fase, che rappresenta il culmine di questa stagione e l’innesco di un nuovo processo, con la rivoluzione del settembre - ottobre, vittoriosa, simbolicamente, il 25 ottobre 1917, con la conquista del Palazzo d’Inverno (la Rivoluzione d’Ottobre), che porta la mobilitazione rivoluzionaria vera e propria, da Pietrogrado a Mosca, via via a tutti i vari centri della Russia e alla sostituzione di tutti i poteri costituiti con i nuovi poteri rivoluzionari, cioè emanazione dei Soviet, i terminali politici, dei deputati operai, contadini e soldati, di organizzazione e direzione di massa.
 
In questo senso, sin dal 1905, Lenin scriveva che «il Soviet dei deputati operai, in quanto centro di direzione politica della rivoluzione, è una organizzazione […] troppo ristretta. Il Soviet deve proclamarsi governo rivoluzionario provvisorio, o costituire tale governo, mobilitando nuovi deputati, eletti non solo dagli operai, ma anzitutto dai marinai e dai soldati, che si sono battuti ovunque per la libertà, poi dai contadini rivoluzionari, ed infine dagli intellettuali borghesi rivoluzionari.
 
«Il Soviet deve eleggere il nucleo del governo rivoluzionario provvisorio ed integrarlo, poi, con i rappresentanti di tutti i partiti rivoluzionari e di tutti i democratici rivoluzionari (ovviamente, solo i rivoluzionari, non anche liberali). Non solo non temiamo una composizione così ampia ed eterogenea, ma, anzi, la auspichiamo, perché senza l’alleanza tra il proletariato ed i contadini, senza l’intesa combattiva tra i socialdemocratici e i democratici rivoluzionari, il successo della grande rivoluzione russa è impossibile. Si tratterà di un’alleanza temporanea, legata a compiti pratici, immediati e definiti, mentre a guardia dei più importanti e radicali interessi del proletariato socialista … vi sarà sempre il partito operaio socialdemocratico di Russia, autonomo e coerente con i suoi principi».
 
Si affaccia, in questa lettura, un ulteriore tema di attualità: quale grande processo storico-dialettico, come tutte le trasformazioni epocali, la Rivoluzione d’Ottobre non è stata un processo lineare né pre-definito; i rapporti di forza tra le classi e il decisivo orientamento ideologico della direzione rivoluzionaria (i bolscevichi e Lenin) sono stati i fattori che vi hanno impresso il carattere socialista.
 
 
L’Ottobre innanzi al mondo oggi
 
È bene ricordare, a tal proposito, che lo stesso Lenin, nelle «Tesi di Aprile» (1917), concepiva la transizione rivoluzionaria al socialismo come un processo storico, in quanto (tesi 2), «l’originalità dell’attuale momento in Russia consiste nel passaggio dalla prima fase della rivoluzione, che ha dato il potere alla borghesia a causa dell’insufficiente grado di coscienza e di organizzazione del proletariato, alla seconda fase della rivoluzione, che deve dare il potere al proletariato»; inoltre (tesi 8), «il nostro compito immediato non è la “instaurazione” del socialismo, ma, per ora, soltanto il passaggio al controllo della produzione sociale e della ripartizione dei prodotti da parte dei Soviet».
 
Dunque, l’attualità dell’Ottobre, in relazione ai compiti del presente, si staglia, sulla base di questi presupposti, con ancora più evidenza; e, con ancora maggior forza, si impone, di fronte alle sfide di un mondo dilaniato dalla polarizzazione sociale, dalla radicale diseguaglianza, dall’ingiustizia. L’Ottobre parla, essenzialmente, della costruzione di «un mondo nuovo»: l’adesione diretta delle masse popolari, a partire dal proletariato, al potere; il controllo sociale della produzione, la socializzazione della produzione industriale, la collettivizzazione della produzione agricola; i nuovi rapporti internazionali, e tra i popoli e le nazionalità, improntati alla uguaglianza e alla fraternità.
 
Tutto questo di fronte alla crisi del capitalismo del tempo presente, che ci ricorda, al contrario, che, oggi, cento anni dopo l’Ottobre, le otto (otto) persone più ricche possiedono la ricchezza dei 3.6 miliardi (miliardi) di persone più povere del mondo; si stima, a proposito di uguaglianza tra i generi, che saranno necessari, di questo passo, 170 anni (170) alle donne per raggiungere ovunque gli stessi livelli di retribuzione degli uomini; e la guerra segna il presente di trentadue Paesi del mondo. Vi sono, tra i vari, “insegnamenti” nei quali si condensa il tratto di attualità dell’Ottobre, oggi.
 
Il'ja P. Makarychev, Wikimedia Commons

1. La centralità della dinamica di massa, e del proletariato, nella composizione con cui storicamente si determina, nel farsi della storia in quanto «storia del conflitto tra le classi»; in questo senso, sono formidabili, per la portata e per il messaggio, i primi provvedimenti rivoluzionari dell’Ottobre, il decreto sulla pace (la «pace giusta e democratica senza annessioni e senza indennità», con cui, per la prima volta nella storia, vengono rigettate, ufficialmente, la legittimità del dominio coloniale e la pratica della diplomazia segreta); il decreto sulla terra (l’abolizione della proprietà fondiaria e la restituzione della terra ai contadini, anche in questo caso e in questa forma, per la prima volta nella storia); il decreto sulle nazionalità (l’uguaglianza dei popoli ed il diritto all’autodeterminazione).
 
2. La costruzione del fronte anti-fascista, la cui urgenza torna oggi nel quadro di un’Europa sempre più attraversata dai nazionalismi identitari e dalle pulsioni xenofobe, nel contesto del quale l’Unione Sovietica sarebbe stata il centro, prima e dopo la seconda guerra mondiale, delle mobilitazioni anti-fasciste su scala nazionale, pagando inoltre il tributo più alto nella resistenza all’aggressione e nell’avanzata contro la barbarie nazi-fascista (non si dimentichi che l’Unione Sovietica distrusse oltre il 70% delle divisioni tedesche ed ebbe oltre 26 milioni di caduti durante la guerra, per non dire delle 1700 città e 70.000 villaggi, dei 6 milioni di edifici e 65 mila km di ferrovie distrutti).
 
3. La costruzione del fronte anti-imperialista, il cui contributo fu decisivo nel processo di liberazione coloniale e nella questione dell’autodeterminazione dei popoli; Lenin stesso aveva scritto, nel 1915, di rivendicare l’autodeterminazione «non indipendentemente dalla lotta per il socialismo, ma perché questa resta una parola vuota se non è legata indissolubilmente all’impostazione rivoluzionaria di tutte le questioni democratiche, compresa quella nazionale. Noi esigiamo la libertà di autodeterminazione, cioè l’indipendenza, la libertà di separazione delle nazioni oppresse, non perché sogniamo il frazionamento economico o l’ideale dei piccoli Stati, ma viceversa perché desideriamo dei grandi Stati, l’avvicinamento e la fusione tra le nazioni, su una base veramente democratica e internazionalista».
 
Pubblicato in italiano lo scorso 30 settembre, anche il commento di Michael Löwy «sul significato della Rivoluzione d’Ottobre» ne mette opportunamente in luce il carattere di radicalità e innovazione, come di un evento che conserva la sua attualità e mantiene intatto il suo più autentico significato. Tanto per cominciare, quanto al percorso di emancipazione, «i progetti emancipatori radicali del XXI secolo non hanno bisogno di “partire da zero”: possono basarsi sulle lezioni dell’Ottobre. Per esempio: per cambiare la società, hai bisogno di un movimento rivoluzionario di massa delle classi subalterne, in grado di rovesciare l’apparato statale dominante, di spezzare la griglia della gabbia di ferro capitalistica e di imporre l’appropriazione collettiva dei mezzi di produzione».
 
D’altra parte, «sono anche comparsi nuovi problemi, che la generazione del ‘17 non avrebbe potuto prevedere. Tra questi, la questione ecologica, la distruzione della natura da parte della civilizzazione industriale (capitalista) con conseguenze drammatiche, è forse la più importante. […] Credo che ci saranno rivoluzioni emancipatorie anticapitalistiche nel XXI secolo: questa non è una previsione, ma una scommessa. […] Parafrasando … José Carlos Mariátegui: le future rivoluzioni non saranno una pura e semplice imitazione delle esperienze precedenti, ma la creazione eroica del popolo».
 
 
L’Ottobre e il marxismo, vitalità e innovazione
 
Nel suo fondamentale articolo di interpretazione e comprensione degli eventi rivoluzionari, pubblicato sull’“Avanti” il 24 novembre 1917, Antonio Gramsci non si sofferma esclusivamente su una lettura della Rivoluzione d’Ottobre come di una «Rivoluzione contro il Capitale», ripudiando il primato delle ideologie sui fatti e smentendo la ferocia dei canoni del materialismo storico: «La rivoluzione dei bolscevichi è materiata di ideologie più che di fatti […]. Essa è la rivoluzione contro il “Capitale” di Carlo Marx. Il “Capitale” di Marx era, in Russia, il libro dei borghesi, più che dei proletari.
 
«Era la dimostrazione critica della fatale necessità che in Russia si formasse una borghesia, si iniziasse un’era capitalistica, si instaurasse una civiltà di tipo occidentale, prima che il proletariato potesse neppure pensare alla sua riscossa, alle sue rivendicazioni di classe, alla sua rivoluzione. I fatti hanno superato le ideologie. I fatti hanno fatto scoppiare gli schemi critici entro i quali la storia della Russia avrebbe dovuto svolgersi secondo i canoni del materialismo storico. I bolscevichi rinnegano Marx, affermano, con la testimonianza dell’azione esplicata, delle conquiste realizzate, che i canoni del materialismo storico non sono così feroci come si potrebbe pensare e come si è pensato».
 
Gramsci proponeva piuttosto una connessione, anch’essa attuale e vivificante, per la quale sono, essenzialmente, la concretezza delle condizioni storiche e la creatività della volontà solidale, a plasmare e adattare il marxismo, come teoria della prassi e teoria della rivoluzione, alla dinamica della trasformazione orientata all’emancipazione, la liberazione dal bisogno e dalla paura. Così facendo rende evidente, per converso, la vitalità del marxismo come teoria della prassi e della rivoluzione.
 
I bolscevichi «non hanno compilato […] una dottrina esteriore di affermazioni dogmatiche […]. Vivono il pensiero marxista, quello che non muore mai, e […] questo pensiero pone sempre, come massimo fattore di storia, non i fatti economici, bruti, ma l’uomo, la società degli uomini, degli uomini che si accostano fra di loro, si intendono fra loro, sviluppano attraverso questi contatti (civiltà) una volontà sociale, collettiva, e comprendono i fatti economici e li giudicano e li adeguano alla loro volontà, finché questa diventa la motrice dell’economia, la plasmatrice della realtà oggettiva, che vive, e si muove, e […] che può essere incanalata dove alla volontà piace».
 
Bandiera Rossa sul Reichstag, immagine simbolo della vittoria

La stessa vitalità, del resto, si rinviene nelle parole di Palmiro Togliatti, quando, riflettendo su «Lo studio delle questioni russe» (1927), rileva che «la piattaforma su cui essi combatterono fu la piattaforma tradizionale del bolscevismo, che si era concretizzata, a contatto con una nuova situazione rivoluzionaria oggettiva, in una nuova prospettiva immediata e in una nuova parola d’ordine». Si indicava, con ciò, la plasticità di una “piattaforma” generale capace di concretizzarsi nell’attualità.
 
Proseguendo, con un rimando di spiccata lucidità e di pregnante vitalità: «La maturità del sistema capitalistico non significa che il passaggio alla costruzione del socialismo possa e debba avvenire contemporaneamente in tutti i Paesi. Essa non significa nemmeno che in tutti i Paesi i rapporti di produzione e i rapporti di forza tra le diverse classi siano giunti allo stesso punto di sviluppo. Al contrario, lo sviluppo imperialistico del capitalismo ha dato più grande evidenza che nel passato alla legge della ineguaglianza dell’evoluzione economica dei diversi Paesi.
 
«Il periodo attuale è periodo di squilibri improvvisi e profondi tra un Paese e l’altro, di impossibilità di ridurre ad unità tutto il mondo della produzione. Ciò fa’ sì che anche la rivoluzione proletaria sia qualcosa di grandemente complesso. Non si tratta del subitaneo apparire nel mondo di un nuovo ordine di cose, ma di un lungo e complicato processo storico, il quale comprende in sé fatti e periodi svariati, vittorie rivoluzionarie, sconfitte e ritirate, guerre imperialistiche e periodi di pace relativa, crisi acutissime e momenti di temporanea e parziale stabilizzazione».
 
Ed anche in questo, di fronte al mondo del tempo presente, innanzi alle tensioni e alle contraddizioni, alle minacce dell’imperialismo, alla dinamica del conflitto tra le classi e della divisione del lavoro su scala internazionale, alle prospettive della pace mondiale, sta l’attualità più viva che mai dell’Ottobre. Un’attualità che non può che stare a cuore, a chi lotta per la dignità, per la giustizia, per la pace.


Collegamenti:
Sul socialismo del XXI secolo, cfr.: il discorso di Hugo Chávez (2005) al FSM di Porto Alegre.
Sulla natura dei soviet (consigli), cfr: l’articolo di V. I. Lenin (1905) per la redazione di Novaja Gizn.
Sul carattere della rivoluzione come processo storico-sociale, cfr.: V. I. Lenin (1917), “Tesi di Aprile”: .
Sull’autodeterminazione dei popoli, cfr.: V. I. Lenin (1915), “Il diritto di autodecisione delle nazioni”.
Sulla celebre interpretazione gramsciana, cfr.: A. Gramsci (1917), “La Rivoluzione contro il Capitale”.
Sulla celebre lettura togliattiana, cfr.: P. Togliatti (1927), “Direttiva per lo studio delle questioni russe”: pubblicato originariamente ne “Lo Stato Operaio”, a. I, n. 2. aprile 1927, pp. 125-138.
Sulla natura originale del socialismo, cfr.: J. C. Mariátegui (postumo, 1955), “Difesa del Marxismo”.