venerdì 26 dicembre 2025

Per la pace e l'unità. "Ascoltate la voce dei popoli"

Convintamente aderiamo all’appello contro la guerra e contro l’imperialismo, e per la difesa dell’America Latina Zona di Pace, e a nostra volta rilanciamo il nostro appello, a tutte le forze autenticamente e sinceramente dalla parte delle lotte e delle resistenze dei popoli, a unirsi in una grande mobilitazione a difesa del Venezuela bolivariano, di Cuba socialista, del Nicaragua sandinista, per la pace con giustizia sociale, la sovranità e l’indipendenza, l’autodeterminazione dei popoli.
 


Appello del Premio Nobel per la Pace, Adolfo Pérez Esquivel.

PER LA PACE E L'UNITÀ. "ASCOLTATE LA VOCE DEI POPOLI"

Noi, firmatari di questo Appello, siamo protagonisti delle nostre vite e camminiamo al fianco dei popoli nelle loro lotte e speranze per un mondo più giusto e fraterno.

Esprimiamo la nostra profonda preoccupazione e il nostro più fermo ripudio dei tentativi del governo di Donald Trump, Presidente degli Stati Uniti, di invadere il Venezuela. Tali azioni violano trattati, patti, protocolli e dichiarazioni delle Nazioni Unite a livello internazionale, violando palesemente la sovranità e l'autodeterminazione dei popoli.

Teniamo ben presente, inoltre, i bombardamenti degli Stati Uniti e di Israele contro l'Iran, che ne minacciano la sovranità.

DECISIONI CHE METTONO IN PERICOLO LA PACE MONDIALE

L'America Latina è una Zona di Pace. Un attacco al Venezuela è un attacco all'intero continente.

Esigiamo il ritiro immediato delle forze armate statunitensi dai Caraibi, le cui azioni hanno portato ad attacchi e alla morte di pescatori innocenti, affondando le loro imbarcazioni con il falso pretesto che il governo venezuelano sia responsabile del traffico di droga negli Stati Uniti.

Esigiamo che il Presidente Trump cessi immediatamente le sue minacce contro i governi di Messico, Colombia, Cuba, Brasile, Venezuela e Nicaragua, Paesi che difendono la propria sovranità e libertà e rifiutano di sottomettersi al colonialismo statunitense.

Il mondo sta vivendo una profonda incertezza a causa di guerre, conflitti e carestie in diverse regioni, fattori che mettono a repentaglio la pace mondiale. Stiamo affrontando un'escalation imprevedibile: sappiamo come iniziano le guerre, ma nessuno sa come finiscono.

Il genocidio dello Stato di Israele contro il popolo palestinese ha causato uno sterminio che addolora tutta l'umanità. Nonostante il cessate il fuoco, Israele continua a causare morte e carestia nella Striscia di Gaza, con il sostegno e la complicità degli Stati Uniti e di diversi Paesi europei.

È urgente porre fine alla guerra tra Ucraina e Russia, promuovendo il dialogo come unica via per la risoluzione dei conflitti.

C'è una minaccia di guerra nucleare che mette in pericolo l'esistenza del pianeta.

È necessario disarmare la ragione armata.

Facciamo memoria – per illuminare il presente: ciò che abbiamo vissuto nella Seconda Guerra Mondiale, con i suoi milioni di morti; i campi di sterminio nazisti; le ferite ancora aperte dalle bombe atomiche sganciate su Hiroshima e Nagasaki. È necessario ascoltare la voce degli "Hibakusha", sopravvissuti e testimoni di quell'orrore.

Alziamo la voce ed esigiamo dai nostri governi di "ascoltare la voce dei popoli".

Che si faccia memoria per illuminare il presente e costruire la pace nella nostra casa comune, il Pianeta Terra, oggi minacciata. Devono agire con forza e coraggio, senza abbandonarsi alla "sospensione delle coscienze" e all'immoralità di massa imposta dal gioco della guerra. Questo è l'abominio di giocare con la vita delle persone, e sta trascinando l'umanità verso una possibile guerra nucleare.

Trump deve rispettare il diritto internazionale, la sovranità dei paesi minacciati e la Carta delle Nazioni Unite, che dichiara:

"NOI POPOLI DEL MONDO VOGLIAMO LA PACE".

Deve ritirare immediatamente le forze armate dai Caraibi, la cui presenza minaccia la vita del popolo venezuelano.


Chiediamo a personalità di spicco di tutto il mondo, rappresentanti di religioni, sindacati, lavoratori rurali, movimenti sociali, popoli originari, difensori dei diritti umani, centri scientifici e accademici, donne, insegnanti, giovani, movimenti studenteschi, artisti e giornalisti di unire le loro voci per la pace e l'unità dei popoli.


Adolfo Pérez Esquivel, Premio Nobel per la Pace, 1980
Buenos Aires, Argentina, 10 dicembre 2025, Giornata internazionale dei diritti umani.


Qui il collegamento: Llamamiento del Premio Nobel de la Paz, Adolfo Pérez Esquivel.
 

mercoledì 24 dicembre 2025

Belgrado, una lettera alla città


La notizia della proclamazione, da parte della European Film Commissions Network (EUFCN), la Rete delle Commissioni Cinematografiche d’Europa, delle cinque migliori “destinazioni cinematografiche” del continente, vale a dire i cinque migliori scenari di cinema, trascende l’ambito ristretto degli addetti ai lavori e dice qualcosa di più sulle città stesse, le loro caratteristiche e i loro paesaggi, ciò che può rendere queste stesse città suggestive o affascinanti. Al di là del merito della proclamazione, infatti, essa sollecita una riflessione più ampia sullo “spazio della città”, come contesto complesso di relazioni e funzioni, in cui si svolgono rilevanti attività sociali e culturali.

Ebbene, la giuria del premio ha designato cinque finaliste: La Palma (Spagna), Figuera de Foz (Portogallo), Inari (Finlandia), Zangerhausen (Germania). E Belgrado, capitale della Serbia, storica capitale del “Paese che non c’è più”, la Jugoslavia. Delle città nominate è l’unica capitale e, insieme con le altre, una città la varietà dei cui scenari e la ricchezza della cui storia sarebbe perfino superfluo ribadire. Ciò che pare interessante evidenziare non è tanto l’iter della designazione (alla fine, la città vincitrice, quella che sarà proclamata migliore destinazione cinematografica, sarà annunciata nel mese di febbraio 2026 durante una cerimonia in occasione della Berlinale), quanto piuttosto le sue motivazioni, le ragioni che rendono Belgrado una “capitale del cinema”.

La motivazione occasionale è nota. Belgrado è stata candidata dalla Serbian Film Association (l’Associazione cinematografica serba) per le riprese della serie “The Librarians: The Next Chapter”, realizzata in Serbia dalla casa di produzione “Balkanic Media”. Si tratta di una serie fantasy di successo, ambientata a Belgrado nel 1847. Un Bibliotecario, custode di un deposito magico contenente i più potenti artefatti soprannaturali, viaggia dal passato al presente, rimanendo intrappolato nel “nostro” tempo. Quando torna al suo castello, ora trasformato in museo, inavvertitamente libera la magia in tutto il continente. Gli viene allora assegnata una nuova squadra di bibliotecari che lo aiutino a risistemare le cose. Ovviamente, è questo solo l’asse della trama, che si dipana tra eventi magici e avventure fantastiche, sorprese, e viaggi nel tempo e nello spazio. Qui entra in gioco Belgrado. Molte location della serie sono infatti luoghi di Belgrado: il Kalemegdan, il Teatro nazionale, l’Osservatorio astronomico, l’area di Knez Mihailova. Quest’ultima è la passeggiata pedonale del centro storico di Belgrado. 

Qui nulla è come sembra e, al di là dei progetti speculativi che vorrebbero farne (e in parte già ne stanno facendo) luogo di consumo urbano e spesa compulsiva, la strada ospita un patrimonio storico e culturale che spesso sfugge alla vista degli osservatori distratti. Dalla via principale (Kolarčeva), prima di giungere in Piazza della Repubblica, immettendosi su Knez Mihailova, è un susseguirsi di sorprese: il Kulturni Centar (Centro culturale), luogo di incontri e conferenze, la fontana Delijska, lo straordinario edificio della Accademia serba delle arti e delle scienze, con l’annessa Galleria d’arte, la cui collezione comprende circa tremila opere, di ben 270 artisti nazionali e non pochi artisti stranieri. E poi ancora, la Galleriadell’Associazione degli artisti di belle arti, il Palazzo Zepter, con annesso Museo di arte moderna e contemporanea, e infine, a pochi passi dal Kalemegdan, la Biblioteca Civica, con un patrimonio di 1.8 milioni di contenuti. 

I creatori della serie, la società “Electric Entertainment”, hanno raccontato che Belgrado è per loro (non solo per loro) una vera e propria fonte di ispirazione soprattutto per il confronto tra il mondo magico dei bibliotecari e l'ambiente moderno della città contemporanea. Hanno cioè sostanzialmente confermato che, pur senza scomodare indebiti paragoni con altre celebrate capitali, Belgrado è ciò che sappiamo: una città magica, capace di mettere a confronto, spesso stridente, il mondo magico e la realtà contemporanea. Ma quali sono gli altri scenari associati a questi luoghi? Eravamo alle soglie del Kalemegdan, uno dei simboli di Belgrado. Come hanno scritto, nella loro monografia dedicata alla capitale, Tomislav Rakičević e Srečko Nikolić, “Nel corso dello sviluppo della città, si sono venuti creando differenti complessi ambientali, ognuno con i suoi monumenti caratteristici, cosa che conferisce alla città un colorito speciale. [...]

La fortezza del Kalemegdan e il suo omonimo parco costituiscono un complesso unico che, meglio di altri, parla della storia di questa città. Il suo nome è di derivazione turca (Kale, “fortezza” e Mejdan, “campo”) e indica tanto le mura dell’antica Singidunum quanto uno dei più bei parchi belgradesi. Il Kalemegdan è, senz’altro, il simbolo di Belgrado. [...] In una zona di questo parco, chiamata “Veliki Kalemegdan”, si trovano numerosi monumenti eretti a ricordo di letterati, artisti, politici e altri personaggi insigni della storia serba”. Si tratta di un sacrario della memoria, un vero e proprio Pantheon della città e del Paese. Vi si trovano la Fontana con la statua simbolica della Lotta, di Simeon Roksandić, il Monumento memoriale sul luogo in cui i Turchi per la prima volta consegnarono le chiavi della fortezza al principe Mihailo, il “Monumento di gratitudine alla Francia”, simbolo dell’amicizia tra i due Paesi e delle battaglie combattute nella guerra del 1914-1918, i capolavori di Ivan Meštrović e il Mausoleo degli Eroi del Popolo, dove sono sepolti gli eroi della lotta di liberazione antifascista, Ivo “Lola” Ribar, Ivan Milutinović, Djuro Djaković, Moša Pijade.

Non meno importanti sono gli altri luoghi. Uno di questi è il Teatro Nazionale. È anche questo un simbolo di Belgrado e della Serbia. Si trova in Piazza della Repubblica, sul versante opposto a quello ove sorge lo straordinario Museo Nazionale. Per la sua costruzione, nel 1868, fu scelto lo spazio dell’attuale piazza, intanto bonificata; qui fu costruito il teatro, che non nasconde influenze classiche e si ispira, per alcune caratteristiche, al modello della Scala di Milano. Vi fu rappresentata, secondo alcuni come prima messa in scena operistica del teatro, la “Madama Butterfly” di Puccini nel 1919. Qui hanno poi diretto grandi direttori d’orchestra, da Lovro von Matačić a Muhai Tang. Come ha ricordato Milica Božanić dell’Associazione cinematografica serba, questo genere di partenariato è fondamentale per sostenere le produzioni cinematografiche, creando così un ambiente favorevole all’ulteriore sviluppo del cinema, incluso il turismo culturale e cinematografico a Belgrado. 

Belgrado è un naturale punto di incrocio e di ripartenze, di viaggi e di ritorni, in cui le storie e le memorie si stratificano e si condensano, insieme con un patrimonio storico e culturale di rilevanza assoluta, in modo singolare ed indiscutibile. Si possono riconoscere, in questa filigrana, tutti i volti di Belgrado e della Jugoslavia, antichi e moderni, storici e attuali, di volta in volta memoriali o negletti. D’altronde, parliamo di una città orgogliosa, per la sua storia e la sua memoria, come si racconta, “quaranta volte distrutta e quaranta volte ricostruita”. “È caratteristico - scriveva il Giusti - che idee di fratellanza e solidarietà si siano sviluppate specialmente presso le nazioni slave più piccole, che sentivano incerte le proprie frontiere e minacciose le forze che premevano dal di fuori: [...] questi piccoli popoli, attraverso l’idea della solidarietà slava, si sentivano partecipi di un mondo più vasto ... che popolava immense distese dell’Europa e dell’Asia” (W. Giusti, Il panslavismo, Bonacci, Roma, 1941, n. e. 1993).

Pensiamo, ad esempio, a un altro luogo cruciale, e dimenticato, di Belgrado: l’Obelisco dei Non Allineati, uno dei simboli della Belgrado della Fratellanza e Unità, opera, insieme con altri, di Svetislav Ličina. Fu eretto per lo storico Vertice di Belgrado del 1961; sebbene negletto, l’obelisco è rimasto con tutta la sua potenza, anzi, secondo l’architetto Milorad Jevtić (cui si deve l’attribuzione dell’opera a Ličina), resta una delle più significative testimonianze dello «spazio bianco» che caratterizza Belgrado (il cui nome significa, appunto, “Città bianca”). Dal canto loro, i Paesi non allineati non sono scomparsi dalla scena.

Nella loro più recente risoluzione, la Dichiarazione di Kampala del 15-16 ottobre scorsi, sottolineano che “la solidarietà internazionale, massima espressione di rispetto, amicizia e pace tra gli Stati, è un concetto ampio che comprende la sostenibilità delle relazioni internazionali, la coesistenza pacifica e gli obiettivi di equità e di emancipazione dei Paesi in via di sviluppo, il cui obiettivo finale è il raggiungimento del pieno sviluppo economico e sociale dei loro popoli”. Nel caos drammatico del tempo presente, ancora una volta dal Sud globale, trovano spazio per affacciarsi messaggi di pace, di solidarietà e di speranza.

Riferimenti:
Beograd jedna od pet najboljih filmskih destinacija na svetu, Nova. 
Dichiarazione di Kampala del Movimento dei Non Allineati, 2025. 
Tourist Organization of Belgrade, Official Site. 

lunedì 6 ottobre 2025

Kosovska Mitrovica, il nome della città

Il nome della città e la toponomastica contesa.

La chiesa di San Demetrio, sullo sfondo Mitrovica, Kosovo, foto di Gianmarco Pisa. 


Furia iconoclasta e adulterazione delle denominazioni, damnatio memoriae e manifestazioni violente di “cancel culture” sono, com’è noto, alcuni dei modi attraverso i quali, alle più diverse latitudini e nei più vari contesti, strumentalizzare o manipolare il passato, condizionare o revisionare la memoria, ridenominare le cose e ridefinire le parole stesse con cui esprimere fatti, luoghi ed eventi, per aggredire il passato e governare il presente, o, parallelamente, legittimare l’attualità e i suoi poteri costituiti.

Nei contesti di conflitto, dove i contenuti culturali sono fatti precipitare nella spirale della violenza e la cultura stessa finisce per diventare uno strumento di perpetuazione della divisione e del conflitto, questi fenomeni vengono ad assumere tratti esasperati, perfino, talvolta, grotteschi. Il Kosovo è un luogo simbolo, da questo punto di vista, un vero e proprio epicentro della controversia etnopolitica. Non più tardi di alcuni giorni fa, questa forma di violenza culturale si è scatenata contro il nome stesso della città: tolta la precedente, è stata infatti installata una nuova insegna recante la scritta “Mitrovica” all'ingresso del settore nord della città, ufficialmente denominato Kosovska Mitrovica, abitato, a differenza del resto del Kosovo a larga maggioranza albanese, da un’ampia maggioranza serba. La precedente insegna, che riportava il nome corretto della città, è stata rimossa.

Media e fonti locali riferiscono che la sostituzione è stata effettuata su decisione dell’amministrazione locale di Mitrovica Nord, il cui sindaco, Erden Atiq, del partito nazionalista albanese Vetëvendosje, è stato eletto con 519 voti su un totale di 780, in occasione delle elezioni comunali del 2023, pressoché totalmente boicottate dai Serbi del Kosovo. Alcuni funzionari della sua amministrazione hanno confermato alla stampa l’intenzione di cambiare l’insegna in cirillico con un’insegna in latino e di sostituire in una palestra comunale con nuove sedie verdi e bianche le precedenti rosse, bianche e blu, “colpevoli”, queste ultime, di richiamare “i colori della bandiera serba”.

Sembrerebbe dunque chiaro che anche questa iniziativa faccia parte di una più generale campagna per chiudere tutte le strutture serbe nel Nord del Kosovo e cancellare i fattori visibili dell’autodeterminazione serba nei comuni in cui i serbi sono la maggioranza, come dimostrano, ultime in ordine di tempo, la chiusura dell’ufficio delle poste serbe a Gračanica, l’11 settembre scorso, la chiusura di ben nove uffici delle poste serbe in tutti e quattro i comuni del Nord (Leposavić, Zvečan, Zubin Potok e K. Mitrovica) il precedente 5 agosto, e, nel mese di maggio, il blocco e la chiusura della biblioteca comunale “Vuk Karadžić” a Kosovska Mitrovica, con la confisca e la sottrazione di ben 40 mila libri e alcune apparecchiature multimediali.

Una campagna per cancellare la presenza culturale serba nella regione, una pratica di pulizia etnica, se per questa si intende, appunto, «una politica deliberata volta ad eliminare, tramite intimidazione, violenza e/o terrore, le popolazioni appartenenti a una diversa comunità etnica o religiosa».

Immediate, ovviamente, le reazioni all’iniziativa. Sul tema è intervenuto lo stesso ministro degli esteri serbo, Marko Djurić, osservando che “la rimozione forzata del cartello con il nome della città di Kosovska Mitrovica in lingua serba, nel cuore di questa comunità a maggioranza serba, da parte del regime di Albin Kurti [premier kosovaro], non è un atto amministrativo neutrale, ma una provocazione deliberata che istiga all’odio etnico e religioso. Tale mossa è una chiara espressione di discriminazione nei confronti del popolo serbo di K. Mitrovica/Mitrovicë. Altrettanto inquietante è la sostituzione del cuore rosso con uno verde, che invia un messaggio diretto alla comunità cristiana che vive a K. Mitrovica/Mitrovicë. 
 
“Questa non è solo una cancellazione simbolica della lingua e dell'identità, ma anche un aperto atto di intolleranza religiosa. Si tratta di una decisione antidemocratica, contraria alla volontà della comunità locale, ai principi di multiculturalismo, tolleranza e rispetto per la diversità che le istituzioni provvisorie di Pristina affermano a parole di sostenere. [...] Tali pratiche discriminatorie mettono a repentaglio la pace già fragile e marginalizzano ulteriormente il popolo serbo in Kosovo. Anziché promuovere la riconciliazione e la convivenza, tali azioni approfondiscono le divisioni e seminano sfiducia”.

Quanto al nome della città, la sua vicenda ha una storia plurisecolare. La denominazione “Mitrovica” e lo stesso nome albanese della città, “Mitrovicë”, derivano infatti dal nome di S. Demetrio, legato probabilmente alla chiesa bizantina di S. Demetrio dell’VIII secolo, costruita vicino alla Fortezza di Zvečan, appena sopra l'odierna Mitrovica, in onore di S. Demetrio di Salonicco, vissuto a cavallo tra il III e il IV secolo d.C., poi, a partire dal Medioevo, venerato come uno dei santi più importanti della chiesa ortodossa. La festa della città è infatti l’8 novembre, il Mitrovdan, per l’appunto il giorno di S. Demetrio; dall’altra parte della Serbia, nello Srem, Sremska Mitrovica lo celebra nel Mitrovdan e lo riporta nel suo stemma ufficiale sin dal 1388. 
 
Secondo una stima, la chiesa ortodossa serba ha dedicato a S. Demetrio oltre 120 templi; a Salonicco, in Grecia, la splendida Chiesa di S. Demetrio fa parte del sito seriale dei monumenti paleocristiani e bizantini patrimonio mondiale dell’umanità. D’altra parte, è proprio questo, secondo l’Unesco, il ruolo che i patrimoni mondiali dovrebbero svolgere: come ricorda il Preambolo della Convenzione dell’Aja del 1954, “gli attacchi ai beni culturali, a qualunque popolo appartengano, costituiscono attacchi al patrimonio culturale di tutta l'umanità, dato che ogni popolo apporta il suo contributo alla cultura mondiale” e il patrimonio culturale, tutelato e difeso, protetto e attivato, può svolgere un ruolo decisivo nell’incontro tra i popoli, nel dialogo tra le culture, nella pace.

Riferimenti:

Djurić on Pristina's shameful move, B92, 02.10.2025: https://www.b92.net/english/politics/168927/djuric-on-pristinas-shameful-move/vest

“Mitrovica” sign unveiled, KoSSev, 02.10.2025: https://kossev.info/mitrovica-sign-unveiled-from-red-to-green-heart-cyrillic-swapped-for-latin-name-absent-from-kosovo-s-legal-framework

“Pulizia etnica”, European Migration Network (EMN): https://www.emnitalyncp.it/definizione/pulizia-etnica


sabato 5 aprile 2025

La bandiera jugoslava, memoria collettiva della liberazione europea.

Jugoslavia – Bandiera

Dichiarazione della Rete Internazionale Antifascista riguardo ai simboli della Liberazione a Gorizia

L’Istituto Rete Internazionale Antifascista (RIA), costituito nel dicembre 2024 da esponenti sloveni, croati e italiani, rappresenta un’associazione volontaria, autonoma e senza fini di lucro che riunisce persone fisiche e giuridiche impegnate nella salvaguardia della verità storica, nella preservazione della memoria della lotta antifascista e nella valorizzazione degli ideali della guerra di liberazione nazionale. La nostra fondazione risponde all’esigenza di mobilitare sia la comunità accademica che l’opinione pubblica per la tutela dei valori e dell’eredità dell’antifascismo nel contesto contemporaneo, contrastando la preoccupante proliferazione di manifestazioni d’odio, intolleranza e tentativi di revisione della realtà storica.

La RIA esprime profonda preoccupazione in merito alla recente controversia sulle bandiere jugoslave esposte presso uno storico edificio di Corso Verdi a Gorizia. Desideriamo pertanto illustrare i dati storici relativi a tali simboli e sottolineare l’importanza di preservare una memoria storica autentica e fedele. Le bandiere jugoslave, presenti come elemento costitutivo di un’installazione artistica in prossimità dell’80° Anniversario della Liberazione di Gorizia, rappresentano un simbolo legittimo in memoria dei combattenti del IX Korpus che liberarono la città dall’occupazione nazifascista. Tali vessilli non costituiscono meramente un emblema politico, bensì attestano una presenza storicamente documentata a Gorizia durante la liberazione del maggio 1945, configurandosi come parte integrante del patrimonio antifascista europeo.

Risulta inquietante osservare il revisionismo storico selettivo che si manifesta attraverso un duplice metro di giudizio nell’interpretazione dei simboli storici. Mentre si sollevano polemiche sulla presenza delle bandiere jugoslave, simbolo della liberazione, si accettano acriticamente i simboli di formazioni quali la Decima MAS – unità collaborazionista la cui cooperazione con la Germania nazista è ampiamente comprovata. La documentazione storica attesta in modo inconfutabile come tali unità abbiano partecipato attivamente all’annessione del territorio del Litorale al Terzo Reich nel settembre 1943 ed all’esecuzione di rastrellamenti che condussero, tra le altre conseguenze, alla deportazione della maggioranza della comunità ebraica goriziana nei campi di concentramento nazisti. 

I dati statistici testimoniano la tragica portata di tali eventi: dei 201 membri della comunità ebraica residenti a Gorizia prima dell’attuazione delle leggi razziali, soltanto 12 sopravvissero alla fine del conflitto. I fatti storici relativi alla liberazione di Gorizia emergono con chiarezza dalle fonti primarie. Alla lotta di liberazione nazionale presero parte sia gli antifascisti sloveni che quelli italiani. Nel IX Korpus della XXXI Divisione operarono attivamente brigate italiane, tra cui la 156ª Brigata “Bruno Buozzi”, la 157ª Brigata “Guido Picelli” e la 158ª Brigata “Antonio Gramsci”. Questa collaborazione internazionale nella lotta antifascista costituisce il fondamento dell’identità europea contemporanea e dei valori che la sostanziano.

La bandiera jugoslava con la stella rossa rappresenta un simbolo riconosciuto a livello internazionale della resistenza antifascista ed è parte integrante della memoria collettiva della liberazione europea. Essa si pone sullo stesso piano di tutti gli altri vessilli delle forze alleate che sconfissero il nazismo e il fascismo. Sotto tale bandiera combatterono non soltanto i popoli jugoslavi, ma anche numerosi antifascisti italiani, che vi riconobbero un emblema di resistenza contro il totalitarismo. Il periodo postbellico europeo si è edificato su un’inequivocabile matrice antifascista. I documenti fondativi dell’integrazione europea esprimono con assoluta chiarezza l’impegno a scongiurare la reiterazione degli orrori storici perpetrati dal fascismo. L’antifascismo non costituisce una mera opzione politica, bensì il consenso fondamentale delle società democratiche da cui è scaturita l’identità europea contemporanea.

Nell’analizzare il recente episodio di Gorizia e il contenuto della lettera aperta del collettivo Agorè, che illustra il contesto storico del ritrovamento e dell’esposizione delle bandiere jugoslave, sollecitiamo un’interpretazione degli eventi storici fondata su basi scientifiche. L’esposizione delle bandiere, rinvenute nell’ex edificio del Municipio di Gorizia e parte documentata del patrimonio storico goriziano, costituisce una legittima forma di preservazione della memoria collettiva. L’autentica convivenza tra i popoli, che dovrebbe incarnarsi nella Capitale Europea della Cultura GO!2025, può radicarsi esclusivamente in un confronto onesto con la storia, rifuggendo da ogni relativizzazione o, peggio ancora, esaltazione dei regimi totalitari e dei loro collaboratori. In questo contesto, risulta profondamente contraddittoria la decisione della giunta comunale di Gorizia che, nel novembre 2024, ha confermato la cittadinanza onoraria a Benito Mussolini conferita cento anni prima – un atto in aperta antitesi con i principi antifascisti su cui si fondano sia l’Europa che la Repubblica Italiana, nonché con i valori di inclusione e dialogo interculturale proclamati da GO!2025.

In un’epoca in cui l’Europa affronta la recrudescenza di movimenti neofascisti, l’adesione alla verità storica e ai valori antifascisti assume un’importanza ancora più cruciale. “Mai più guerra” e “Mai più fascismo” non rappresentano semplici slogan, ma un impegno concreto verso le generazioni future affinché le tragedie della storia non abbiano mai a ripetersi.

Per la Rete Internazionale Antifascista
Jadranka Šturm Kocjan

Fonte: https://www.informatrieste.eu/ts/blog/polemica-sulle-bandiere-jugoslave-esposte-nello-storico-edificio-di-corso-verdi-a-gorizia

giovedì 16 gennaio 2025

Accordo di cessate il fuoco a Gaza.


Secondo la bozza resa nota dalla stampa, l'accordo di cessate il fuoco tra Israele e le forze della resistenza palestinese a Gaza prevede che i combattimenti cessino a Gaza per 42 giorni; decine di ostaggi israeliani e centinaia di prigionieri palestinesi siano liberati; le truppe israeliane si ritirino ai confini di Gaza e i palestinesi possano tornare nelle loro case, o per meglio dire, in ciò che resta delle loro case, in un contesto letteralmente sventrato dall’inumana devastazione provocata dall’aggressione israeliana, man mano che arriveranno gli aiuti umanitari.

Durante la prima fase, Hamas rilascerà 33 ostaggi in cambio della liberazione di centinaia di palestinesi imprigionati da Israele. Entro la fine della prima fase, le donne, i bambini e gli anziani trattenuti dalle forze palestinesi dovranno essere liberati. Circa 100 ostaggi rimangono prigionieri a Gaza, tra civili e soldati, e l'esercito ritiene che almeno un terzo di loro sia deceduto. Nel primo giorno del cessate il fuoco, le forze palestinesi rilasceranno tre ostaggi, il settimo giorno altri quattro, poi daranno corso a rilasci settimanali.

Israele libererà 30 donne, bambini o anziani palestinesi per ogni civile liberato. Per ogni soldatessa liberata, Israele rilascerà 50 prigionieri palestinesi, di cui 30 condannati all'ergastolo. In cambio dei corpi consegnati da Hamas, Israele libererà le donne e i bambini che ha trattenuto dall'inizio della guerra, il 7 ottobre 2023. L'accordo prevede che i palestinesi sfollati tornino alle loro case, anche a Gaza e nel nord di Gaza. Con la maggior parte della popolazione di Gaza costretta in enormi campi profughi, i palestinesi desiderano tornare alle loro case, e sanno che la gran parte è stata distrutta dall’aggressione militare portata avanti da Israele.

Ancora durante la prima fase, le truppe israeliane dovranno ritirarsi in una zona cuscinetto larga circa un chilometro (0.6 miglia) all'interno di Gaza lungo i confini con Israele. L'accordo specifica che Israele deve lasciare il Corridoio Netzarim, creato forzosamente, durante la guerra, per separare il nord dal resto di Gaza, creando una cintura attraverso la Striscia dove le truppe hanno sgomberato la popolazione e allestito basi. Dunque, il Corridoio Netzarim dovrà essere lasciato. 
 
Le truppe israeliane si ritireranno poi dalla principale strada costiera nord-sud, Rasheed Street, aprendo una via per il ritorno dei palestinesi. Entro il 22° giorno del cessate il fuoco, le truppe israeliane dovranno lasciare l'intero corridoio. Durante la prima fase, Israele manterrà il controllo del Corridoio Filadelfia, la striscia di territorio lungo il confine di Gaza con l'Egitto, incluso il valico di Rafah, ma nel corso della seconda fase, Israele dovrà ritirarsi anche dal Corridoio Filadelfia.

Anche le linee generali della seconda fase sono delineate nella bozza: tutti gli ostaggi rimanenti saranno rilasciati in cambio del completo ritiro israeliano da Gaza e dell’avvio di una "calma sostenibile". Si aprirà dunque il negoziato inerente alla successiva amministrazione palestinese di Gaza mentre, successivamente, la terza fase potrebbe essere meno controversa: i corpi degli ostaggi rimasti dovranno essere restituiti in cambio di un piano di ricostruzione della durata di 3-5 anni da attuare a Gaza sotto supervisione internazionale.

Considerando gli obiettivi dichiarati della aggressione israeliana, vale a dire lo sradicamento delle forze della resistenza, l'occupazione militare di Gaza e la consegna incondizionata dei prigionieri israeliani, appare chiaro, alla luce della bozza di accordo, se confermato, che nessuno di questi è stato ottenuto. Viceversa, sempre considerando i termini dell'accordo, se confermati, il cessate il fuoco, lo scambio di prigionieri, il ritiro delle forze israeliane e il ritorno dei profughi nel nord di Gaza, appare chiaro che quella che si profila è una vittoria delle forze della resistenza, pur in mezzo a inenarrabili dolori, distruzioni e morti, e una disfatta militare, e, soprattutto politica e morale, di Israele. 
 
E’ del 10 gennaio scorso la notizia che Cuba, appellandosi all'art. 63 dello Statuto della Corte Internazionale di Giustizia, ha depositato una dichiarazione di intervento nel caso riguardante l'applicazione della Convenzione sulla prevenzione e la repressione del crimine di genocidio a Gaza, unendosi quindi alla causa intentata dal Sudafrica contro Israele per crimine di genocidio. Spagna, Slovenia, Irlanda, Messico, Nicaragua, Colombia, Cile, Cuba, Venezuela e Stato di Palestina, tra gli altri, supportano il caso.

Secondo il report (1 Ottobre 2024) del relatore speciale delle Nazioni Unite sulla situazione dei diritti umani nei Territori Palestinesi occupati dal 1967, in relazione al conclamato genocidio condotto da Israele contro la popolazione palestinese di Gaza, «la violenza che Israele ha scatenato contro i palestinesi dopo il 7 ottobre non sta avvenendo nel vuoto, ma fa parte di uno spostamento forzato e di una sostituzione forzata dei palestinesi, a lungo termine, intenzionale, sistematica e organizzata dallo Stato. Questa traiettoria rischia di causare un pregiudizio irreparabile all'esistenza stessa del popolo palestinese in Palestina. Gli Stati membri devono intervenire immediatamente per impedire atrocità che segneranno ulteriormente la storia umana». 
 
Come segnalato nel par. 70 del report, infatti, «dopo il 7 ottobre, Israele ha inquadrato le sue operazioni militari a Gaza come una guerra di autodifesa e antiterrorismo contro un gruppo terroristico. Tuttavia, è ampiamente dimostrato che Israele non può legittimamente invocare l'autodifesa contro la popolazione sotto la sua occupazione. La potenza occupante deve proteggere, non prendere di mira, la popolazione occupata. Nel contesto dell'inadempienza da parte di Israele della direttiva della Corte internazionale di giustizia di porre fine all'occupazione illegale, l'obiettivo di sradicare la resistenza contraddice il diritto all'autodeterminazione e il diritto di resistere a un regime oppressivo, entrambi protetti dal diritto internazionale consuetudinario. Inoltre, descrive l'intera popolazione come impegnata nella resistenza e quindi eliminabile. Continuando a sopprimere il diritto all'autodeterminazione, Israele sta replicando casi storici in cui l'autodifesa, la controinsurrezione o l'antiterrorismo sono stati utilizzati per giustificare la distruzione di un gruppo umano, portando al genocidio».