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lunedì 11 maggio 2026

Sovintern - per il Socialismo del XXI secolo


Ma cos’è dunque questa Sovintern che si è svolta a Mosca e che sta “girando” tra social, blog, video, siti e portali di informazione? Il senso dell’iniziativa, che sta avendo, sino a questo momento, per le intuibili ragioni legate soprattutto alla relazione geopolitica tra UE e Russia e alle limitazioni cui sono sottoposte le relazioni dirette tra Paesi UE e Federazione Russa, circolazione molto più in altri contesti, e nel Sud globale, di quanta ne stia invece avendo in Europa occidentale, si rivela con maggiore chiarezza nel momento in cui si mettono insieme tutti i pezzi che ne compongono l’interessante e promettente mosaico.

Intanto, il “pezzo” più importante: le riflessioni, le discussioni e le analisi condivise tra i partecipanti alla prima edizione di questo Forum internazionale che, com’è noto, si è celebrato a Mosca tra il 25 e il 29 aprile scorsi, con partecipanti affluiti in gran numero, dal momento che alla fine il contatore delle presenze si è attestato a circa 300 partecipanti, delegati di 100 partiti di ispirazione antimperialista, socialista e comunista, provenienti da oltre 70 paesi di tutti i continenti, Europa, Asia, Africa, Nord e Sud America.

Partecipando ai tavoli di lavoro, discutendo nelle sessioni tematiche, dialogando con i partecipanti, nei diversi momenti, ufficiali e informali, della conferenza, emergono in tutta evidenza tre assi intorno ai quali, per un verso si coagula l’energia politica di cui l’iniziativa è stata indubbiamente catalizzatrice, e per l’altro si avvia la definizione di un vero e proprio manifesto politico, di una vera e propria piattaforma politica, che sarà necessaria per costruire iniziativa e sviluppare ulteriormente la convergenza.

Intanto, il tema fondamentale, decisivo, della sovranità e della resistenza: l'importanza cioè di definire, costruire e articolare risposte unitarie alle pressioni, alle ingerenze e alle interferenze esterne, alle sanzioni illegali e alle misure coercitive unilaterali, alla guerra multidimensionale in una parola, che le potenze imperialistiche, il blocco occidentale, stanno scatenando contro Stati e popoli del mondo che intendono lottare per la propria dignità e autodeterminazione e che sono indisponibili a piegarsi ai diktat dell’imperialismo.

Se volessimo racchiudere il tutto in un’impressione e in poche parole: l’impressione suscitata dal continuo riferimento, durante le giornate di lavoro di Sovintern, ai principi cardine delle relazioni internazionali e della convivenza pacifica: eguaglianza sovrana; non ingerenza nelle questioni interne dei singoli Paesi; autodeterminazione dei popoli, nella loro libertà e nel loro diritto di scegliere liberamente le forme della propria organizzazione sociale e le modalità del proprio sviluppo economico. In questo senso, e nel rifiuto del doppio standard e della logica di potenza nelle relazioni internazionali, sta dunque il ritorno della parola chiave «sovranità», sovranità popolare, politica, economica, strumento di difesa dalle condotte egemoniche e predatorie e fattore di tutela e di avanzamento delle conquiste economiche e sociali.

L’impianto complessivo degli aderenti alla Sovintern fa dunque riferimento alle sinistre di classe, fondate nel movimento dei lavoratori e delle lavoratrici, con un impianto socialista, patriottico e antimperialista, e si sintetizza in tre parole chiave: antimperialismo, anticolonialismo, autodeterminazione.

Poi vi è senza dubbio il tema della memoria: è una delle frasi che abbiamo sentito ripetere, ad esempio, non solo durante le giornate del Sovintern, ma anche nel contesto del «Press Tur», la visita di conoscenza e di informazione, dedicata essenzialmente a giornalisti, mediattivisti e creatori di contenuto, nei territori del Donbass, laddove «senza memoria non può esistere il presente e non si può costruire il futuro».

Le memoria storica, dunque, come fattore di impulso delle lotte sociali quale fondamento della dignità dei popoli, e come elemento di costruzione e di avanzamento sulla base delle grandi conquiste storiche, politiche, istituzionali, sociali ed economiche che lascia in eredità la lunga storia, grande e complessa, dei socialismi novecenteschi e che viene irrorata dalle nuove forme di socialismo del XXI secolo e dalle inedite esperienze di lotta e di trasformazione che attraversano tanti contesti, a tutte le latitudini.

Dunque, non è solo “estetica”, ma anche “politica” lo spaccato della manifestazione: il richiamo, sin nel nome Sovintern, alla Comintern, l’Internazionale Comunista; il riferimento alla civilizzazione sovietica; il tributo alla memoria degli eroi della lotta di resistenza e di liberazione, oltre che alle conquiste del socialismo; la scelta della sede, la Sala delle Colonne nella Casa del Sindacato, e perfino della destinazione, Mosca, storico punto di riferimento del movimento internazionale dei lavoratori e delle lavoratrici.

Uno schema che non è venuto meno nel «Press Tur» in Donbass: il Museo della Grande Guerra Patriottica (Museo della Liberazione del Donbass) a Donetsk; il Complesso Monumentale di Saur-Mogila, nel distretto di Horlivka; la Visita al Teatro di Mariupol, ove si consumò il 16 marzo 2022 uno dei più esecrabili crimini contro l’umanità da parte del famigerato battaglione Azov, che ne minò il tetto causando la morte di decine di civili; il Museo della Giovane Guardia a Krasnodod; e ovviamente, a Mosca, il Museo della Vittoria.

Non ultimo per importanza, dunque, il tema della “giustizia globale”, come giustizia internazionale e giustizia sociale, per cui, ad esempio, anche nel corso dei lavori del Sovintern, insieme con le riflessioni sul socialismo e le sue nuove declinazioni per il XXI secolo, non sono mancati i riferimenti alla “pace positiva”, la pace con giustizia sociale: la necessità di consolidare i meccanismi di solidarietà, di cooperazione e, appunto, di giustizia sociale per un sistema equilibrato (un rinnovato equilibrio del mondo, «con tutti e per il bene di tutti», per riprendere le parole dei compagni cubani) che rispetti e ricostruisca il diritto e la giustizia internazionale.

Una caratterizzazione la danno, certo, le organizzazioni e i movimenti “iniziatori” di questa nuova Internazionale, che vale dunque la pena ripercorrere per esteso: il partito Russia Giusta, il Partito Comunista Americano (ACP), il Fronte Sandinista di Liberazione Nazionale (FSLN), il Partito dei Socialisti della Repubblica di Moldavia (PSRM), il Workers Party (Gran Bretagna), Tunisia Avanti, il Partito del Progresso e del Socialismo, Marocco, il Movimento dei Socialisti, Serbia, la Unione dei Socialisti Democratici della Repubblica Democratica del Congo.

Ancor più eloquenti sono le tracce di lavoro sulle quali l’assise si è messa in moto, enucleate dalle risoluzioni approvate nei lavori della conferenza: contro l’aggressione statunitense e israeliana contro l’Iran; per la fine del blocco contro Cuba socialista; a supporto della Corea popolare; sulla compensazione per le conseguenze del colonialismo e del neocolonialismo in Africa; sulla risoluzione della crisi in Ucraina; per l’immediato rilascio del legittimo presidente della Repubblica Bolivariana del Venezuela, Nicolas Maduro.

C’è poi l’ultimo versante, anche questo di notevole interesse, le dichiarazioni dei protagonisti. George Galloway, ad esempio: “Sono contro l'imperialismo, che Lenin identificava come la fase suprema del capitalismo. Credo che il capitalismo conduca all'imperialismo e l'imperialismo alla guerra, e la nostra opposizione alla guerra e all'imperialismo è quindi fondamentale. Quando diciamo di essere a favore del socialismo, lo diciamo sul serio, come pure quando diciamo di essere a favore del socialismo nel XXI secolo. Siamo un movimento per il socialismo nel XXI secolo. E abbiamo gli strumenti del XXI secolo per rendere questo movimento moderno e rivoluzionario”.

E Booker Omole: “Oggi affermiamo che l'intero Sud globale non può combattere, vincere e costruire il progetto più urgente, ovvero il socialismo, finché non avrà portato a termine il compito più immediato, che è la lotta per la sovranità di ogni Paese, attualmente sotto attacco da parte degli Stati Uniti. [...] Pertanto, per poter realizzare il compito più urgente, ovvero iniziare a costruire il socialismo, dobbiamo prima lottare per la sovranità. [...] Auspichiamo che, dopo la lotta per l'umanità, si possa iniziare il compito immediato che chiamiamo rivoluzione democratica nazionale. E dopo la rivoluzione democratica nazionale, si potrà iniziare il compito più importante e decisivo: la costruzione del socialismo”. 
 
Alla fine - non poteva essere diversamente - la parola d’ordine, come portato della storia e progetto del futuro, è e resta questa - socialismo. 

mercoledì 2 novembre 2022

Tracce di attualità del socialismo e prospettive per l’unità dei comunisti

20e Congrès du Parti communiste chinois, China News Service, CC BY 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=124474423

La prospettiva o, per meglio dire, le prospettive per l’unità dei comunisti e delle comuniste nel nostro Paese traggono alimento da una serie di condizioni reali che, dislocandosi sul piano sociale e a livello politico, configurano un’opportunità, allo stesso tempo, complessa, preziosa e delicata.

Un’opportunità preziosa perché può dare concretezza e slancio al tentativo, che non può che traguardare la prospettiva di un nuovo inizio su basi convincenti e rinnovate, di costruire uno spazio politico condiviso per i comunisti e le comuniste del nostro Paese. Ma, al tempo stesso, una circostanza estremamente delicata e potenzialmente fragile, vuoi perché non pochi sono i compagni e le compagne che portano con sé la storia di una, spesso lunga, esperienza politica e militante in altre organizzazioni politiche della sinistra di classe, vuoi perché precisi devono essere il contorno e il profilo di una proposta di organizzazione che non imploda, non si esaurisca in sé stessa, non dia luogo a spinte centrifughe, non coltivi l’illusione delle scorciatoie, non si perda in soggettivismi, leaderismi, velleitarismi.

Lo spunto originario, sotto questo profilo, contenuto nell’appello promosso, tra i primi firmatari, dai compagni Manlio Dinucci, Carlo Formenti, Fosco Giannini, portava con sé un’indicazione importante: quella di rivolgersi ai comunisti e alle comuniste, quelli «organizzati nei loro partiti, riviste, associazioni, movimenti e all’intera area della diaspora comunista», e di prospettare l’impegno per l’unità dei comunisti su basi politicamente coese e ideologicamente affini, anche a partire da riviste, collettivi e associazioni di ispirazione marxista e leninista, allo scopo di sfuggire alla tenaglia del dogmatismo, da una parte, e dell’eclettismo, dall’altra. Recuperando questa ispirazione di fondo, è allora da verificare non tanto la possibilità quanto soprattutto la praticabilità dell’ipotesi, verificare cioè, in un cimento collettivo, le condizioni, gli spazi, le forze per andare avanti su queste basi.

È ridondante, in questa sede, ribadire la cornice di contesto, la dinamica di fase, all’interno della quale tale progetto viene a iscriversi: la rinnovata pericolosità del capitalismo finanziario e la esasperata aggressività dell’imperialismo che, di fronte alla crisi della propria egemonia e all’apertura della prospettiva di un mondo multipolare, rinnova la minaccia e l’esercizio della guerra, contro la libertà, lo sviluppo e l’autodeterminazione dei popoli; il moltiplicarsi, di conseguenza, di scenari di crisi e di conflitto che prefigurano la prospettiva di una «risposta nell’emergenza» alla crisi di egemonia e la continua minaccia alla pace, alla possibilità di uno sviluppo pacifico e alle condizioni di libertà e di indipendenza dei popoli, come mostrano gli scenari di tensione e di conflitto aperti, dal Donbass a Taiwan, passando per il Vicino Oriente e l’Africa subsahariana; l’aggravarsi, infine, della crisi strutturale del capitalismo, che, nel continuo peggioramento delle condizioni materiali di esistenza e di diritti delle masse popolari, e, in primo luogo, dei lavoratori e delle lavoratrici dei Paesi che una volta si sarebbero definiti a “capitalismo avanzato”, segnala l’urgenza di un cambio complessivo di paradigma.

È di fronte a questo scenario, rapidamente sbozzato ma su cui specifici e puntuali approfondimenti, in collegamento con le realtà comuniste e progressiste dei rispettivi Paesi, sono in corso e sempre più vanno alimentati e sostenuti, che si pone il compito grande che sta di fronte ai comunisti e alle comuniste del pianeta: sviluppare e consolidare i legami di reciproca solidarietà e vicinanza, anche attraverso la creazione di reti e forum di discussione e di iniziativa comune; approntare e strutturare una linea e un lavoro di massa, all’interno di ciascun Paese, per sviluppare il conflitto sociale e orientare le masse popolari, a partire dai lavoratori e dalle lavoratrici, verso conquiste sociali e democratiche sempre più avanzate. Per quanto una chiara, imprescindibile, analisi della moderna composizione di classe sia ancora in svolgimento, è da queste premesse sociali e di fase che è opportuno e necessario partire, sulla base del marxismo, del materialismo storico e dialettico, del grande sviluppo politico e culturale del socialismo nel corso del Novecento, delle istanze più significative e più avanzate aperte dalla prospettiva del «socialismo del XXI secolo», dell’esperienza storica e politica dei comunisti nel nostro Paese.

Proprio a cavallo di questo autunno, alcuni eventi di grande portata sono intervenuti, segnalando elementi di notevole incidenza politica e di rilevante valore prospettico: lo svolgimento del XX congresso del Partito comunista cinese; la rinnovata attenzione nei confronti dell’esperienza di Cuba socialista; la riarticolazione, in Italia, di un movimento per la pace e contro la guerra, su una base potenziale di massa. Più in generale, in alcuni Paesi europei, in particolare la Francia e la Repubblica Ceca, la ripresa di una mobilitazione di massa politicamente avanzata, per il lavoro e la giustizia sociale, contro la guerra e le sanzioni, a difesa dei diritti dei lavoratori e delle lavoratrici.

Certamente lontani e apparentemente scollegati, essi segnalano tuttavia alcuni contenuti tematici, alcuni nuclei politici, intorno ai quali si concentra, e ancora più dovrà concentrarsi, l’attenzione dei comunisti e delle comuniste. Il XX congresso del Partito comunista cinese, l’organizzazione che rappresenta, al tempo stesso, un partito comunista al potere e la seconda più grande organizzazione politica al mondo per numero di iscritti, ha prospettato l’apertura di una «nuova era» e aggiornato il profilo del socialismo con caratteristiche cinesi (in termini politici e istituzionali) e dell’economia socialista di mercato (in termini economici e sociali) ai fini della transizione da una «società socialista moderatamente prospera» a una «società socialista moderna a tutti gli effetti», nella quale, riprendendo i termini con cui si esprime la risoluzione finale, non solo costruire un «nuovo modello di sviluppo» basato sulla promozione di uno sviluppo avanzato di qualità, sull’avanzamento del ciclo produttivo e del mercato interno e sul miglioramento dello sviluppo industriale e dello sviluppo coordinato, ma anche delineare il profilo di una rinnovata «democrazia popolare», attraverso la quale garantire che i cittadini e i lavoratori siano al governo del Paese, il percorso di sviluppo politico socialista sia perseguito, i diritti e gli interessi delle persone siano protetti, la creatività sia stimolata, la democrazia consultiva e la democrazia di base siano sviluppate in modo articolato e completo.

Si tratta di un’indicazione essenziale, non un modello universale, ma un’esperienza irrinunciabile, anche per i comunisti e le comuniste del nostro Paese: afferma la centralità del socialismo, a partire dalle sue basi marxiste, nella vita e nello sviluppo del Paese; aggiorna la questione cruciale della transizione come processo storico e politico di avanzamento e di rigenerazione; conferma il gigantesco potenziale di innovazione che il socialismo è in grado di esprimere nel traguardare obiettivi pluridecennali e secolari. Socialismo, trasformazione e innovazione, dunque, con buona pace dei tanti denigratori che, al contrario, si ostinano, banalmente e ripetitivamente, a vedere nel socialismo solo stasi e grigiore.

Diversa, per il suo contesto specifico, per il suo retroterra storico e per la sua configurazione sociale, l’esperienza di Cuba socialista, con il vasto movimento di solidarietà presente e attivo nei cinque continenti, costituisce, non di meno, un punto di riferimento irriducibile. Si pensi solo, in riferimento al socialismo cubano, alla sua capacità di rispondere, con difficoltà ma con successo, al pluridecennale bloqueo criminale imposto dall’imperialismo, e alla sua vitalità nel difendere le conquiste del socialismo e avanzare verso diritti sempre più solidi ed estesi, attestati, tra le altre cose, dalla collocazione di Cuba tra i Paesi ad alto sviluppo umano, dagli elevati livelli e qualità della scolarizzazione, da un sistema di ricerca e di protezione sanitaria universale tra i più avanzati.

 

Philippe Antoine, Paris, France, CC BY 2.0
<https://creativecommons.org/licenses/by/2.0>
via Wikimedia Commons

Come ha scritto, nel luglio dello scorso anno, Gianni Minà, infatti, a fronte di un vero e proprio embargo durato sessant’anni e dodici presidenti USA, «i cubani, in tutto questo tempo, hanno dimostrato che non hanno vissuto in un «gulag tropicale» come i media occidentali hanno sempre voluto descrivere questa piccola isola in maniera capziosa: non si sopravvive alla crudezza del periodo speciale [...] senza un consenso popolare di massa che non è basato sulla repressione». Si tratta, anche in questo caso, di un contenuto fondamentale anche (forse soprattutto) per i comunisti e le comuniste occidentali: non solo il socialismo è in grado di declinare il binomio democrazia/diritti in maniera più compiuta e più efficace di quanto possano immaginare le cosiddette “democrazie occidentali”, ma, in particolare, è in grado di esprimere contenuti di partecipazione e di avanzamento reale tra i più significativi al mondo.

Basti pensare, per limitarsi a un solo esempio, alla recente approvazione, a Cuba, del nuovo Codice della Famiglia: per un verso, una rappresentazione estremamente vivida della capacità di innovazione e di avanzamento del sistema sociale cubano, per l’ampliamento della sfera dei diritti che viene a definire e per il carattere delle sue disposizioni; per altro, un fattore non solo di sviluppo, ma anche di partecipazione, con l’organizzazione di un dibattito pubblico, attraverso migliaia di assemblee, sui contenuti del Codice, sottoposto a consultazione popolare per l’approvazione definitiva; infine, un’applicazione concreta dell’inestricabile correlazione tra diritti sociali e diritti civili, con lo spazio delle libertà personali e affettive che insiste sullo spazio dell’inclusione sociale e della giustizia sociale e che, in prospettiva, conferma il nesso, teorico e politico, essenziale, della universalità e indivisibilità dei diritti umani in tutte le loro generazioni (come diritti civili e politici; come diritti economici, sociali e culturali; come diritti dei popoli e dell’ambiente; come diritti digitali), nel senso di «tutti i diritti umani per tutti». Il tutto enucleato, anche in questo caso, nel solco dell’esperienza e della pratica del socialismo.

Il socialismo continua a porre, dunque, per il presente e per l’avvenire, la grande questione del nesso storico tra democrazia, diritti e inclusione sullo sfondo delle grandi istanze dell’uguaglianza, dell’autodeterminazione e della giustizia sociale. E così come, richiamando Jean Jaurès, «il capitalismo porta la guerra come le nuvole portano la pioggia», allo stesso modo il socialismo alimenta, con coerenza ed efficacia, il percorso della mobilitazione, cui i comunisti e le comuniste hanno sempre offerto e continuano ad offrire un contributo essenziale, «contro la guerra e per la pace».

Anche in quella che si annuncia come la prima mobilitazione di massa per la pace da diversi anni in Italia, la manifestazione del 5 novembre a Roma, sono le soggettività comuniste, progressiste e pacifiste conseguenti, a fronte delle carenze e delle debolezze di altre piattaforme e di altri posizionamenti, a portare le parole d’ordine più incisive: per il cessate-il-fuoco e l’immediata apertura di spazi praticabili per la politica, la diplomazia e la pace; per la cessazione immediata dell’invio di armi in Ucraina; per la cancellazione immediata delle sanzioni contro la Federazione Russa; per la firma e la ratifica del Trattato di Proibizione delle Armi Nucleari; per la lotta contro la speculazione e gli assetti dominanti che, in uno con le sanzioni, sono all’origine del carovita, che sta facendo precipitare le condizioni materiali di esistenza dei lavoratori e delle lavoratrici; per lo scioglimento della NATO, la lotta contro i governi di guerra e la lotta contro le basi e le servitù militari straniere presenti nel nostro Paese.

Si pensi solo, anche in questo caso, alla storica esperienza dei Partigiani per la Pace e alle mobilitazioni contro la guerra, contro il riarmo, contro il nucleare, per avere un’idea del ruolo decisivo giocato dal movimento dei lavoratori e dai comunisti di tutto il mondo nella lotta contro la guerra e per la pace. Ma anche la convergenza, sui temi della pace e della salvaguardia dell’umanità, delle forze sociali e culturali più avanzate, delle forze del lavoro e dell’intellettualità democratica e socialista: ancora in riferimento ai Partigiani per la Pace, ad esempio, figure quali Pablo Picasso, Louis Aragon, Il’ja Erenburg, Pablo Neruda, Albert Einstein e, tra gli italiani, Elio Vittorini, Salvatore Quasimodo, Renato Guttuso.

È un filosofo del nostro tempo, Domenico Losurdo, a ricordare la connessione inestricabile, tipica di Marx e dell’intero pensiero marxista, tra le questioni della pace, del progresso e dell’emancipazione; qui, la questione di classe porta con sé la convergenza tra emancipazione del proletariato e liberazione dell’umanità: «L’universalismo mette in discussione da un lato l’assoggettamento coloniale e la schiavitù o semi-schiavitù coloniale e dall’altro l’idea per cui le «razze superiori» sarebbero destinate a dominare quelle «inferiori» e i popoli di cultura «superiore» sarebbero chiamati a dettar legge a quelli di cultura «inferiore». È precisamente in questo contesto politico-ideologico che l’idea universalistica di un mondo senza guerre può ispirare un movimento di massa».

Non solo: «Nelle colonie, dove un intero popolo è assoggettato, privato della terra, deportato e spesso decimato, la «questione sociale» si presenta come «questione nazionale» (ovvero la lotta di classe tende a configurarsi al contempo come lotta nazionale). L’osservazione è di Marx, che aggiunge: «La profonda ipocrisia, l’intrinseca barbarie della civiltà borghese ci stanno dinanzi senza veli, non appena dalle grandi metropoli, dove esse prendono forme rispettabili, volgiamo gli occhi alle colonie, dove vanno in giro ignude», come mostra, in particolare, il ricorso contro i nativi a pratiche genocide. La lotta degli «schiavi delle colonie» è una grande lotta di classe e, al tempo stesso, una lotta per la pace e contro le forme più brutali di guerra e di violenza.

Per citare un passaggio, non tra i più noti, del leader storico, con Antonio Gramsci, dei comunisti italiani, Palmiro Togliatti, nella relazione conclusiva ai lavori del VII Congresso del Partito comunista (1951), «il miglioramento delle condizioni di esistenza di tutto il popolo dipende dalla conservazione della pace e da una profonda trasformazione della situazione economica, sociale, politica che sta davanti a noi. [...] Poiché vogliamo impedire la guerra, per questo vogliamo creare in Italia una situazione politica e sociale nuova, e prima di tutto una situazione tale in cui tutto il Paese, nella sua parte sana, nella sua parte produttiva, intelligente e democratica, si rifiuti di seguire la politica del governo attuale che ci porta alla guerra, che ci porta alla rovina. Ecco quello che noi vogliamo, ecco qual è il significato più profondo della nostra proposta. [...] Essa tende a salvare la pace, la democrazia e il benessere di tutti. Essa apre all’Italia la prospettiva di una trasformazione sociale la quale possa essere compiuta attraverso uno sviluppo pacifico». Sarebbe difficile, anche in considerazione della fase storica del nostro tempo, trovare parole più pertinenti ed attuali.

Insomma, uno spazio nuovo e attuale per un’aggregazione unitaria, su basi politicamente coese e ideologicamente affini, dei comunisti e delle comuniste del nostro Paese corrisponde a un’esigenza, come si provava a dire all’inizio, non solo di ordine tattico, ma anche di prospettiva strategica: non solo, cioè, per offrire una prima risposta possibile alla dolorosa questione della “diaspora comunista” e ai limiti, vari e diversi, delle aggregazioni politiche attualmente esistenti in Italia; ma anche per riprendere, in maniera più convincente, il percorso del consolidamento, dell’approfondimento e dell’innovazione del pensiero e della prassi del marxismo e del leninismo di fronte alle sfide del tempo presente. Ciò in maniera né settaria né autoreferenziale: proprio su queste basi, e a partire da tali premesse teoriche e politiche, può essere impostata la riflessione sull’accumulazione di forze, sulla massa critica necessaria, e, di conseguenza, sulla politica delle alleanze cui si potrà dare corpo, ai fini della costruzione di uno spazio politico entro il quale moltiplicare tali contenuti di pace, progresso e giustizia sociale.

Le esperienze socialiste e le sperimentazioni dei comunisti e delle comuniste ai quattro angoli del pianeta continuano a parlarci, infatti, di democrazia, progresso, eguaglianza, giustizia sociale, diritti. Resta, cioè, aperto e attuale il tema del socialismo, dell’organizzazione della proprietà statale dei mezzi fondamentali della produzione, della pianificazione e della programmazione della dinamica economica nei suoi molteplici comparti in società sempre più dinamiche, articolate e complesse, dell’organizzazione della società e dell’affermazione dei lavoratori e delle lavoratrici alla direzione del Paese, della lotta contro l’imperialismo, per un ordine internazionale pacifico e giusto, e per un mondo sempre più policentrico e multipolare, delle grandi questioni della guerra e della pace, in una parola, appunto, del socialismo, con i suoi affinamenti e le sue attualizzazioni, come prospettiva di trasformazione.



Riferimenti:

Fidel Castro, “La storia mi assolverà” (1953), La Habana, Cuba, 1975 (Castro Internet Archive, MIA 2001).

Gianni Minà, “Ora basta. Tutto quello che dobbiamo sapere sull’embargo contro Cuba”, Left, 25 luglio 2021.

Risoluzione finale del XX congresso nazionale del Partito comunista cinese, “People’s Daily”, 23 ottobre 2022, tr. it. F. Giannini.

Palmiro Togliatti, “Salviamo la pace del popolo italiano”, L’Unità, a. XXVIII, n. 84, 9 aprile 1951.

Domenico Losurdo, “Pace: una storia lunga e tormentata, tra idee e realtà”, intervista di E. Alessandroni, Marx21, 6 luglio 2016. 


mercoledì 8 settembre 2021

Una storia lunga un secolo, cento anni di lotte per la libertà e la giustizia

Foto di Gianmarco Pisa


Promossa da Infinitimondi, “bimestrale di pensieri di libertà”, in collaborazione con l’Istituto Campano per la Storia della Resistenza, dell’Antifascismo e dell’Età contemporanea “Vera Lombardi”, e insieme con la FILLEA-CGIL, l’Archivio Audiovisivo del Movimento Operaio e Democratico e l’Archivio di Stato di Napoli, nonché con il patrocinio morale della Città Metropolitana di Napoli, si è aperta ieri, 7 Settembre, la rassegna fotografica e documentaria dedicata al «PCI 1921-2021: Scene di una buona storia. Napoli e la Campania attraverso le immagini di cento anni di lotte per la libertà e la giustizia», basata, a sua volta, sui materiali fotografici dell’Archivio di Mario Riccio, storico giornalista e fotoreporter di Paese Sera e dell’Unità.

Si tratta di una delle più incisive rassegne, articolata attraverso un’ampia mostra fotografica e documentaria e una serie di eventi, incontri, riflessioni, conferenze e dialoghi, organizzate in occasione della storica ricorrenza del centenario della fondazione del Partito Comunista in Italia (1921 - 2021), con un sguardo, stavolta, del tutto peculiare e rilevantissimo, sia dal punto di vista storico e politico, sia sotto il profilo sociale e culturale, vale a dire dal punto di vista di Napoli, della Campania e del Mezzogiorno, un’occasione intrigante e preziosa per rivedere un ampio pezzo di storia del movimento operaio e democratico, e, in generale della sinistra e delle forze di progresso, del Mezzogiorno, in un lungo arco di tempo che va a coprire, di fatto, l’intero “secolo breve”, dal fascismo alla guerra, alla Resistenza e alla Liberazione, e poi, con uno sguardo assai penetrante, la lunga parabola del dopoguerra e della ricostruzione, delle lotte operaie e contadine, della faticosa costruzione della democrazia e della lotta per una democrazia più matura, per una libertà e una giustizia più grande per la classe operaia, per i lavoratori e le lavoratrici, per le donne e gli uomini.

Su questo punto vale forse la pena di interrogarsi, se è vero che, soffermandosi di fronte alle foto e ai documenti di archivio che arricchiscono la mostra e soppesando gli spunti e le riflessioni offerte dagli incontri e dai dialoghi “a margine”, proprio questo tema si affaccia come centrale, quasi assillante: libertà e giustizia insieme, la più solida giustizia sociale, per aprire spazi alla più vasta e più matura libertà, e all’emancipazione dei soggetti storicamente tenuti ai margini della vita del Paese, dai suoi centri decisionali e dai suoi luoghi di potere, anzitutto economico; e, al contempo, la libertà animata dal sentire collettivo, dall’etica della responsabilità e dal dovere dell’inclusione, per ricostruire di continuo terreni di solidarietà, di fratellanza, appunto, di giustizia.

Per questo motivo, la mostra, patrocinata, come detto, dalla Città Metropolitana di Napoli e ospitata nella suggestiva cornice del Complesso Monumentale di Santa Maria la Nova, a Napoli, non è solo (e forse neanche prevalentemente) occasione di lettura storica e di ricostruzione storiografica degli eventi legati al movimento socialista e comunista, e alla storia grande e complessa, del PCI, nei vari tornanti del XX secolo; ma è soprattutto una mostra “politica”, attraversando la quale colpiscono soprattutto le immagini di manifestazioni di massa e i volti, tantissimi, e nella quale si colgono tensioni e inquietudini che la rendono attuale e vibrante.

Il tema della centralità della politica, anzitutto: della centralità cioè delle grandi tensioni ideali e delle ampie visioni strategiche capaci di traguardare, al tempo stesso, un orientamento generale della società nel suo complesso e il governo di mille città e di mille territori; il tema della politica come luogo della partecipazione e della costruzione di una prospettiva più ampia e più avanzata, come spazio della comunità e della polis, della cittadinanza e della democrazia, davvero urgente più che mai, in un tempo, quello presente, sfregiato da discriminazioni e diseguaglianze, da qualunquismi e populismi delle più diverse risme e declinazioni.

Il tema, poi, dei luoghi e delle forme dell’organizzazione, con uno sguardo, ben colto nel materiale fotografico e documentario, al movimento di massa che ha animato tante lotte per il lavoro, per i diritti, per la democrazia (e pare evidente l’antica e sempre attuale lezione della intersezione tra lotta sociale e lotta democratica, ma anche quella della indivisibilità dei diritti, di tutti i diritti per tutti e per tutte, i diritti di libertà e di parola, di espressione e di partecipazione, del lavoro e della protezione sociale, e, pensando alle grandi contraddizioni del nostro tempo, dell’ambiente e dell’ecosistema, delle comunità e dei soggetti nella sfera mediatica e nello spazio digitale), e alle organizzazioni di massa (il partito, il sindacato, l’associazionismo) che hanno costituito, per di più, una vera scuola di formazione politica, anzi, una “scuola di democrazia”, per intere generazioni.

Per nulla, in definitiva, una mostra rivolta al passato, come ha scritto, tra gli altri, Gianfranco Nappi, fondatore della rivista Infinitimondi, tra i principali animatori della rassegna: mettendo tra parentesi quella storia, «si è portato anche un colpo alla stessa democrazia, la si è esposta, la si è privata di alcune delle sue radici, di una delle sue componenti fondamentali, non data da partiti e sindacati assunti in astratto, ma visti nella loro capacità di fare e farsi società». Viceversa, una mostra che interroga insistentemente i turbamenti del presente e le ansie del futuro, perché, ancora, resta «del tutto aperta e urgente la ricerca del come, con chi e per cosa di una soggettività politica nuova, che sappia fare, in questo tempo nostro, con la testa e le speranze delle donne e degli uomini di oggi, ciò che quel partito ha saputo fare lungo l’arco non breve del suo percorso. L’opposto di una chiusa nostalgica, ma, invece, l’idea di una storia che, nonostante tutto, continua, testardamente, a interrogarci». Aperta sino al prossimo 11 settembre, la mostra, il cui programma è visionabile online, si chiuderà infatti con la conferenza «Sul PCI ieri | Sulla sinistra necessaria oggi: per un mondo nuovo di idee».