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mercoledì 2 novembre 2022

Tracce di attualità del socialismo e prospettive per l’unità dei comunisti

20e Congrès du Parti communiste chinois, China News Service, CC BY 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=124474423

La prospettiva o, per meglio dire, le prospettive per l’unità dei comunisti e delle comuniste nel nostro Paese traggono alimento da una serie di condizioni reali che, dislocandosi sul piano sociale e a livello politico, configurano un’opportunità, allo stesso tempo, complessa, preziosa e delicata.

Un’opportunità preziosa perché può dare concretezza e slancio al tentativo, che non può che traguardare la prospettiva di un nuovo inizio su basi convincenti e rinnovate, di costruire uno spazio politico condiviso per i comunisti e le comuniste del nostro Paese. Ma, al tempo stesso, una circostanza estremamente delicata e potenzialmente fragile, vuoi perché non pochi sono i compagni e le compagne che portano con sé la storia di una, spesso lunga, esperienza politica e militante in altre organizzazioni politiche della sinistra di classe, vuoi perché precisi devono essere il contorno e il profilo di una proposta di organizzazione che non imploda, non si esaurisca in sé stessa, non dia luogo a spinte centrifughe, non coltivi l’illusione delle scorciatoie, non si perda in soggettivismi, leaderismi, velleitarismi.

Lo spunto originario, sotto questo profilo, contenuto nell’appello promosso, tra i primi firmatari, dai compagni Manlio Dinucci, Carlo Formenti, Fosco Giannini, portava con sé un’indicazione importante: quella di rivolgersi ai comunisti e alle comuniste, quelli «organizzati nei loro partiti, riviste, associazioni, movimenti e all’intera area della diaspora comunista», e di prospettare l’impegno per l’unità dei comunisti su basi politicamente coese e ideologicamente affini, anche a partire da riviste, collettivi e associazioni di ispirazione marxista e leninista, allo scopo di sfuggire alla tenaglia del dogmatismo, da una parte, e dell’eclettismo, dall’altra. Recuperando questa ispirazione di fondo, è allora da verificare non tanto la possibilità quanto soprattutto la praticabilità dell’ipotesi, verificare cioè, in un cimento collettivo, le condizioni, gli spazi, le forze per andare avanti su queste basi.

È ridondante, in questa sede, ribadire la cornice di contesto, la dinamica di fase, all’interno della quale tale progetto viene a iscriversi: la rinnovata pericolosità del capitalismo finanziario e la esasperata aggressività dell’imperialismo che, di fronte alla crisi della propria egemonia e all’apertura della prospettiva di un mondo multipolare, rinnova la minaccia e l’esercizio della guerra, contro la libertà, lo sviluppo e l’autodeterminazione dei popoli; il moltiplicarsi, di conseguenza, di scenari di crisi e di conflitto che prefigurano la prospettiva di una «risposta nell’emergenza» alla crisi di egemonia e la continua minaccia alla pace, alla possibilità di uno sviluppo pacifico e alle condizioni di libertà e di indipendenza dei popoli, come mostrano gli scenari di tensione e di conflitto aperti, dal Donbass a Taiwan, passando per il Vicino Oriente e l’Africa subsahariana; l’aggravarsi, infine, della crisi strutturale del capitalismo, che, nel continuo peggioramento delle condizioni materiali di esistenza e di diritti delle masse popolari, e, in primo luogo, dei lavoratori e delle lavoratrici dei Paesi che una volta si sarebbero definiti a “capitalismo avanzato”, segnala l’urgenza di un cambio complessivo di paradigma.

È di fronte a questo scenario, rapidamente sbozzato ma su cui specifici e puntuali approfondimenti, in collegamento con le realtà comuniste e progressiste dei rispettivi Paesi, sono in corso e sempre più vanno alimentati e sostenuti, che si pone il compito grande che sta di fronte ai comunisti e alle comuniste del pianeta: sviluppare e consolidare i legami di reciproca solidarietà e vicinanza, anche attraverso la creazione di reti e forum di discussione e di iniziativa comune; approntare e strutturare una linea e un lavoro di massa, all’interno di ciascun Paese, per sviluppare il conflitto sociale e orientare le masse popolari, a partire dai lavoratori e dalle lavoratrici, verso conquiste sociali e democratiche sempre più avanzate. Per quanto una chiara, imprescindibile, analisi della moderna composizione di classe sia ancora in svolgimento, è da queste premesse sociali e di fase che è opportuno e necessario partire, sulla base del marxismo, del materialismo storico e dialettico, del grande sviluppo politico e culturale del socialismo nel corso del Novecento, delle istanze più significative e più avanzate aperte dalla prospettiva del «socialismo del XXI secolo», dell’esperienza storica e politica dei comunisti nel nostro Paese.

Proprio a cavallo di questo autunno, alcuni eventi di grande portata sono intervenuti, segnalando elementi di notevole incidenza politica e di rilevante valore prospettico: lo svolgimento del XX congresso del Partito comunista cinese; la rinnovata attenzione nei confronti dell’esperienza di Cuba socialista; la riarticolazione, in Italia, di un movimento per la pace e contro la guerra, su una base potenziale di massa. Più in generale, in alcuni Paesi europei, in particolare la Francia e la Repubblica Ceca, la ripresa di una mobilitazione di massa politicamente avanzata, per il lavoro e la giustizia sociale, contro la guerra e le sanzioni, a difesa dei diritti dei lavoratori e delle lavoratrici.

Certamente lontani e apparentemente scollegati, essi segnalano tuttavia alcuni contenuti tematici, alcuni nuclei politici, intorno ai quali si concentra, e ancora più dovrà concentrarsi, l’attenzione dei comunisti e delle comuniste. Il XX congresso del Partito comunista cinese, l’organizzazione che rappresenta, al tempo stesso, un partito comunista al potere e la seconda più grande organizzazione politica al mondo per numero di iscritti, ha prospettato l’apertura di una «nuova era» e aggiornato il profilo del socialismo con caratteristiche cinesi (in termini politici e istituzionali) e dell’economia socialista di mercato (in termini economici e sociali) ai fini della transizione da una «società socialista moderatamente prospera» a una «società socialista moderna a tutti gli effetti», nella quale, riprendendo i termini con cui si esprime la risoluzione finale, non solo costruire un «nuovo modello di sviluppo» basato sulla promozione di uno sviluppo avanzato di qualità, sull’avanzamento del ciclo produttivo e del mercato interno e sul miglioramento dello sviluppo industriale e dello sviluppo coordinato, ma anche delineare il profilo di una rinnovata «democrazia popolare», attraverso la quale garantire che i cittadini e i lavoratori siano al governo del Paese, il percorso di sviluppo politico socialista sia perseguito, i diritti e gli interessi delle persone siano protetti, la creatività sia stimolata, la democrazia consultiva e la democrazia di base siano sviluppate in modo articolato e completo.

Si tratta di un’indicazione essenziale, non un modello universale, ma un’esperienza irrinunciabile, anche per i comunisti e le comuniste del nostro Paese: afferma la centralità del socialismo, a partire dalle sue basi marxiste, nella vita e nello sviluppo del Paese; aggiorna la questione cruciale della transizione come processo storico e politico di avanzamento e di rigenerazione; conferma il gigantesco potenziale di innovazione che il socialismo è in grado di esprimere nel traguardare obiettivi pluridecennali e secolari. Socialismo, trasformazione e innovazione, dunque, con buona pace dei tanti denigratori che, al contrario, si ostinano, banalmente e ripetitivamente, a vedere nel socialismo solo stasi e grigiore.

Diversa, per il suo contesto specifico, per il suo retroterra storico e per la sua configurazione sociale, l’esperienza di Cuba socialista, con il vasto movimento di solidarietà presente e attivo nei cinque continenti, costituisce, non di meno, un punto di riferimento irriducibile. Si pensi solo, in riferimento al socialismo cubano, alla sua capacità di rispondere, con difficoltà ma con successo, al pluridecennale bloqueo criminale imposto dall’imperialismo, e alla sua vitalità nel difendere le conquiste del socialismo e avanzare verso diritti sempre più solidi ed estesi, attestati, tra le altre cose, dalla collocazione di Cuba tra i Paesi ad alto sviluppo umano, dagli elevati livelli e qualità della scolarizzazione, da un sistema di ricerca e di protezione sanitaria universale tra i più avanzati.

 

Philippe Antoine, Paris, France, CC BY 2.0
<https://creativecommons.org/licenses/by/2.0>
via Wikimedia Commons

Come ha scritto, nel luglio dello scorso anno, Gianni Minà, infatti, a fronte di un vero e proprio embargo durato sessant’anni e dodici presidenti USA, «i cubani, in tutto questo tempo, hanno dimostrato che non hanno vissuto in un «gulag tropicale» come i media occidentali hanno sempre voluto descrivere questa piccola isola in maniera capziosa: non si sopravvive alla crudezza del periodo speciale [...] senza un consenso popolare di massa che non è basato sulla repressione». Si tratta, anche in questo caso, di un contenuto fondamentale anche (forse soprattutto) per i comunisti e le comuniste occidentali: non solo il socialismo è in grado di declinare il binomio democrazia/diritti in maniera più compiuta e più efficace di quanto possano immaginare le cosiddette “democrazie occidentali”, ma, in particolare, è in grado di esprimere contenuti di partecipazione e di avanzamento reale tra i più significativi al mondo.

Basti pensare, per limitarsi a un solo esempio, alla recente approvazione, a Cuba, del nuovo Codice della Famiglia: per un verso, una rappresentazione estremamente vivida della capacità di innovazione e di avanzamento del sistema sociale cubano, per l’ampliamento della sfera dei diritti che viene a definire e per il carattere delle sue disposizioni; per altro, un fattore non solo di sviluppo, ma anche di partecipazione, con l’organizzazione di un dibattito pubblico, attraverso migliaia di assemblee, sui contenuti del Codice, sottoposto a consultazione popolare per l’approvazione definitiva; infine, un’applicazione concreta dell’inestricabile correlazione tra diritti sociali e diritti civili, con lo spazio delle libertà personali e affettive che insiste sullo spazio dell’inclusione sociale e della giustizia sociale e che, in prospettiva, conferma il nesso, teorico e politico, essenziale, della universalità e indivisibilità dei diritti umani in tutte le loro generazioni (come diritti civili e politici; come diritti economici, sociali e culturali; come diritti dei popoli e dell’ambiente; come diritti digitali), nel senso di «tutti i diritti umani per tutti». Il tutto enucleato, anche in questo caso, nel solco dell’esperienza e della pratica del socialismo.

Il socialismo continua a porre, dunque, per il presente e per l’avvenire, la grande questione del nesso storico tra democrazia, diritti e inclusione sullo sfondo delle grandi istanze dell’uguaglianza, dell’autodeterminazione e della giustizia sociale. E così come, richiamando Jean Jaurès, «il capitalismo porta la guerra come le nuvole portano la pioggia», allo stesso modo il socialismo alimenta, con coerenza ed efficacia, il percorso della mobilitazione, cui i comunisti e le comuniste hanno sempre offerto e continuano ad offrire un contributo essenziale, «contro la guerra e per la pace».

Anche in quella che si annuncia come la prima mobilitazione di massa per la pace da diversi anni in Italia, la manifestazione del 5 novembre a Roma, sono le soggettività comuniste, progressiste e pacifiste conseguenti, a fronte delle carenze e delle debolezze di altre piattaforme e di altri posizionamenti, a portare le parole d’ordine più incisive: per il cessate-il-fuoco e l’immediata apertura di spazi praticabili per la politica, la diplomazia e la pace; per la cessazione immediata dell’invio di armi in Ucraina; per la cancellazione immediata delle sanzioni contro la Federazione Russa; per la firma e la ratifica del Trattato di Proibizione delle Armi Nucleari; per la lotta contro la speculazione e gli assetti dominanti che, in uno con le sanzioni, sono all’origine del carovita, che sta facendo precipitare le condizioni materiali di esistenza dei lavoratori e delle lavoratrici; per lo scioglimento della NATO, la lotta contro i governi di guerra e la lotta contro le basi e le servitù militari straniere presenti nel nostro Paese.

Si pensi solo, anche in questo caso, alla storica esperienza dei Partigiani per la Pace e alle mobilitazioni contro la guerra, contro il riarmo, contro il nucleare, per avere un’idea del ruolo decisivo giocato dal movimento dei lavoratori e dai comunisti di tutto il mondo nella lotta contro la guerra e per la pace. Ma anche la convergenza, sui temi della pace e della salvaguardia dell’umanità, delle forze sociali e culturali più avanzate, delle forze del lavoro e dell’intellettualità democratica e socialista: ancora in riferimento ai Partigiani per la Pace, ad esempio, figure quali Pablo Picasso, Louis Aragon, Il’ja Erenburg, Pablo Neruda, Albert Einstein e, tra gli italiani, Elio Vittorini, Salvatore Quasimodo, Renato Guttuso.

È un filosofo del nostro tempo, Domenico Losurdo, a ricordare la connessione inestricabile, tipica di Marx e dell’intero pensiero marxista, tra le questioni della pace, del progresso e dell’emancipazione; qui, la questione di classe porta con sé la convergenza tra emancipazione del proletariato e liberazione dell’umanità: «L’universalismo mette in discussione da un lato l’assoggettamento coloniale e la schiavitù o semi-schiavitù coloniale e dall’altro l’idea per cui le «razze superiori» sarebbero destinate a dominare quelle «inferiori» e i popoli di cultura «superiore» sarebbero chiamati a dettar legge a quelli di cultura «inferiore». È precisamente in questo contesto politico-ideologico che l’idea universalistica di un mondo senza guerre può ispirare un movimento di massa».

Non solo: «Nelle colonie, dove un intero popolo è assoggettato, privato della terra, deportato e spesso decimato, la «questione sociale» si presenta come «questione nazionale» (ovvero la lotta di classe tende a configurarsi al contempo come lotta nazionale). L’osservazione è di Marx, che aggiunge: «La profonda ipocrisia, l’intrinseca barbarie della civiltà borghese ci stanno dinanzi senza veli, non appena dalle grandi metropoli, dove esse prendono forme rispettabili, volgiamo gli occhi alle colonie, dove vanno in giro ignude», come mostra, in particolare, il ricorso contro i nativi a pratiche genocide. La lotta degli «schiavi delle colonie» è una grande lotta di classe e, al tempo stesso, una lotta per la pace e contro le forme più brutali di guerra e di violenza.

Per citare un passaggio, non tra i più noti, del leader storico, con Antonio Gramsci, dei comunisti italiani, Palmiro Togliatti, nella relazione conclusiva ai lavori del VII Congresso del Partito comunista (1951), «il miglioramento delle condizioni di esistenza di tutto il popolo dipende dalla conservazione della pace e da una profonda trasformazione della situazione economica, sociale, politica che sta davanti a noi. [...] Poiché vogliamo impedire la guerra, per questo vogliamo creare in Italia una situazione politica e sociale nuova, e prima di tutto una situazione tale in cui tutto il Paese, nella sua parte sana, nella sua parte produttiva, intelligente e democratica, si rifiuti di seguire la politica del governo attuale che ci porta alla guerra, che ci porta alla rovina. Ecco quello che noi vogliamo, ecco qual è il significato più profondo della nostra proposta. [...] Essa tende a salvare la pace, la democrazia e il benessere di tutti. Essa apre all’Italia la prospettiva di una trasformazione sociale la quale possa essere compiuta attraverso uno sviluppo pacifico». Sarebbe difficile, anche in considerazione della fase storica del nostro tempo, trovare parole più pertinenti ed attuali.

Insomma, uno spazio nuovo e attuale per un’aggregazione unitaria, su basi politicamente coese e ideologicamente affini, dei comunisti e delle comuniste del nostro Paese corrisponde a un’esigenza, come si provava a dire all’inizio, non solo di ordine tattico, ma anche di prospettiva strategica: non solo, cioè, per offrire una prima risposta possibile alla dolorosa questione della “diaspora comunista” e ai limiti, vari e diversi, delle aggregazioni politiche attualmente esistenti in Italia; ma anche per riprendere, in maniera più convincente, il percorso del consolidamento, dell’approfondimento e dell’innovazione del pensiero e della prassi del marxismo e del leninismo di fronte alle sfide del tempo presente. Ciò in maniera né settaria né autoreferenziale: proprio su queste basi, e a partire da tali premesse teoriche e politiche, può essere impostata la riflessione sull’accumulazione di forze, sulla massa critica necessaria, e, di conseguenza, sulla politica delle alleanze cui si potrà dare corpo, ai fini della costruzione di uno spazio politico entro il quale moltiplicare tali contenuti di pace, progresso e giustizia sociale.

Le esperienze socialiste e le sperimentazioni dei comunisti e delle comuniste ai quattro angoli del pianeta continuano a parlarci, infatti, di democrazia, progresso, eguaglianza, giustizia sociale, diritti. Resta, cioè, aperto e attuale il tema del socialismo, dell’organizzazione della proprietà statale dei mezzi fondamentali della produzione, della pianificazione e della programmazione della dinamica economica nei suoi molteplici comparti in società sempre più dinamiche, articolate e complesse, dell’organizzazione della società e dell’affermazione dei lavoratori e delle lavoratrici alla direzione del Paese, della lotta contro l’imperialismo, per un ordine internazionale pacifico e giusto, e per un mondo sempre più policentrico e multipolare, delle grandi questioni della guerra e della pace, in una parola, appunto, del socialismo, con i suoi affinamenti e le sue attualizzazioni, come prospettiva di trasformazione.



Riferimenti:

Fidel Castro, “La storia mi assolverà” (1953), La Habana, Cuba, 1975 (Castro Internet Archive, MIA 2001).

Gianni Minà, “Ora basta. Tutto quello che dobbiamo sapere sull’embargo contro Cuba”, Left, 25 luglio 2021.

Risoluzione finale del XX congresso nazionale del Partito comunista cinese, “People’s Daily”, 23 ottobre 2022, tr. it. F. Giannini.

Palmiro Togliatti, “Salviamo la pace del popolo italiano”, L’Unità, a. XXVIII, n. 84, 9 aprile 1951.

Domenico Losurdo, “Pace: una storia lunga e tormentata, tra idee e realtà”, intervista di E. Alessandroni, Marx21, 6 luglio 2016. 


mercoledì 26 giugno 2019

Dimitris Christofias: Dhikomo, 29 agosto 1946 - Nicosia, 21 giugno 2019

www.akel.org.cy/en/wp-content/uploads/2006/03/poria-akel-skitso.jpg


«Per il suo grande contributo allo sviluppo delle relazioni russo-cipriote»; «per il contributo di rilievo allo sviluppo delle relazioni bilaterali cipro-ucraine»; «per i meriti nello sviluppo e nel rafforzamento della cooperazione pacifica e delle relazioni amichevoli tra la Serbia e Cipro»: così recitano le motivazioni di alcuni tra i più prestigiosi riconoscimenti conferiti a Dimitris Christofias, storico segretario generale di AKEL e leader del movimento progressista cipriota, motivazioni che ne delineano, sin da questi brevi cenni, la figura di un leader politico di primaria importanza e di convinto sostenitore dell’internazionalismo marxista. A questi cenni si potrebbero aggiungere non solo le onorificenze, tra le quali, tuttavia, prestigiosissime restano l’Ordine di José Martì, di Cuba, e la Medaglia di Puškin, della Russia, ma anche le lauree honoris causa conferitegli per gli indiscutibili meriti nel campo politico e internazionale, tra cui assai significative quelle dell’Università di Macedonia (2004), dell’Istituto Statale di Relazioni Internazionali di Mosca (2008) e dell’Università di Patrasso (2010). 

Del resto la solidità delle convinzioni internazionaliste di questo leader storico del movimento operaio seppe sempre coniugarsi con sincero rigore marxista ed efficace concretezza politica, anche e soprattutto quando ebbe a ricoprire cariche di primo piano nella politica nazionale del suo Paese. In un’occasione, ebbe a definire la fine dell’esperienza storica del socialismo reale (il cosiddetto crollo dell’URSS) come un «crimine contro l’umanità». Nella fase in cui tenne la presidenza del proprio Paese, si impegnò in una politica estera equilibrata, improntata, come da tradizione dell’AKEL e del movimento comunista internazionale, a favore della pace e del multilateralismo e, ad esempio, in relazione ai suoi rapporti con l’Unione Europea, se da un lato si impegnò a mantenere il suo Paese nell’area dei Paesi membri dell’UE, dall’altro rifiutò sempre un ingresso non ordinato nella moneta unica, sostenendo, ancora nel 2008, che solo a debite condizioni si sarebbe potuto concretizzare l’“ancoraggio” di Cipro all’Euro. Ma il mondo è molto più grande della pur importante UE e del pur turbolento Mediterraneo, e Christofias non ha mai avuto dubbi, ad esempio, nel criticare l’unilateralismo e l’ingerentismo degli Stati Uniti, di lottare per la fine della militarizzazione dell’isola e la definitiva chiusura delle basi britanniche, ad Akrotiri e Dhekelia, sull’isola, e nel sostenere rapporti fraterni e solidali con gli amici tradizionali del suo Paese, a partire, tra gli altri, dalla Russia. 

D’altra parte, AKEL è un partito singolare, un partito patriottico e progressista, con una solida base di massa, erede di una delle tradizioni migliori del marxismo-leninismo e della storia del movimento operaio e comunista; aveva e ha buoni rapporti con le forze democratiche e progressiste della parte turca e per questo, l’AKEL e Christofias furono protagonisti del rilancio di dialoghi e confronti tra la parte greco-cipriota e la parte turco-cipriota per realizzare uno degli obiettivi strategici delle forze democratiche dell’isola, vale a dire l’unificazione e il traguardo della cosiddetta federazione bi-zonale e bi-comunale, a Cipro. Proprio sulla annosa, tuttora aperta, questione dell’unificazione cipriota o, come spesso si dice, della soluzione dell’antica “controversia cipriota”, una delle più dolorose e durature del Mediterraneo, erede degli scontri bi-comunali del 1963 e della invasione turca e la susseguente occupazione del 1974, Christofias ha assunto alcune delle sue posizioni più note: si oppose, ad esempio, al cosiddetto Piano Annan, il Piano delle Nazioni Unite del 2003, sottoposto a referendum nel 2004, orientato ad una riunificazione dell’isola: il no prevalse nella parte greca con il 75% (viceversa il si aveva vinto nella parte turca con il 65%) e Christofias si espresse per un piano più avanzato e per maggiori garanzie internazionali, sostenendo, ad esempio, che «a essere garanti fossero il Consiglio di Sicurezza dell’ONU e l’Unione Europea, perché in una questione così complessa non contano tanto le dichiarazione d’intenti quanto la certezza che ciò che è firmato sia applicato a tutti gli effetti» (Ninni Radicini). 

Proprio la “divergenza di vedute” in ordine alla prosecuzione dei negoziati con la parte turco-cipriota  furono all’origine del dissidio con il precedente presidente cipriota, Tassos Papadopoulos: ritirò il suo appoggio al presidente nel 2007, si candidò alle successive elezioni presidenziali e venne eletto presidente della Repubblica di Cipro nel 2008, così entrando nella storia: la sua candidatura, sostenuta da AKEL, ebbe il 32% dei voti al primo turno e, con il supporto del DIKO, il partito democratico di centro, superò il 52% delle preferenze al secondo turno, consentendo a Christofias di entrare nella storia, diventando il primo capo di stato comunista in un Paese Membro dell’Unione Europea. Fu presidente di Cipro negli anni della più dura crisi del capitalismo mondiale dal secondo dopoguerra, tra il 2008 ed il 2013; una crisi che affrontò mantenendo sempre l’attenzione ai diritti e alle condizioni materiali di esistenza dei lavoratori e delle classi popolari del suo Paese, pur non potendo, evidentemente, impedire la crisi bancaria e la crisi finanziaria che pure ebbero effetti sull’isola. Non a caso, venne considerato dagli economisti neo-liberali uno dei maggiori responsabili della crisi cipriota, per avere commesso, secondo costoro, due errori principali, «gli aumenti di spese e diritti (soprattutto pensioni), e la scarsa austerità» (Athanasios Orphanides, ex governatore della Banca Centrale di Cipro). 

La notizia della sua morte, avvenuta a Nicosia, capitale di Cipro, il 21 giugno scorso, ci lascia sgomenti e segna una perdita grave per l’intero movimento comunista internazionale: la perdita di un leader storico, iscritto al Partito dal 1964, membro del Comitato Centrale dal 1982 e segretario generale per venti anni, dal 1988 al 2009. Ci lascia, come scrive, in una nota, il Partito della Rifondazione Comunista, «un uomo della classe operaia, un internazionalista, un comunista che ha sempre difeso l’idea di un percorso diverso per l’umanità, sull’uguaglianza e la giustizia sociale, la pace e la democrazia».