mercoledì 18 gennaio 2012

"Empire"?

Riferimenti teorici generali

Il punto di partenza per una lettura non conformistica dell’Empire non può non essere la sezione II  intitolata:"Trasferimenti di sovranità". Si tratta di un agile sunto del pensiero politico occidentale da Duns Scoto a Malcolm X, completo di tutti i riferimenti teorici più illustri, sostanzialmente apologetico della Costituzione degli Usa, ma che mantiene comunque un legame con la  tradizione marxista, che rimanda alla parte III, "Trasferimenti di produzione", una tranquillizzante storia dello sviluppo del capitalismo retta dalla consueta dialettica marxiana tra forze produttive e rapporti (sociali) di produzione (naturalmente nella versione operaista propria di Negri, secondo cui sono le lotte del proletariato a spingere l'evoluzione del capitale).
Vi è contenuto, per di più, un agile sunto delle teorie dell'imperialismo in cui le posizioni di Rosa Luxemburg e Lenin coesistono senza contraddizioni insieme all’ultraimperialismo del ‘rinnegato’ Kautskij, per poi proseguire senza traumi attraverso  Gramsci, Scuola di Francoforte, Scuola della Regolazione fino all'agognato postfordismo (segno e simbolo della postmodernità, alla quale l’Empire tende) e al non-luogo dell'informatico mondo immateriale dei flussi della comunicazione. Infine, chi a queste (assai didascaliche, se non apodittiche) ministorie del mondo preferisce spunti più colti, argomentazioni più diffuse o fascinazioni letterarie ha a sua disposizione la costellazione degli ‘elzeviri’ - disseminati in tutto il volume - per poter citare Celine, Conrad, Melville; oppure filosofi come Foucault, Althusser, Deleuze; o ancora brani della Bibbia, padri della Chiesa, eretici di ogni risma e classici latini e greci.

Oggetto filosofico

Una prima contraddizione del volume è quella tra lo stile, decisamente postmoderno, e la concezione della storia, decisamente moderna, che Empire sottende. Una storia teleologica, con una direzione ben identificabile (al punto da consentire le profezie) e un movimento dialettico nel senso più hegeliano del termine: una storia che marcia attraverso le sue canoniche Tesi, Antitesi e Sintesi verso il suo Fine Ultimo e che lavora per un fine inesplorato (cioè per la liberazione della “moltitudine”). All'insegna di una dialettica di stampo hegeliano è la storia del potere occidentale  tracciata nella parte II: quasi una Filosofia dello Spirito ad uso degli yankee, ai quali il libro non si mostra semplicemente subalterno (come è stato detto), ma addirittura dedicato, poiché il percorso dello Spirito culmina qui, anziché nello Stato prussiano, nella Costituzione degli Stati Uniti.
Argomentazione chiave: Umanesimo e Rinascimento. Una “rivoluzione” che si verifica “in Europa, tra il XIII e il XVII secolo [...] attraverso distanze che potevano essere percorse solo dai mercanti e dagli eserciti e che, in seguito, furono collegate con l'invenzione della stampa” (p. 80). Ci sarebbe molto da argomentare, ma andiamo con ordine. In primo luogo, è originale la collocazione cronologica: ogni enciclopedia colloca il Rinascimento in Italia alla fine del XV secolo: certo è che queste veloci scorrerie nel passato fanno perdere l'orientamento, tanto più che qui si parla di un “umanesimo” strano, un’“ibridazione” - per usare la terminologia degli autori. Per la verità questa Tesi è a sua volta un'Antitesi, più precisamente un Rovesciamento: il rovesciamento della Trascendenza in Immanenza, della divinità creatrice  in umanità produttiva: il soggetto storico della transizione dalla politica canonica alla biopolitica (v. oltre). Questa tesi-antitesi è comunque l'Origine che ci interessa, quindi la considereremo senz'altro Tesi.
Tesi: Umanesimo. Questo “strano umanesimo” non consiste in un pugno di letterati studiosi dei classici greci e latini, ma in una “moltitudine” di miscredenti geniali come Pico della Mirandola, innovatori  come l'imprenditore descritto da Schumpeter e produttivi  come un operaio stakanovista. La “moltitudine” possiede una potenzialità incredibile: è essa stessa, e di per sé, soggetto creatore di storia, altro che il proletariato di Marx.
Antitesi: Illuminismo. Da Cartesio a Hobbes, da Rousseau a Hegel, con tanti saluti alla congruenza storico-concettuale. Dunque, gli illuministi (Cartesio, Hobbes, Rousseau, Kant, Hegel): tutta una serie di infingitori del pensiero, all'opera per costruire una trascendentalità mondana che tenga sotto controllo e possibilmente sfrutti l'operosa moltitudine che ha scoperto l'immanenza (singolare la affinità concettuale con la dialettica e la critica nietzschiana trascendenza-immanenza). Il risultato di questi sforzi è il moderno Stato sovrano, “dispositivo trascendentale” per eccellenza, “Dio in terra” secondo la definizione di Hobbes (cfr. pp. 86-97).
La derivazione della Sintesi però non è affatto automatica. Dalla storia  della filosofia si passa alla storia delle istituzioni politiche, con un gigantesco salto, seguendo di corsa l'evoluzione degli Stati europei e la costruzione della modernità che con tale storia si identifica: dalle grandi monarchie del Settecento, all'invenzione ottocentesca del “popolo”, allo Stato-nazione che vorrebbe basarsi sul consenso ma degenera nei regimi totalitari del Novecento, mostrando come l'Antitesi del potere sia insufficiente a contenere la Tesi della moltitudine. Che fare?
Si fa ricorso ad un’Astuzia della Ragione che, in realtà, ha già provveduto a suscitare, al di là dell'oceano, una Negazione della Negazione, o per meglio dire un’Alternativa all’Antitesi: l'Impero. L’“esodo” (figura chiave dell’Empire, nel senso auerbachiano del termine, riecheggiamento delle tesi dei francofortesi)  dei coloni verso le Americhe - moltitudine che si sottrae alla modernità - "riscopre l'umanesimo rivoluzionario del Rinascimento e lo realizza in scienza politica e costituzionale" (p. 156), ponendo le premesse di una forma di sovranità affatto diversa (e superiore, con i complimenti degli imperialisti Usa) da quella prevalsa in Europa. La Rivoluzione americana è rivoluzione autentica (a differenza di quella francese) e gli Stati Uniti (anche in quanto federazione) sono fin dall'origine - fin dalla Dichiarazione d'Indipendenza - Impero e non Stato-nazione; per di più, un Impero del Bene, o almeno così ci viene descritto.
In ogni caso, le modalità del potere esercitato negli States americani sono diverse da quelle in uso negli Stati europei. Prendiamo ad esempio il modo con cui gli Europei si rapportano agli indigeni delle colonie: una modalità basata su dualismi culturali  Interno/Esterno, Io/Altro (cfr. il cap. 3 della parte II, "La dialettica della sovranità coloniale", p. 155 e ss.), fonti del razzismo moderno, di cui ben conosciamo la ferocia. Prendiamo invece il modo con cui i coloni americani si rapportano ai pellerossa: non li considerano un Altro culturale, ma un semplice ostacolo naturale da rimuovere, così come si tagliano alberi e si sbancano sassi per far posto alle coltivazioni (!): "Così come la terra, per essere coltivata, doveva essere liberata dagli alberi, allo stesso modo doveva essere liberata dai nativi che l'abitavano.
Così come i pionieri dovevano proteggersi adeguatamente per fronteggiare i rigori degli inverni; allo stesso modo essi dovevano armarsi contro le popolazioni indigene. I nativi venivano considerati alla stregua di inconvenienti naturali" (p. 163). Versione (anche questa biopolitica, se si vuole) dell'egemonismo nazionale Usa e dell’imperialismo Usa giustificato su basi storiche-naturali (operazione non dissimile da quella avanzata dai teorici del Terzo Reich, con tutto il loro pattume di espansione biologica, spazio vitale naturale e via demonizzando).
Certo, non tutto corrisponde a quel Bene che Empire pretende di vagheggiare: c'è la questione dei neri, non proprio edificante, e certi rapporti con l'America Latina così aggressivi da sembrare "imperialisti" più che autenticamente "imperiali", per non parlare delle guerre combattute, vinte e perse (Vietnam) in tutti gli angoli del pianeta: ma di questo non c’è traccia. Evidentemente, anche l'Alternativa all'Antitesi d'oltreoceano è intimamente antitetica, dialettica, ha un'anima buona e un'anima cattiva. L'anima cattiva tende a emulare lo Stato-nazione imperialista europeo: questa, ad esempio, è la tentazione di Theodore Roosevelt, che "applicava un'ideologia imperialista di marca europea" (p. 166). L'anima buona è quella di Woodrow Wilson, che invece "adottava un'ideologia internazionalista di pace" (p. 167).
Imperialismo come prodotto europeo, balance of power come prodotto americano: la tra svalutazione si compie: predomina l'anima buona, autenticamente democratica degli Stati Uniti, quasi in quanto concetto, prima ancora che Stato. Essa incarna una sovranità che non consiste "nella regolazione esteriore della moltitudine, bensì è la risultante delle sue sinergie" (p. 158). Il controllo non risponde a un principio di repressione ma a un "principio di espansione", non dissimile a quello praticato da Roma imperiale: se in presenza di conflitti lo Stato-nazione europeo rafforza le frontiere esasperando le distinzioni Interno/Esterno, Io/Altro, l'Impero americano le sposta, interiorizzando l'esterno, includendo l'altro (cfr. pp. 161-165). L’imperialismo Usa diviene qui forma di una regolazione storica positiva delle contraddizioni internazionali e di scala.
Ciò detto, ecco  la Sintesi: l'Impero globale contemporaneo che "si materializza sotto i nostri occhi" (p. 15). Senza più barriere agli scambi economici e culturali, senza più distinzioni tra interno ed esterno, senza più vincoli spaziali grazie all'informatizzazione e alla comunicazione in rete, l'Impero è un non-luogo (cfr. p. 181). Gli Stati Uniti non ne costituiscono il centro, ma semmai l’agente, (cfr. p. 18), per il semplice motivo che un non-luogo non ha centro, né il leader mondiale, poiché "nessuno Stato-nazione oggi può farlo" (ibid.).
Gli Stati Uniti sono stati gli ispiratori dell'Impero, "basato sull'espansione mondiale del progetto costituzionale americano" (p. 168), e per questo hanno una "posizione privilegiata" (p. 167). Ma sono essi stessi inglobati, sussunti, al limite cancellati in una logica più vasta. L'Impero è il compimento del progetto internazionalista e pacifista di Wilson, la Fine della Storia (sul modello di Fukujama, uno dei maitre a penser dei neocons Usa), approdo del lungo, quasi millenario, viaggio compiuto attraverso la Tesi (Umanesimo), l'Antitesi (Stato-nazione europeo) e l'Alternativa all'Antitesi (Impero americano) fino alla suprema Sintesi dell'Impero tout court, in cui ritroveremo - secondo le buone regole della dialettica - la Tesi finalmente liberata, felice e contenta: la felicità di Sisifo conquistata, avrebbe detto Camus.
Certo è difficile credere che l'Impero sia "democratico, internazionalista e pacifista". Del resto, Empire è stato pubblicato nel 2000, quando la guerra in Yugoslavia era ormai conclusa e quella in Iraq non ancora cominciata. Qualche altro conflitto era comunque prevedibile, ma la lettura corretta delle tendenze in atto della realtà internazionale, specie sul fronte geopolitico e strategico, non può farsi senza ricorrere ancora alla vecchia categoria di imperialismo, senza la quale ogni conflitto non ha altra ragione apparente che l'umanitarismo o la filantropia o il ripristino dell'ordine in astratto. Negri stesso è stato costretto a smentire, pur salvando l’argomentazione in generale, la tesi di fondo del suo volume, quella della transizione post-moderna dall’imperialismo leniniano all’Impero.
Sarebbe semmai da chiedersi perché un libro come Empire sia stato scritto. A non voler credere a una semplice operazione culturale di classe dominante, è necessario vedere che tipo di analisi materiale di classe esso sottende. Le sorprese non sono ancora finite.

Analisi strutturale

Ci si potrebbe chiedere a ragione, per esempio, che fine ha fatto il capitalismo, e, più in generale, la contraddizione capitale-lavoro. Incredibilmente, il capitalismo, come struttura della società politica (Gramsci) non c’è, anzi, è solo menzionato in una indicazione lapidaria: "la modernità europea è inseparabile dal capitalismo" (p. 93). E’ il metodo scelto da Negri e Hardt, prima ancora che il merito dell’argomentazione, a rivelare il parricidio di Marx (e Lenin) che qui si compie: il capitalismo non è il riferimento portante in quanto agente strutturale, bensì l'oggetto di un’altra storia, anzi, di un’autentica (ed evidentemente alternativa) "grande narrazione" (Lyotard).
In questo caso troviamo all'opera, più che la dialettica hegeliana, la "dialettica tra forze produttive e rapporti di produzione" di cui la tradizione marxista si è tanto a lungo nutrita. Com'è noto, sulla base di questa dialettica è stato costruito un modello evolutivo a stadi di sviluppo: per l'umanità nel suo complesso (per questa è prevista una vera e propria evoluzione, che trapassa dal fantomatico "comunismo primitivo" al modo di produzione antico, a quello feudale, a quello capitalistico per approdare un giorno al comunismo propriamente detto, ritrovando alla Fine il compimento del soggetto, la liberazione integrale dell’umanità, in una forma dispiegata, v. Il Manifesto) e per il modo di produzione capitalistico autonomamente considerato (per il quale abbiamo invece all'opera uno schema biologistico, in cui i diversi stadi somigliano molto alla nascita, crescita, maturità, vecchiaia e morte di un organismo vivente).
Nella III parte di Empire ci troviamo in questa seconda dimensione: più che la storia dell'umanità ci interessano ora le tappe di sviluppo del capitalismo. Dallo stadio concorrenziale il capitalismo passa allo stadio monopolistico (tendenza già prevista da Marx) e, con questo, all'imperialismo (Lenin). "Se si volesse dare la definizione più concisa dell'imperialismo, si dovrebbe dire che l'imperialismo è lo stadio monopolistico del capitalismo", diceva Lenin, facendo propria l'analisi di Hilferding ma scartando alcune idee che prefiguravano l'Impero, l'ipotesi della banca mondiale così come il kautskiano "ultraimperialismo".
C'è una ragione interna che motiva siffatte analisi. Tra i teorici dell'imperialismo, Hardt e Negri prediligono Rosa Luxemburg, non Lenin. La nota tesi sottoconsumista viene estremamente semplificata (i bassi salari significano bassi consumi, la crescita della composizione organica del capitale, con la conseguente diminuzione del capitale variabile, "cioè i salari pagati agli operai", significa consumi ancora più bassi, dunque "la realizzazione del capitale resta bloccata dalla questione di queste ‘basi ristrette’  dei poteri di consumo", p. 213), attribuita allo stesso Marx (cfr. ibid.), elevata a contraddizione principale del capitalismo, a cui tutti gli altri "limiti" e "barriere" del capitale possono essere ricondotti.
In ogni caso, l'impostazione luxemburghiana ben si presta a dar conto della tendenza del capitalismo all'espansione, alla "capitalizzazione dell'ambiente non capitalistico" (p. 215),  e a spiegare come "il processo di capitalizzazione interiorizza il fuori" (contraddizione: questa "interiorizzazione dell'esterno" non era una caratteristica peculiare dell'impero americano, ciò che anzi lo distingueva dall'imperialismo europeo?). La dinamica che presiede all'evoluzione del capitalismo è spinta dalle sue interne contraddizioni o è spinta dalle lotte del proletariato? Nel testo non si risole con chiarezza esplicita la controversia, semplicemente si ricorre alla dialettica per mettere a posto queste cose,  quasi si trattasse di un puro artificio retorico di conciliazione.
E' evidente tale artificio in frasi del tipo: "la crisi capitalistica non è mai una mera funzione della dinamica del capitale, ma è direttamente provocata dall'antagonismo proletario" (p. 246), che, oltre a rilanciare la vecchia tesi operista del proletariato in quanto artefice strutturale, perde il confronto con la prova dell’attualità. Comunque spinto, il capitalismo esaurisce anche la fase imperialista e trapassa ad un nuovo stadio di sviluppo. Il New Deal rooseveltiano ne costituisce il modello, che dagli Stati Uniti verrà esportato in tutti i paesi occidentali nel secondo dopoguerra.
Le caratteristiche del modello strutturale post-imperialista sono la regolazione economica affidata allo Stato, le politiche keynesiane, il welfare state. Come si chiama questo nuovo stadio di sviluppo? Né "Capitalismo monopolistico di Stato", come potrebbe sostenere la vulgata marxista, né certo  "Fordismo", come direbbe un seguace della scuola regolazionista. Si tratta dell' Impero. Fallita la Rivoluzione, ci ritroviamo con l'Impero, questo sì "stadio supremo", per due motivi.
In primo luogo, perché in questo stadio la disciplina di fabbrica viene imposta all'intera società (vecchia tesi operaista, corredata dall’assunzione della sconfitta storica e della frantumazione di classe che il passaggio al post-fordismo porta con  sé, de-materializzando il lavoro, e sussumendo l’intera produzione di vita in riproduzione del capitale: biopolitica): "il modello del New Deal  [...] ha prodotto la più alta forma di governo disciplinare", "una società disciplinare è  una società-fabbrica" (p. 230).
In secondo luogo, perché in seguito ai processi di decolonizzazione si passa dalla sussunzione formale del mondo al capitale, caratteristica del vecchio imperialismo a "espansione estensiva", alla sussunzione reale del mondo al capitale, il quale pratica oggi un'"espansione intensiva" (cfr. pp. 240-244). Dunque fine delle contraddizioni (formali) interimperialistiche e fine delle guerre imperialistiche classiche, con buona pace di Lenin e di (almeno) settant’anni di storia del movimento operaio del secolo passato.
L'Impero ci salverà innanzitutto dal disastro ecologico: la "sussunzione reale" del mondo, cioè il suo sfruttamento intensivo, coincide infatti con l'era del postindustriale, che - Saint-Simon docet - è pulito, piccolo e bello. "Questa sembra essere la vera risposta capitalistica alla minaccia del 'disastro ecologico', una risposta che guarda al futuro" (p. 255).
Ciò che più conta, è il passaggio teorico (questo veramente pericoloso) dalla centralità del momento oggettivo (strutturale: la contraddizione capitale lavoro, i rapporti di forza antagonisti tra le classi contrapposte, le forme della produzione…) alla centralità del momento soggettivo: l'Impero non conta tanto per le modalità della propria regolazione economico-sociale (che infatti, gli autori non approfondiscono, per cui rimane in sospeso la domanda: che cos’è l’Impero?) quanto perché ha prodotto il Soggetto antagonista per eccellenza, il più potente, il più creativo, il più incredibile Militante mai visto: il lavoratore sociale (il produttore biopolitico, nella vulgata negriana) che subentra alle precedenti figure dell'operaio professionale e dell'operaio massa.
Se l'operaio professionale (corrispondente alla "fase di produzione industriale precedente il dispiegamento completo dei regimi taylorista e fordista", p. 378) riscattava il lavoro produttivo, se l'operaio massa ("che corrisponde al dispiegamento dei regimi taylorista e fordista", ibid.) osava addirittura progettare "una soluzione di ricambio reale al sistema capitalistico" (ibid.), il lavoratore sociale (che corrisponde alla fase del "lavoro immateriale") può finalmente "esprimersi come autovalorizzazione dell'umano", realizzando "un'organizzazione del potere produttivo e politico come unità biopolitica gestita dalla moltitudine, organizzata dalla moltitudine, diretta dalla moltitudine - la democrazia assoluta in azione" (p. 379), senza potere, libera e uguale: il comunismo tout court, naturalistico, rousseauiano, senz’altri stadi, senza transizione, dunque, senza Marx e senza Lenin.
E' per tale strada che Empire prefigura la caduta imminente dell'Impero quasi si trattasse di una pura questione di atteggiamento mentale: basta opporre - come faceva Francesco d'Assisi  (protagonista dell'ultimo elzeviro, Militante, pp. 494-496) la gioia di vivere alla miseria del potere. Estinzione del Potere senza ricorrere alla “contaminazione” col Potere: Marx è servito e il Potere del capitale e della borghesia ringrazia.

La spendibilità politica delle categorie di Empire

In generale, giocare la categoria di "impero" contro quella di "imperialismo" è una mossa tutto sommato perdente: per un amore di novità che ha poi alle spalle il vecchio vizio marxista di leggere ogni trasformazione come uno stadio ‘ulteriore’ (nella speranza che sia finalmente quello ‘supremo’), ci si libera troppo frettolosamente di categorie che forse aiutano a leggere la realtà contemporanea in modo più avvertito. E anche l'idea del declino dello stato-nazione - che Hardt e Negri non sono certo gli unici a proporre: il dibattito sulla globalizzazione se ne sta nutrendo da anni, mascherando i veri termini della questione - merita un supplemento di riflessione.
L'impero di Hardt e Negri, questa nuova forma del potere politico che dello stato avrebbe preso  il posto, è a dir poco sfuggente (è nato alla fine del Settecento con la Dichiarazione d'Indipendenza americana, oppure nel Novecento con il New Deal, o invece "si materializza sotto i nostri occhi" nel Terzo Millennio? pratica l'autentica democrazia, la "disciplina" fordista o il "controllo" postfordista?). L’unico sforzo descrittivo fatto dagli autori è di carattere meramente ‘metaforico’, con il ricorso alla descrizione dell'Impero romano di Polibio.
Secondo Polibio, "l'impero romano rappresentava l'apice dello sviluppo politico in quanto riuniva le tre forme 'buone' del governo - monarchia, aristocrazia e democrazia - rispettivamente incorporate nelle figure dell'Imperatore, del Senato e dei comitia popolari" (p. 294). Analogamente, oggi abbiamo un Imperatore, cioè "un superpotere, gli Stati Uniti, che esercitano l'egemonia sull'utilizzo globale della forza" (è singolare la coincidenza tra questa tesi e quella, del tutto analoga dei neoconservatori di Bush, Cheney e Rumsfeld, p. 290); un Senato, ossia "un gruppo di Stati-nazione che controlla i principali strumenti monetari globali tramite i quali regola gli scambi internazionali" (ibid.), sostenuto dalle "società capitaliste transnazionali" (p. 291) di cui rappresenta gli interessi; e dei comitia, cioè "organismi che rappresentano gli interessi popolari nel dispositivo del potere globale" poiché "la moltitudine non può essere integrata direttamente nella struttura del potere globale, ma deve essere filtrata mediante meccanismi rappresentativi" (ibid.).
Questi apparati di mediazione sono assai vari: governi, media, organizzazioni religiose, ONG (queste ultime ritenute particolarmente significative data la loro dimensione metanazionale, cfr. pp. 293-296): una rete di soggetti attivi sullo scenario politico, l’idea in nuce del ‘movimento dei movimenti’ quale nuovo soggetto rivoluzionario par excellence (“nuovo movimento operaio”).
Qui si fa un brutto passo indietro rispetto alle teorie dell'imperialismo. Il termine "imperialismo" coniato a cavallo tra Ottocento e Novecento, infatti, designava precipuamente (e non solo presso gli autori marxisti) la connessione tra le politiche di aggressione militare praticate da quelli che erano gli Stati forti, le "grandi potenze" dell'epoca, da un lato, e, dall'altro, processi economici quali l'esportazione di capitali, la formazione del capitale finanziario, l'azione dei grandi monopoli internazionali. Il termine "impero", nell'accezione proposta da Hardt e Negri, spezza proprio tale connessione, è privo di radici strutturali, si colloca in definitiva fuori dalla vulgata marxista.
La globalizzazione del mercato risulta in quest'ottica un processo esclusivamente economico, in quanto tale sostanzialmente "pacifico" (certo, implica lo sfruttamento e la concorrenza, ma nulla ha a che fare con aspetti propriamente militari), addirittura esente da conflitti intercapitalistici, grazie alla gestione sovranazionale (ruolo del Fmi, della Bm, della Wto) degli strumenti monetari. Viceversa, la guerra ha ragioni extraeconomiche, è puro esercizio di potere da parte di Sua Maestà l'Imperatore USA, oppure è davvero condotta a garanzia di valori universali affidati a un "tertium super partes" (cfr. p. 23 e ss.), e benché gli indici di Borsa siano sensibilissimi ai suoi risultati nulla ha a che fare con gli interessi del mercato e del capitalismo: una questione politica e culturale, non più, dunque, economica e  sociale: muore così la ragione più forte dell’ostilità al capitalismo: il portato di sfruttamento e la connaturata pulsione alla guerra.
Politicamente perdente, il volume è anche analiticamente sbagliato: vi sono principalmente questioni economiche dietro le ultime guerre condotte dagli Stati Uniti. Questioni di petrolio dietro la guerra del Golfo; la necessità di garantirsi il controllo in un'area economicamente strategica dietro l'attuale intervento in Afghanistan e in Iraq; la volontà di dare segnali forti a possibili competitori economici (la Germania, rafforzata dall'area europea, con le sue mire verso i mercati dei paesi ex socialisti) dietro la recente guerra di Yugoslavia.
Certo, esiste anche una logica "di potenza" relativamente (solo relativamente) autonoma: ma anche questa è una logica di parte, si esplica in un quadro - per citare il Foucault che tanto piace ai Nostri - di "concorrenza statale", in quel "tempo indefinito in cui gli Stati devono lottare gli uni contro gli altri" in cui domina la "ragion di Stato". In ogni caso, se non ci sono solo ragioni economiche, sicuramente non si sbaglia a dire  che ci sono anche queste.
Del resto, la guerra è anche un enorme business: alimenta un potente settore industriale (materialissimo, e con ricadute enormi in altri settori, materiali e immateriali). E gli Stati Uniti esercitano anche un'egemonia economica: troppo spesso, parlando di crisi, recessione, cattiva salute dell'economia americana, enfatizzando dati negativi relativi alla crescita o al debito di questo paese, si finisce col sostenere che gli Stati Uniti hanno nei confronti degli altri paesi forti una supremazia puramente militare.
Viceversa, dopo la crisi degli anni Settanta e le paure degli anni Ottanta, gli Stati Uniti hanno ampiamente consolidato anche una supremazia economica, nel corso degli anni Novanta: grazie all'industria bellica e al complesso militar-industriale (vero moltiplicatore della crescita economica statunitense), alle ricche ricadute di questa nell'industria civile (trasporti, chimica, componentistica, hardware, software e altro ancora), alla ricerca scientifica (in gran parte spinta dalla ricerca per scopi militari), e, non da ultimo, a un accorto protezionismo tariffario e non tariffario, a politiche monetarie pro domo sua, a interventi di sostegno delle aziende in crisi: se si vuole, la smentita più forte della fine dello Stato nazione e del ruolo di regolazione (potere, regolazione e controllo) in capo alla stato, che i corifei della nuova reazione culturale Negri-Hardt vorrebbero propagandare

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